Accettò.
Solo a una condizione.
“Il sabato continuo a vendere i miei panzerotti.”
Riccardo, per la prima volta, sorrise davvero.
“Va bene.”
Quello stesso giorno pagò le cure di Nico.
Quando Giulia entrò per la prima volta nella casa dei Venturi, pensò di aver sbagliato indirizzo.
Un viale alberato. Un portone enorme. Stanze che sembravano non finire mai. Ma dopo cinque minuti capì una cosa molto semplice: quella casa era grande e vuota.
Tommaso, invece, le corse incontro come se l’aspettasse da sempre.
Nel giro di due settimane cambiò tutto.
Cominciò a mangiare meglio. A ridere. A raccontare la scuola. A non chiudersi più in camera in silenzio. La aspettava alla porta con i disegni in mano e mille parole in bocca.
Un pomeriggio le porse un foglio con quattro figure stilizzate.
Un uomo, una donna, un bambino e un neonato.
“Chi siamo?” chiese Giulia.
“Siamo noi.”
Lei provò a sorridere.
“Amore, io lavoro qui.”
Tommaso alzò le spalle.
“Appunto. Tu ci sei.”
Quella frase la colpì più di quanto volesse ammettere.
Anche Riccardo cominciò a cambiare.
All’inizio tornava prima a casa con la scusa di vedere come stava Tommaso. Poi rimaneva a cena. Poi restava in cucina mentre Giulia preparava qualcosa di semplice. Poi, quasi senza accorgersene, smise di cercare scuse.
Nelle sere tranquille la casa si riempiva di rumori nuovi.
La risata di Tommaso.
Nico nel seggiolone.
Giulia che friggeva piano.
Riccardo che piegava barchette di carta con suo figlio sul tavolo.
Per anni quella casa aveva respirato assenza. Adesso, per la prima volta, sembrava viva.
Una sera, mentre asciugavano i piatti insieme, Riccardo le fece una domanda semplice.
“Perché sei sola?”
Giulia continuò a passare il canovaccio sul bordo del piatto.
“Perché quando il padre di Nico ha saputo che ero incinta, è sparito.”
Lo disse senza piangere. Come chi ha già finito le lacrime su quella storia.
Riccardo strinse la mascella.
Pensò a quante volte la vita scarica tutto sulle spalle di chi ha meno forza per reggere. E pensò che quella ragazza, nonostante tutto, non era diventata dura. Era rimasta buona. Ed era quasi un miracolo.
Poi il mondo esterno bussò con la sua cattiveria ben vestita.
Paola Serra, madre della defunta moglie di Riccardo, cominciò a chiamare. Prima con tono educato, poi con freddezza, poi con minacce. Disse che era indegno far entrare una ragazza povera così vicino a Tommaso. Disse che la famiglia non avrebbe tollerato “confusione”. Disse persino che avrebbe valutato vie legali.
Riccardo la fermò.
“Tommaso con Giulia sta bene. Questo mi basta.”
Ma la pressione aumentava. E insieme alla pressione cresceva anche quello che provava.
Così una sera portò Giulia a cena fuori, lontano da Tommaso, lontano dalla casa, lontano da tutto. Un posto semplice, non elegante, perché sapeva che lei si sarebbe sentita a disagio.
Quando arrivò il momento di parlare, la voce gli tremò appena.
“Mi sono innamorato di te.”
Giulia lo guardò immobile.
Aveva sentito quelle parole in film, in racconti, nelle vite degli altri. Non nella sua. Non seduta davanti a un uomo che apparteneva a un mondo che lei aveva sempre visto da fuori.
“Anch’io,” disse piano. “Ma non basta.”
“Perché?”
“Perché io non c’entro niente con la tua vita.”
Riccardo scosse la testa.
“No. Sei tu la parte che mancava.”
Fu il momento esatto in cui Giulia si permise di immaginare un futuro.
Ed è per questo che fece ancora più male.
Una donna elegante si fermò accanto al tavolo. Tacchi asciutti, rossetto perfetto, sguardo di ghiaccio.
“Riccardo,” disse. “Non mi presenti la tua amica?”
Il volto di lui diventò bianco.
Giulia si voltò lentamente.
“Chi è?”
Riccardo impiegò un’eternità a rispondere.
“È… Elena.”
Alzò gli occhi su quella donna come si guarda un fantasma.
“Mia moglie.”
Il sangue sparì dal viso di Giulia.
Elena Venturi.
La donna che tutti credevano morta.
La donna per cui c’era stato un funerale.
La donna di cui Tommaso parlava a pezzi, come si parla dei ricordi che fanno confusione.
Elena si sedette senza essere invitata e raccontò tutto con una calma feroce. Aveva finto la propria morte dopo una fuga all’estero con il suo allenatore di tennis. Non voleva uno scandalo, non voleva un divorzio pubblico, non voleva rinunciare al suo nome e alla sua posizione. Quando quella relazione era finita e i soldi avevano iniziato a scarseggiare, era tornata.
E quando aveva visto le fotografie di Riccardo con una ragazza di strada, aveva capito che era il momento di riprendersi ciò che riteneva suo.
Giulia non sentì più il resto.
Si alzò e uscì nel buio.
Riccardo la rincorse sotto la pioggia, di nuovo la pioggia, come se il destino avesse deciso di parlar loro solo così.
“Giulia, ascoltami. Io la credevo morta. Te lo giuro.”
Lei si voltò con gli occhi pieni.
“Tu sei ancora sposato.”
“Solo sulla carta. Io non…”
Giulia fece un passo indietro.
“Io non sarò l’amante di nessuno.”
Salì su un taxi e chiuse la portiera con le mani che tremavano.
Nei giorni seguenti Elena mostrò il suo vero volto.
Pretese che Giulia sparisse dalla casa. Disse che, se fosse stato necessario, avrebbe coinvolto i suoi familiari e avvocati per ottenere spazio nella vita di Tommaso. Usò il bambino come una leva. Usò la paura.
E Riccardo, per proteggere suo figlio da una guerra sporca, fece la scelta che gli spezzò il cuore.
Lasciò andare Giulia.
Passarono tre mesi.
Giulia investì i risparmi in un piccolo chiosco fisso di panzerotti vicino al mercato rionale. Nico stava meglio, finalmente respirava senza affanno, e quando sorrideva le sembrava di avere ancora un motivo per restare in piedi.
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