Risero del vecchio addetto alle pulizie, poi una cartellina sul tavolo fece impallidire l’intero consiglio

Riccardo aveva sopravvalutato i risparmi.

Aveva ignorato alcuni costi di integrazione.

Soprattutto, non aveva considerato la ristrutturazione del debito che Valleverde aveva completato pochi mesi prima.

L’acquisizione, impostata in quel modo, poteva trasformarsi in una voragine.

Riccardo gettò una pallina di carta per terra, nonostante il cestino fosse a pochi centimetri dalla sua mano.

Giovanni si chinò per raccoglierla e urtò leggermente la sedia.

Riccardo scattò in piedi.

«Ma non sai fare proprio niente?»

La stanza si immobilizzò.

«Mi scusi.»

«Ecco perché certa gente spinge i carrelli invece di prendere decisioni.»

Qualcuno abbassò gli occhi.

Qualcuno trattenne una risata.

Altri continuarono a leggere i documenti, come se niente fosse accaduto.

Diana posò la penna sul tavolo.

«Potremmo mostrare un po’ di rispetto.»

Riccardo la guardò.

«Le risorse umane dovrebbero occuparsi di problemi veri, non dei sentimenti dell’uomo delle pulizie.»

Vittoria controllò ancora una volta l’orologio.

«Forse il servizio potrebbe terminare dopo la riunione.»

Giovanni si diresse verso la porta.

Riccardo lo richiamò.

«Aspetta.»

Giovanni si voltò.

«Visto che qui valorizziamo tutte le opinioni, vieni a darci il tuo parere sull’operazione.»

Alcuni dirigenti risero.

Riccardo batté con la mano sullo spazio accanto alla sua sedia.

«Avvicinati. Ti spiego io come funziona.»

Giovanni lasciò il carrello e raggiunse il tavolo.

La luce del proiettore gli illuminò il viso.

«Queste si chiamano previsioni economiche», disse Riccardo. «La linea blu indica i ricavi. Quella rossa i costi. Non preoccuparti se non capisci.»

Giovanni osservò i grafici.

«Avete escluso la ristrutturazione del debito di Valleverde.»

La risata di Riccardo si spense per mezzo secondo.

Poi riprese, più rumorosa.

«Una bella fortuna.»

«Non è fortuna. Il tasso effettivo cambierà dopo l’acquisizione. Inoltre avete calcolato i risparmi due volte: qui e qui.»

Giovanni indicò due righe.

La direttrice finanziaria aggiunta si chinò sui documenti.

Il volto le cambiò.

Riccardo le tolse il foglio davanti.

«Basta con la commedia. Torna al tuo lavoro.»

Giovanni lo guardò negli occhi.

«È proprio quello che sto facendo.»

Tornando verso il carrello, passò accanto a Diana.

Fece scivolare un biglietto nella sua cartellina.

Lei lo lesse sotto il tavolo.

C’erano soltanto quattro parole:

Giovanni Ferri. Azionista di maggioranza.

Diana impallidì.

Pochi minuti dopo lo raggiunse nel ripostiglio.

«Sapevo che c’era qualcosa di strano», disse chiudendo la porta. «Nessun addetto alle pulizie individua errori del genere.»

Giovanni appoggiò le mani a uno scaffale.

Per la prima volta in tutta la giornata sembrava stanco.

«Da quanto tempo documenta questi episodi?»

Diana esitò.

«Da undici mesi.»

Gli mostrò il tablet.

C’erano segnalazioni archiviate, valutazioni cambiate all’ultimo momento, promozioni bloccate, lettere di richiamo preparate dopo reclami interni.

Una responsabile commerciale era stata esclusa dai clienti perché il suo accento meridionale era stato giudicato “poco autorevole”.

Un tecnico di cinquantasei anni era stato sostituito da un giovane meno esperto perché considerato “poco adatto all’immagine moderna”.

Una dipendente rientrata dalla maternità aveva trovato il proprio incarico svuotato.

Un magazziniere laureato in informatica aveva chiesto per anni di partecipare alle selezioni interne senza ottenere neppure un colloquio.

«Perché Vittoria non è intervenuta?» domandò Giovanni.

«All’inizio ha provato. Riccardo le ha fatto capire che avrebbe diffuso voci sulla sua gestione. Aveva costruito alleanze nel consiglio. Lei ha avuto paura.»

«La paura non assolve chi ha potere.»

«Lo so.»

Diana abbassò lo sguardo.

«Ho provato a portarle i documenti tre volte. Il suo assistente li ha bloccati. Un assistente scelto da Riccardo.»

Giovanni prese il telefono.

«Elena, procedi. Riunione straordinaria domani mattina.»

Nel frattempo Riccardo aveva scoperto che nessun addetto della società di pulizie risultava assegnato a quel piano.

Chiamò la sicurezza.

«C’è un uomo non autorizzato nell’edificio. Cinquantotto anni circa, capelli grigi, divisa da manutenzione.»

«Dobbiamo fermarlo?»

«Con discrezione. Potrebbe essere una spia industriale.»

Riccardo costruì subito una nuova versione dei fatti.

Non parlò degli insulti.

Non parlò dei fogli gettati a terra.

Non parlò delle risate.

Raccontò soltanto di un individuo sospetto che aveva cercato informazioni riservate.

La bella figura, per uomini come lui, non consisteva nell’essere puliti.

Consisteva nel nascondere bene lo sporco.

Quella sera Giovanni incontrò Alberto Valleverde, fondatore della società che Futura Digitale voleva acquisire.

Non indossava più la divisa grigia.

Aveva un abito scuro, una camicia bianca e il portamento tranquillo di chi non ha bisogno di dimostrare la propria autorità.

Alberto lo accolse in una sala privata di una vecchia trattoria fuori Milano.

Sul tavolo c’erano acqua, pane e un piatto di salumi che nessuno dei due toccò.

«Quando mi hanno detto che Giovanni Ferri voleva incontrarmi, pensavo a uno scherzo», confessò Alberto. «Credevo si fosse ritirato.»

«Mi sono ritirato dalla gestione. Non dalle responsabilità.»

Giovanni gli raccontò ciò che aveva visto.

Alberto ascoltò senza interrompere.

«Riccardo vuole cancellare tutto ciò che abbiamo costruito», disse infine. «Non parlo di slogan. Parlo di persone. Abbiamo tecnici che sono rimasti con noi vent’anni perché si sentono rispettati.»

«Lo so.»

«Allora l’accordo si ferma.»

«Fino a domani.»

«Cosa succede domani?»

Giovanni prese un sorso d’acqua.

«Domani vedremo chi, nella mia azienda, è disposto a guardarsi allo specchio senza aggiustarsi la cravatta.»

La mattina successiva, Futura Digitale sembrava un paese nel giorno di una disgrazia.

Tutti sapevano qualcosa.

Nessuno sapeva tutto.

Gli assistenti bisbigliavano nei corridoi.

I dirigenti entravano nelle stanze e chiudevano le porte.

Riccardo percorse i reparti distribuendo sorrisi improvvisi.

Si fermò alla scrivania di Sara Puglisi, una progettista che aveva chiesto tre volte una promozione.

«Ho buone notizie», disse. «Il posto da responsabile è tuo.»

Sara lo fissò sorpresa.

«Ieri non ero abbastanza pronta.»

«Abbiamo rivalutato.»

Riccardo le porse un documento.

«Firmalo entro oggi. Potrebbero circolare accuse ingiuste sull’ambiente di lavoro. Sarebbe utile che persone come te spiegassero quanto l’azienda valorizza tutti.»

Sara prese il foglio senza firmarlo.

«Persone come me?»

Il sorriso di Riccardo si irrigidì.

«Hai capito cosa intendo.»

Scene simili si ripeterono in altri reparti.

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