Uscì senza aggiungere altro.
Fuori, il centro era affollato.
Famiglie con vassoi di paste attraversavano la strada. Un uomo anziano portava un mazzo di fiori avvolto nella carta. Dai portoni aperti arrivavano odori di soffritto, brodo e carne al forno.
Andrea e Sofia camminarono verso la vecchia automobile parcheggiata due strade più in là.
«Papà, sei davvero ricco?» chiese la bambina.
Andrea aprì la portiera.
«Dipende.»
«Da cosa?»
«Da cosa pensi significhi essere ricchi.»
Sofia salì sul sedile.
«Avere tanti soldi.»
«Allora sì.»
«Più della signora della gioielleria?»
«Probabilmente.»
«Più del signor Valenti?»
Andrea rise.
«Non si fanno i conti nelle tasche degli altri.»
«Ma lui sapeva chi eri.»
«Conosce il mio lavoro.»
Sofia strinse la scatolina.
«Perché non compri vestiti eleganti?»
Andrea si sedette al volante.
«Perché questa camicia funziona ancora.»
«La nonna dice la stessa cosa delle sue ciabatte.»
«Tua nonna ha ragione su molte cose.»
Arrivarono da Teresa con venti minuti di ritardo.
La donna li aspettava sul balcone, con il grembiule a fiori e le braccia incrociate.
Aveva settantacinque anni, capelli bianchi tagliati corti e lo sguardo di chi riusciva a capire se una persona mentiva prima ancora che aprisse bocca.
«Il ragù non aspetta i ricchi», gridò quando li vide scendere.
Andrea sollevò una mano.
«Scusa, mamma.»
«Le scuse non rimettono al dente le tagliatelle.»
Sofia corse su per le scale.
«Nonna, guarda!»
Teresa vide la scatolina elegante e aggrottò subito la fronte.
«Quanto avete speso?»
«Buon compleanno anche a te», disse Andrea.
«Non è il mio compleanno. Quanto avete speso?»
Sofia aprì la scatola.
La pietra azzurra brillò sotto la luce del corridoio.
Teresa rimase immobile.
Portò due dita alle labbra.
«Assomiglia agli occhi di Elena.»
Sofia annuì.
«Per questo l’ho scelta.»
La nonna la abbracciò.
Poi si staccò e indicò Andrea.
«Hai speso troppo.»
«Te l’avevo detto», disse lui alla figlia.
In sala da pranzo li aspettavano anche il fratello minore di Andrea, Paolo, sua moglie Claudia e i loro due figli ormai grandi.
Il pranzo della domenica, in casa Moretti, non era mai soltanto un pranzo.
Era un tribunale, una festa, una riunione di condominio e una seduta di terapia, tutto nello stesso tavolo.
Si parlava con la bocca piena, ci si interrompeva, si litigava sulla quantità di sale e ci si riconciliava passando il pane.
Teresa mise le tagliatelle nei piatti.
«Allora», chiese Paolo, «perché siete arrivati tardi?»
«Eravamo in gioielleria», rispose Sofia.
Claudia spalancò gli occhi.
«In quella elegante del centro?»
«Sì. Le commesse pensavano che papà fosse povero.»
Il silenzio cadde sul tavolo.
Teresa appoggiò il mestolo.
«Che cosa hanno detto?»
Andrea sospirò.
«Mamma, lascia stare.»
«Non lascio stare niente. Che cosa hanno detto a mia nipote?»
Sofia raccontò la scena con la precisione spietata dei bambini.
Ripeté la frase sulla bigiotteria.
Imitò persino il tono della commessa.
Teresa diventò rossa.
«Dammi l’indirizzo.»
«Mamma.»
«Vado là domattina con il vestito che le ho cucito e vediamo se hanno il coraggio di dire qualcosa anche a me.»
Paolo batté una mano sul tavolo.
«Dovevi comprare il negozio e mandarli tutti a casa.»
Andrea lo guardò.
«Questa è esattamente la reazione che non volevo avere.»
«Ti hanno umiliato davanti a tua figlia.»
«Hanno provato a farlo.»
«È la stessa cosa.»
«No. Per essere umiliato devi accettare il giudizio di chi ti sta davanti.»
Teresa si sedette.
«Questa frase te l’ha insegnata tuo padre.»
«No. Me l’hai insegnata tu.»
La donna abbassò lo sguardo sul piatto.
Andrea raccontò del negozio di scarpe.
Teresa lo fissò sorpresa.
«Te lo ricordi ancora?»
«Ricordo tutto.»
«Pensavo fossi troppo piccolo.»
«Avevo undici anni.»
«Eri piccolo.»
«Abbastanza grande da vedere che ti avevano ferita.»
Teresa mosse lentamente la forchetta tra le tagliatelle.
«Quella sera piansi in bagno», disse.
Nessuno al tavolo l’aveva mai saputo.
«Non perché non potessi comprare quelle scarpe. Avevo i soldi. Avevo risparmiato per mesi.»
Andrea la guardò.
«Perché, allora?»
«Perché per un momento mi fecero credere che non avevo il diritto di essere lì.»
Le parole cambiarono l’aria nella stanza.
Paolo smise di mangiare.
Claudia appoggiò una mano su quella della suocera.
Teresa continuò:
«Poi tornai a casa, guardai la mia macchina da cucire e pensai a tutte le persone eleganti del paese che venivano da me di nascosto perché non sapevano attaccare un bottone. Capii che la bella figura è un vestito. La dignità è la pelle.»
Andrea sentì Sofia infilare la mano nella sua.
«Oggi è successa la stessa cosa», disse la bambina. «Però papà non è uscito.»
Teresa guardò suo figlio.
«Hai fatto bene.»
Paolo si versò del vino.
«Io continuo a pensare che avresti dovuto comprare il negozio.»
La risata scoppiò attorno al tavolo, sciogliendo la tensione.
Dopo il secondo, arrivò la torta.
Sofia spense le candeline e mostrò la collana a tutti.
Nessuno parlò del prezzo.
Parlarono di Elena.
Di quando bruciò il primo arrosto preparato per la famiglia.
Di come cantava stonata mentre lavava i piatti.
Di quella volta in cui aveva fatto quaranta chilometri per riportare a Teresa una borsa dimenticata al mercato, senza accorgersi che dentro c’erano soltanto tre cipolle e un mazzo di prezzemolo.
Sofia ascoltava sorridendo.
Ogni racconto restituiva un pezzetto di sua madre.
Quello era il vero regalo.
Due giorni dopo, la causa di Andrea finì sui giornali.
Non la storia della gioielleria.
La causa.
I documenti depositati mostravano che il grande gruppo assicurativo aveva respinto decine di richieste legittime per proteggere i propri bilanci.
I dirigenti convocarono riunioni d’emergenza.
Gli avvocati parlarono di responsabilità.
Gli investitori cominciarono a vendere.
In una sala riunioni al trentunesimo piano di un edificio di vetro, uomini e donne abituati a decidere il destino degli altri fissavano lo schermo con il viso teso.
«Chi è esattamente Moretti?» chiese uno dei dirigenti.
Il responsabile legale sfogliò alcuni documenti.
«Detiene la maggioranza della holding che ha presentato la causa.»
«Da quando?»
«Da anni.»
«Perché nessuno lo sapeva?»
«Non ha mai cercato pubblicità.»
Un uomo con una cravatta allentata si passò una mano sul viso.
«Pensavamo fosse soltanto un erede passivo.»
«Non lo è.»
«Quanto può costarci?»
Il responsabile legale guardò i numeri.
«Molto più dell’indennizzo che abbiamo rifiutato.»
Nello stesso momento, Andrea era seduto nella cucina di sua madre a riparare l’anta di un pensile.
Teresa gli teneva una torcia.
«Hai una società che vale milioni e non sai avvitare una cerniera.»
«So avvitare una cerniera.»
L’anta cadde di nuovo.
Teresa lo guardò.
«Certo.»
Il telefono di Andrea vibrò sul tavolo.
Era il suo avvocato.
La controparte voleva trattare.
Andrea ascoltò senza interrompere.
Poi disse:
«Non chiederemo soltanto il denaro.»
Teresa abbassò la torcia.
«Che altro vuoi?»
Andrea terminò la chiamata.
«Voglio che rivedano tutte le pratiche respinte con lo stesso sistema.»
«Anche quelle degli altri?»
«Soprattutto quelle degli altri.»
Teresa annuì.
«Tuo padre sarebbe fiero.»
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.




