Aveva inserito la scheda della telecamera di Bassi nel computer.
Avanzò fino al momento del ritrovamento.
Vide la porta esplodere.
Vide Elena alzare le mani.
Vide Rinaldi avvicinarsi alla borsa.
Poi vide le sue dita infilare il sacchetto nella tasca laterale.
Chiara fermò il filmato.
Lo fece ripartire.
Una volta.
Due volte.
Tre volte.
Il movimento era chiarissimo.
Non c’era modo di spiegarlo.
Il suo telefono vibrò.
Un messaggio di Rinaldi.
Cancella il filmato. Scrivi guasto tecnico.
Chiara rimase immobile.
Quegli uomini erano stati la sua famiglia.
Ma suo padre le aveva insegnato una cosa quando lei era bambina.
Una divisa non rende una persona onesta.
Rende visibile la responsabilità che porta.
Chiara digitò:
Ricevuto.
Poi copiò il filmato.
Lo inviò al server protetto indicato nell’avviso del sistema nazionale.
Subito dopo chiamò il numero d’emergenza della Direzione Centrale.
Rispose una voce maschile.
«Unità operativa.»
«Sono l’assistente capo Chiara Neri, commissariato di Valdombra. Abbiamo in custodia un’investigatrice nazionale.»
Silenzio.
Poi il rumore rapido di una tastiera.
«Nome.»
«Elena Ferretti.»
La voce cambiò.
«Dove si trova esattamente?»
«Stanza interrogatori numero tre.»
«È ferita?»
«Non credo. Ma è stata arrestata con prove false.»
«È sicura di quello che sta dicendo?»
Chiara guardò il fermo immagine sul monitor.
La mano di Rinaldi dentro la borsa.
«Ho il filmato.»
«Non cancelli nulla. Non consegni quella registrazione a nessuno. Una squadra è già in movimento.»
Chiara abbassò la voce.
«Stanno cercando di trasferirla al carcere provinciale.»
«Impedisca il trasferimento.»
«Non ho l’autorità.»
«Da questo momento ha la nostra protezione. Faccia ciò che può.»
La comunicazione si interruppe.
Chiara copiò tutti i filmati disponibili.
Telecamere delle divise.
Ingresso del commissariato.
Corridoi.
Sala registrazioni.
Inviò ogni file al server nazionale.
Poi tornò da Elena con un bicchiere d’acqua.
«Posso entrare?» chiese.
Rinaldi era fuori dalla porta.
«Cinque minuti.»
Chiara posò il bicchiere sul tavolo.
Mentre lo faceva, infilò un foglietto sotto la mano di Elena.
Sanno tutto. Stanno arrivando.
Elena lesse senza muovere il volto.
Per la prima volta da quando la porta era stata sfondata, sentì il corpo rilassarsi.
Solo un poco.
«Grazie per l’acqua», disse.
Chiara annuì.
Entrambe capirono che non stavano parlando dell’acqua.
Alle 4:46, il direttore Arturo De Santis ricevette il rapporto nella sede centrale.
Elena era stata una delle sue migliori investigatrici.
Metodica.
Paziente.
Incapace di lasciarsi impressionare dai gradi o dai cognomi importanti.
De Santis convocò immediatamente magistrati, tecnici e unità operative.
L’operazione Specchio Pulito era pronta da mesi.
Mancava soltanto una prova diretta che collegasse gli uomini del commissariato alle manipolazioni più recenti.
Quella notte, Rinaldi gliel’aveva regalata.
La squadra nazionale intercettò le comunicazioni interne autorizzate dal magistrato.
Udì Valli ordinare la cancellazione dei filmati.
Udì Bassi proporre di spostare la droga nel deposito prima dell’arrivo dei controlli.
Udì Rinaldi dire che bisognava tornare a casa di Elena e trovare il registratore.
Ogni parola venne salvata.
Ogni ordine diventò una prova.
Alle 5:20, Valli entrò nella stanza degli interrogatori.
Il suo sorriso sembrava dipinto.
«Investigatrice Ferretti, c’è stato un equivoco.»
«Un equivoco?»
«Una segnalazione sbagliata. Una procedura gestita con eccessiva fretta.»
«Mi avete sfondato la porta, perquisito la casa e introdotto droga nella mia borsa.»
«Il sacchetto potrebbe essere stato già lì.»
«La telecamera dice altro.»
Valli inspirò lentamente.
«Tutte le accuse verranno ritirate.»
«Voglio telefonare.»
«Naturalmente.»
«Voglio i miei documenti.»
«Li avrà.»
«E voglio che nessuno entri più nel mio appartamento.»
Il commissario abbassò lo sguardo.
Troppo tardi.
Rinaldi e Bassi erano già tornati lì.
Non avevano però trovato il registratore.
La lampada sembrava vecchia, comprata in un mercatino. La base nascondeva un dispositivo grande quanto una scatola di fiammiferi.
Quando uscirono dall’appartamento, la signora Palmira li vide.
Questa volta non rimase in silenzio.
Telefonò alla figlia.
La figlia chiamò il cugino.
Il cugino avvisò il giornalaio.
Alle sei meno dieci, metà paese sapeva che due uomini del commissariato erano rientrati nella casa di Elena senza di lei.
Valli accompagnò Elena al banco delle uscite.
Le manette erano state tolte.
Chiara le restituì il portafoglio, le chiavi e il telefono criptato.
Quando Elena strinse il proprio distintivo, sentì il peso familiare del metallo nel palmo.
«Ci scusiamo per il disagio», disse Valli.
Elena lo guardò.
«Il disagio è trovare una buca sulla strada. Questo è un reato.»
Fuori cominciava ad albeggiare.
Il cielo sopra Valdombra era grigio chiaro. Dalla panetteria arrivava l’odore del primo pane.
Elena attraversò il parcheggio.
Il telefono vibrò.
«Ferretti», disse.
La voce di De Santis arrivò netta.
«Sei al sicuro?»
«Sono uscita. Mi stanno osservando.»
«Le squadre sono in posizione.»
Elena guardò nello specchietto di un’auto parcheggiata.
Dietro una finestra del commissariato, una figura si spostò.
«Hanno registrato tutto», disse. «Perquisizione illegale, prova falsa, arresto e tentativo di cancellazione.»
«Chiara Neri ha inviato i filmati.»
«Proteggetela.»
«È già previsto.»
Elena rimase in silenzio.
«Come stai?» chiese De Santis.
Lei pensò alla fotografia spezzata di Paolo.
Alle lasagne nel frigorifero.
A sua madre che, appena sveglia, avrebbe trovato il paese intero pronto a raccontarle che sua figlia era stata arrestata per droga.
«Sono stanca.»
«Torna a casa.»
«Non ancora.»
«Elena.»
«Quindici anni, Arturo. Voglio essere presente quando finisce.»
Alle 6:00 precise, mezzi scuri entrarono nel parcheggio.
Le unità investigative nazionali chiusero gli accessi senza sirene.
Gli uomini scesero in silenzio.
Tecnici, magistrati, agenti incaricati di eseguire gli ordini di arresto e di mettere sotto sequestro archivi, computer e depositi.
Valli guardò dalla finestra del suo ufficio.
«Sono qui.»
Rinaldi si alzò di scatto.
«Possiamo ancora spiegare.»
Bassi sembrava invecchiato di dieci anni.
«Spiegare cosa?»
Le porte del commissariato si aprirono.
De Santis entrò per primo.
«Da questo momento, tutti i sistemi, i locali e i depositi sono sottoposti a sequestro giudiziario. Nessuno tocchi telefoni, computer o documenti.»
Valli uscì dall’ufficio con le mani visibili.
«Direttore, mi sembra un intervento sproporzionato.»
De Santis gli porse l’ordine.
«Commissario Valli, è in arresto per associazione criminale, falsificazione di atti, manipolazione delle prove e violazione sistematica dei diritti dei cittadini.»
Il silenzio cadde sull’intero edificio.
Rinaldi cercò di allontanarsi verso una porta laterale.
Due agenti lo fermarono.
«Ispettore Rinaldi, lei è in arresto.»
«Sono un poliziotto.»
«Proprio per questo conosce la gravità delle accuse.»
«Voglio un avvocato.»
«Le verrà garantito.»
Le porte si aprirono di nuovo.
Elena entrò indossando la giacca blu.
Il distintivo era fissato al petto.
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