Una mattina, Elena era uscita presto per andare in centro.
Aveva detto che doveva “distrarsi un po’”.
Riccardo era rimasto in veranda, a fissare gli alberi spogli.
Marta passò con un vassoio.
“Le porto il tè?”
“Se non disturbo.”
Lei accennò un sorriso.
“Chi ha bisogno davvero non disturba mai.”
Riccardo la guardò per la prima volta con attenzione.
Niente trucco vistoso.
Capelli castani raccolti in modo pratico.
Un piccolo neo vicino al mento.
Le mani un po’ rovinate dal lavoro.
E una calma strana, quasi antica.
“Lei da quanto lavora qui?” chiese.
“Da poco più di tre settimane.”
“E si è già accorta che questa casa è piena di rumore anche quando è in silenzio?”
Marta abbassò gli occhi sul vassoio.
“Le case grandi spesso fanno così.”
Lui rise appena.
Era la prima risata vera da giorni.
Le settimane passarono.
Elena diventava sempre più frettolosa.
I suoi baci sulla fronte sembravano timbri.
I suoi “come stai?” sembravano frasi dette per abitudine.
Spesso stava fuori fino a tardi.
Quando tornava, odorava di profumo, ristoranti e vita leggera.
Riccardo non le faceva domande.
La osservava.
E ogni giorno perdeva un pezzo dell’immagine che aveva costruito di lei.
Marta, invece, restava uguale.
Una presenza discreta.
Mai una parola fuori posto.
Mai un’esagerazione.
Mai una curiosità invadente.
Eppure vedeva tutto.
Una sera, Riccardo non riusciva a prendere sonno.
La casa era immersa nel silenzio.
Dalla cucina arrivava una luce.
Si avvicinò con la carrozzina e trovò Marta seduta al tavolo, con una tazza di camomilla tra le mani.
Si alzò subito.
“Scusi, non pensavo fosse sveglio.”
“Nemmeno io pensavo di esserlo.”
Lei rimase in piedi.
Lui fece un gesto.
“Si sieda. Non serve che ogni volta si alzi come se entrasse il preside.”
Marta sorrise piano e si rimise seduta.
Per qualche secondo non parlarono.
Poi Riccardo disse: “Lei non mi guarda mai con pena.”
Marta strinse la tazza.
“Perché non mi fa pena.”
Lui la fissò.
“E cosa le faccio?”
Lei esitò.
Poi parlò con una sincerità che lo spiazzò.
“Mi fa tristezza vederla solo. Non sulla sedia. Solo.”
Quelle parole lo colpirono più di un’accusa.
Perché erano vere.
Molto più vere di quanto avrebbe voluto ammettere.
Arrivò dicembre.
Una sera Elena insistette perché Riccardo partecipasse al compleanno di un suo conoscente, organizzato in una grande villa poco fuori città.
“Ti farà bene uscire,” disse mentre si truccava davanti allo specchio.
“Oppure farà bene alla tua reputazione?” domandò lui.
Lei si voltò di scatto.
“Non ricominciare.”
“Era solo una domanda.”
Elena sbuffò.
“Sei diventato pesante, Riccardo. Prima non eri così.”
Lui incassò.
Prima.
Sempre prima.
Come se l’uomo davanti a lei fosse già finito.
Alla festa c’erano luci soffuse, musica elegante, bicchieri che tintinnavano, risate perfette.
Tutti si mostrarono dispiaciuti.
Tutti dissero quanto fosse bello vederlo fuori casa.
Tutti abbassarono la voce nel parlargli, come se la carrozzina lo avesse reso anche fragile di mente.
Dopo meno di venti minuti, Elena si allontanò.
“Vado a salutare due persone,” disse.
Riccardo rimase in un angolo del salone, col rumore intorno e il cuore sempre più freddo.
Passò mezz’ora.
Poi quaranta minuti.
Nessuna traccia di lei.
Fu allora che la sentì.
Sul terrazzo.
La sua risata.
Inconfondibile.
Riccardo si avvicinò piano, senza farsi notare.
Le porte erano socchiuse.
Elena parlava con due donne e un uomo.
Aveva in mano un calice e quel tono allegro che usava quando voleva piacere a tutti.
“Vi giuro, non so per quanto potrò reggere,” disse.
Qualcuno fece una risatina nervosa.
Lei continuò.
“È diventato l’ombra di se stesso. Un tempo entrava in una stanza e dominava tutto. Adesso bisogna pure aspettarlo per ogni cosa.”
Seguì un silenzio breve.
Poi qualcuno mormorò qualcosa che Riccardo non capì.
Ma aveva già sentito abbastanza.
Sentì il viso bruciare.
Le mani stringersi.
Il desiderio di sparire.
Dietro di lui, una mano si posò delicatamente sul retro della carrozzina.
Era Marta.
Elena aveva insistito perché anche lei venisse, “nel caso servisse”.
Ma in quel momento, per la prima volta, Riccardo fu grato della sua presenza.
Marta non disse niente.
Non fece scene.
Non guardò verso il terrazzo.
Restò solo lì.
Ferma.
Stabile.
Come a dirgli senza parole: non sei solo in questa umiliazione.
Per Riccardo fu il punto di rottura.
Rientrò a casa in silenzio.
Elena parlò per tutto il viaggio di persone, vestiti, battute, dettagli inutili.
Lui non rispose quasi mai.
Quella notte non dormì.
Seduto nel suo studio, con la villa immersa nel buio, guardò a lungo la carrozzina.
All’inizio era stata uno strumento.
Poi era diventata una trappola.
Adesso era uno specchio.
Gli aveva mostrato chi aveva accanto.
Ma anche chi era diventato lui.
Un uomo disposto a fingersi spezzato pur di essere amato davvero.
Alle sette del mattino, chiamò Elena.
Lei scese le scale in vestaglia, infastidita, il telefono ancora in mano.
“Che succede? Ho dormito tre ore.”
“Dobbiamo parlare.”
“Adesso?”
“Sì. Adesso.”
Elena appoggiò una mano sul fianco.
“Va bene, parla.”
Riccardo la guardò per qualche secondo.
Poi si alzò.
Lentamente.
Con calma.
Senza appoggiarsi.
Elena sbiancò.
Il telefono le scivolò dalle mani e cadde sul tappeto.
Per alcuni istanti non parlò.
Guardò le sue gambe.
Poi lui.
Poi di nuovo le gambe.
“Tu… cosa…”
“Non sono paralizzato,” disse Riccardo.
La voce gli uscì ferma.
Quasi fredda.
Elena fece un passo indietro.
“Mi stai dicendo che era tutto finto?”
“Sì.”
“Tu sei fuori di testa.”
“Forse.”
“Mi hai umiliata. Mi hai fatto vivere un incubo.”
Riccardo la fissò senza più paura.
“E tu mi hai fatto capire che non amavi me.”
Elena si portò una mano al petto.
“Ma come ti permetti? Io ti sono stata accanto.”
“Per tre giorni di facciata. Poi hai cominciato a scappare.”
“Non è vero.”
“Ti ho sentita al telefono. Ti ho sentita alla festa.”
Lei aprì la bocca.
La richiuse.
Poi arrivò la rabbia.
Violenta.
Nervosa.
“Tu mi hai spiata!”
“No. Ho semplicemente ascoltato.”
“Sei malato, Riccardo.”
Lui scosse la testa.
“No. E per la prima volta da mesi mi sento lucido.”
Elena lo guardò come si guarda qualcuno che non conviene più capire.
“Quindi è finita?”
“Era finita da un po’. Solo che io non volevo vederlo.”
Lei rimase immobile.
Poi salì di corsa al piano di sopra.
Per un’ora nella villa si sentirono cassetti sbattuti, passi nervosi, ante aperte e chiuse.
Quando scese, era vestita di tutto punto.
Valigia pronta.
Viso duro.
Lasciò alcune scatole sul tavolo.
“Questi te li puoi tenere.”
Erano gioielli.
Regali.
Oggetti costosi.
Cose che improvvisamente sembravano prive di qualsiasi valore.
Riccardo non le fermò.
Non le chiese niente.
La vide uscire dal portone senza voltarsi.
E non provò gioia.
Né vendetta.
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