Quando tornai a casa, Pino aveva perso la voce. E io avevo perso le scuse.
Il martedì prima di Natale era passato come un coltello, ma il martedì dopo aveva un’altra lama: quella della quotidianità. Le stesse piastrelle, lo stesso corridoio, lo stesso termosifone che tossiva, solo che ora io lo guardavo come si guarda un punto della strada dove hai visto un incidente.
Francesca mi aiutò a sedermi, poi si accovacciò vicino al termosifone e indicò la macchia secca sul muro. Aveva portato guanti da lavoro e un rotolo di panni assorbenti, come se anche le emergenze avessero una lista della spesa.
“Non ti preoccupare, Paolo. Ho già parlato con il signor Bassi del terzo. Ha le mani d’oro, dice che domani viene a dare un’occhiata.”
“Il signor Bassi? Quello che non saluta mai.”
“Saluta. Solo che lo fa con le sopracciglia.”
Mi uscì una risata piccola, dolorosa. Pino, sul bracciolo, mi fissò con quell’aria da giudice antico, poi appoggiò la zampa sulla mia mano come a dire: adesso respira.
Il suo miagolio non c’era. Quando aprì la bocca uscì un soffio rauco, un suono rotto, e io sentii una stretta in gola che non aveva niente a che fare con l’anca.
“Ti sei rovinato per me,” sussurrai.
Pino mi rispose con un trillo spezzato, poi fece le fusa lo stesso. Come se la voce fosse un optional, ma la promessa no.
Quella sera Francesca mi rimise in ordine la cucina senza farmelo pesare. Spostò le sedie, liberò un passaggio largo, sistemò un tappeto antiscivolo che non sapevo nemmeno di avere, e lasciò un bicchiere d’acqua sul tavolino come una cosa sacra.
“Se ti serve qualcosa, batti il bastone sul pavimento,” disse. “Io dormo leggero.”
“Non voglio diventare un peso.”
“Non lo sei,” rispose, e non lo disse con gentilezza: lo disse come un fatto.
Quando la porta si chiuse, il silenzio mi cadde addosso pesante. Non era il silenzio di prima, quello che ti ingoi quando fai finta che vada bene: era un silenzio che ti obbliga a guardare in faccia cosa manca.
Presi il telefono e lo posai sulle ginocchia, come si posa un animale difficile. Avevo due figli, due numeri in rubrica, e una sensazione netta: che bastassero a chiamare, ma non a esserci.
Scrissi a Chiara: “Sono a casa. Ho bisogno di visite, non di fiori.”
Poi a Lorenzo: “Non parlare del gatto. Parliamo di me.”
Rimasi con il pollice sospeso, come se stessi per premere un tasto che può cambiare il tempo. Alla fine inviai, e mi sentii subito sciocco, e subito libero.
La mattina dopo arrivò il signor Bassi, davvero con le sopracciglia che salutavano al posto della bocca. Entrò, guardò il termosifone, si chinò, toccò la valvola e fece quel suono che fanno gli uomini quando capiscono e non vogliono sprecare parole.
“Perde da un po’,” disse. “Non da ieri.”
“Non me ne sono accorto.”
“Ci si accorge di certe cose solo quando si cade,” commentò, senza cattiveria.
Francesca gli passò gli attrezzi. Io li guardavo muoversi per casa mia come se quella casa, per anni, fosse stata un guscio e adesso diventasse una stanza vera. Una stanza dove qualcuno entra, vede, sistema.
Bassi lavorò, asciugò, mise una guarnizione nuova. Poi mi guardò con una serietà che mi fece arrossire come un ragazzino.
“Lei deve chiamare quando serve,” disse. “Senza aspettare il 24.”
Non era un consiglio, era quasi una regola del condominio. Annuii e mi vergognai di quanto mi fosse mancata una voce così semplice.
Quello stesso pomeriggio mi arrivò un messaggio di Lorenzo: “Passo domani. Da solo.”
Lo lessi due volte. La seconda volta sentii il cuore fare un colpo secco, come l’anca quella notte, ma senza crack. Pino, come se capisse, saltò giù e si mise davanti alla porta, seduto, immobile, guardia e re.
La notte dormii male. Sognai piastrelle e vetro, poi sognai mia moglie che mi guardava senza parlare, con quello sguardo che aveva quando voleva dirmi la verità e sperava che ci arrivassi da solo.
Mi svegliai al buio e, per un secondo, pensai che stessi ancora lì. Poi sentii le fusa di Pino sul mio petto, e capii che ero vivo e a casa.
Il giorno dopo Lorenzo arrivò che erano le quattro. Aveva la faccia tirata, gli occhi stanchi, e un sacchetto in mano come se le scuse avessero bisogno di un imballaggio.
“Ciao, papà.”
“Ciao.”
Entrò e si fermò a metà corridoio. Guardò il tappeto antiscivolo, il deambulatore vicino alla poltrona, il termosifone ora asciutto. Non guardò me subito, come se avesse paura che lo sguardo gli chiedesse più di quanto potesse dare.
Poi vide Pino. Pino non si mosse, ma alzò appena il mento, e quello bastò.
Lorenzo deglutì. “Il gatto… sta bene?”
“È rauco,” dissi. “Ha urlato per ore.”
Lorenzo posò il sacchetto sul tavolo e finalmente mi guardò. Gli tremavano le dita.
“Papà, io… ho detto cose stupide al telefono. Ho pensato di risolvere, come sempre. Tagliare il problema.”
“E io sarei il problema?”
“No,” disse subito, troppo forte. Poi abbassò la voce. “Tu sei mio padre. Ma mi sono comportato come se fossi… una cosa da gestire.”
Quella frase mi fece male, ma era un male pulito. Un male che apre.
Rimanemmo in piedi, io appoggiato al deambulatore, lui con le mani vuote. Nel silenzio sentii Pino saltare sul divano e acciambellarsi, come se finalmente qualcuno avesse deciso di stare dove doveva.
“Ho paura,” aggiunse Lorenzo. “Ho paura che ti succeda qualcosa e che io… non ci sia.”
“È già successo,” risposi piano. “E tu non c’eri.”
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