Sotto la Pioggia, un Bambino Aspetta: Il Giro dei Nonni Cambia Tutto

Se vi ricordate di Tommaso, il bambino fradicio seduto sul marciapiede sotto la pioggia di novembre, allora vi ricordate anche di me. Renato, sessantotto anni, ginocchia che scricchiolano e una gran voglia di farmi gli affari miei… finché quella sera non mi è stato impossibile.

Dopo quella notte, pensavo che la vita sarebbe tornata com’era: la mia casa silenziosa, la TV accesa per compagnia, il bar al mattino e le giornate tutte uguali. Invece, senza far rumore, le cose hanno cominciato a spostarsi, come quando rimetti a posto un vecchio cassetto e scopri che sotto c’era più spazio di quanto credevi.

Sono passate alcune settimane da quando Chiara mi ha detto che aveva trovato un lavoro con orari più umani. Lo ripeto perché ancora mi sembra un miracolo piccolo: niente più corse nel buio, niente più attese infinite, niente più occhi che implorano scusa prima ancora che tu abbia aperto bocca.

Tommaso, invece, è rimasto Tommaso: lo zainetto sempre troppo pieno, le spalle un po’ strette, la faccia seria quando non serve. Solo che adesso, quando mi vede al cancello della scuola, non si guarda intorno come se avesse paura di essere di troppo.

— Renato! — mi urla, e poi finge di tossire per darsi un tono, perché a sette anni e mezzo non vuoi farti vedere troppo contento.

Io lo guardo arrivare e mi viene da sorridere in quel modo che mi fa male alle guance, perché non sono più abituato. La maestra, una donna sulla quarantina con un cappotto sempre pieno di gessetti, una volta mi ha preso da parte.

— Sa che per lui è diventato… come dire… un punto fermo? — mi ha detto, scegliendo le parole con quella delicatezza che usano solo quelli che vedono i bambini per davvero.

Io ho fatto spallucce, come faccio sempre quando mi imbarazzo. Ma dentro, quel “punto fermo” mi è rimasto appiccicato addosso come odore di officina.

Quel pomeriggio pioveva di nuovo, una pioggia sottile, insistente, che entra nelle ossa senza chiedere permesso. Tommaso camminava al mio fianco e raccontava dei pianeti con una serietà da professore, spiegandomi che su Marte ci sono tempeste di sabbia e che nello spazio “non senti nessuno gridare”.

— Perché ti piace così tanto lo spazio? — gli ho chiesto, mentre aprivo l’ombrello.

Lui ci ha pensato un secondo, poi ha alzato le spalle.

— Perché è grande. E perché lì… nessuno ti dice “sbrigati”.

Quella frase mi ha punto come uno spillo. Perché non è una frase da bambino, è una frase da adulto stanco, solo che detta con la voce piccola.

Quando siamo arrivati a casa mia, ho messo su l’acqua per la pasta e lui si è seduto al tavolo con i quaderni. La cucina era calda, piena di quel vapore che ti appanna gli occhiali e ti fa sentire al sicuro senza neanche capire perché.

— Oggi abbiamo fatto le divisioni — mi ha annunciato, come se stesse dichiarando guerra.

— E chi ha vinto?

— La divisione — ha detto serio, poi mi ha guardato di lato e gli è scappato un sorriso.

Io gli ho dato una manata leggera sulla spalla, piano, come fanno i vecchi quando vogliono dire “ci sono” senza fare troppo rumore. Poi mi sono accorto che stavo fischiettando mentre mescolavo il sugo, una cosa che non mi capitava da anni.

La sera, quando Chiara è venuta a prenderlo, era diversa. Stessa faccia stanca, sì, ma meno paura negli occhi. Non più quel terrore di essere giudicata a prescindere.

— Ha mangiato? — mi ha chiesto.

— Ha divorato — ho risposto. — E mi ha anche fatto lezione sui crateri.

Lei si è messa a ridere, ma era una risata piccola, controllata, come se ancora non si fidasse del fatto che la felicità possa durare più di un attimo. Poi ha guardato Tommaso, che stava infilando le scarpe con la calma di chi sa che non verrà lasciato indietro.

— Renato… — ha detto, e ha abbassato la voce. — Io… non so come ringraziarla.

Io ho fatto la solita smorfia.

— Basta così. Non mi faccia diventare sentimentale, che poi al bar mi prendono in giro.

Chiara ha annuito, ma prima di uscire mi ha lasciato una mano sul braccio. Un gesto semplice, leggero, eppure mi ha scaldato più di un termosifone.

Dopo che se ne sono andati, sono rimasto un attimo sulla soglia, con l’odore della pioggia che entrava e il silenzio che mi tornava addosso. E lì ho capito una cosa: che per anni avevo chiamato “pace” una solitudine che mi ero rassegnato a sopportare.

Il giorno dopo, al bar, ho trovato gli altri già seduti: Gino con il giornale, Franco con il cappello tirato sugli occhi, e Piero che mescolava il caffè come se stesse riparando un motore.

— Allora, com’è andata col tuo astronauta? — mi ha chiesto Gino.

— Ha detto che la divisione vince sempre — ho risposto.

Hanno riso. Ma era una risata buona, di quelle che ti mettono un mattone nello stomaco e ti fanno sentire meno vuoto.

Franco, che di solito parla poco, ha fatto un cenno verso la finestra appannata.

— Oggi accompagno la ragazza agli allenamenti. La madre ha il turno lungo. — Poi ha aggiunto, senza guardarmi: — Sai che ieri sera, quando sono tornato a casa… mi sono sentito utile. E non mi succedeva da un pezzo.

Nessuno ha detto niente per qualche secondo. Perché quando arrivi a una certa età, “utile” è una parola che ti fa quasi paura, come se non te la meritassi più.

E proprio mentre stavamo lì, io con la tazzina tra le dita e la schiena che si lamentava, mi è venuto da dire una cosa che non avevo previsto.

— Ragazzi… — ho fatto piano. — E se… non fosse solo per loro?

Gino ha alzato un sopracciglio.

— Che intendi?

Ho indicato noi, il tavolino, le nostre mani segnate.

— Intendo che a furia di tappare i buchi degli altri… stiamo tappando anche i nostri.

Non lo so chi è stato il primo a distogliere lo sguardo. So solo che, per un attimo, il bar ha smesso di essere un posto dove ammazzare il tempo, e ha cominciato a sembrare un posto dove il tempo torna a valere.

Qualche giorno dopo, è successo quello che mi ha fatto capire quanto fragile sia la sicurezza, anche quando la costruisci con le migliori intenzioni. Era ancora buio quando sono uscito per andare a prendere Tommaso a scuola per un progetto speciale: dovevano portare “una persona di cui si fidano” per parlare di comunità.

Io avevo preparato persino una camicia decente, che per me è già un evento. Solo che appena ho messo il piede sul marciapiede, il ginocchio mi ha tradito: una fitta secca, improvvisa, e la gamba mi è diventata di legno.

Ho barcollato. Non sono caduto, ma ho dovuto appoggiarmi al muro come uno che ha bevuto troppo. E lì, nel freddo, mi è salita quella vergogna stupidissima: la vergogna di essere vecchio, di avere bisogno, di non essere più affidabile.

Sono rimasto così qualche secondo, con il respiro corto. Poi ho sentito dei passi veloci dietro di me.

— Renato!

Era Tommaso. Non so da dove mi avesse visto, forse dalla finestra del pullman scolastico, forse dal cancello. So solo che è arrivato con l’ombrello già aperto, quello piccolo con le stecche un po’ storte che gli avevo dato io “per sicurezza”.

Si è messo accanto a me e mi ha coperto la testa con l’ombrello, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

— Piano, — ha detto, serio come un adulto. — Si appoggi a me.

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