Spese gli ultimi otto euro per uno sconosciuto: all’alba cento motociclisti bussarono al suo quartiere

Lei gli sorresse la testa con una mano e con l’altra gli portò l’acqua alle labbra.

L’asfalto era freddo.

La gonna del lavoro le si macchiò di olio e polvere.

Non le importò.

«Resta con me. Guarda me. Non chiudere gli occhi.»

Lui cercò la sua mano.

La trovò.

La strinse come si stringe una fune in mezzo al mare.

Poi arrivò un’altra moto.

Un uomo più giovane scese di colpo.

«Falco! Dio mio, Falco!»

Si buttò a terra dall’altro lato.

Guardò Amina.

«Lei lo ha aiutato?»

«Aveva bisogno.»

L’uomo sembrò quasi commosso.

«Di solito quando vedono il gilet cambiano marciapiede.»

«Io ho visto un uomo.»

L’ambulanza arrivò con le luci blu che coloravano il distributore.

I soccorritori si mossero veloci.

Uno chiese:

«Gli ha dato aspirina?»

«Sì. Due compresse. Pochi minuti fa.»

Lui annuì.

«Ha fatto bene. Molto bene.»

Quando caricarono il motociclista sulla barella, lui tirò giù appena la maschera dell’ossigeno.

«Amina…»

Lei si avvicinò.

«Sono qui.»

«Dì che… Falco ti manda.»

Lei non capì.

Il giovane le mise in mano un biglietto bianco.

Solo un numero.

E un piccolo simbolo: una corona con due ali.

«Mi chiamo Nico. Falco vorrà ringraziarla.»

«Non serve.»

«Per lui serve.»

Amina abbassò lo sguardo.

«Io non ho fatto niente di speciale.»

Nico la fissò.

Poi guardò le sue scarpe rovinate, il cappotto sottile, le mani screpolate.

«A volte chi ha meno è quello che dà di più.»

Lei non rispose.

Si infilò il biglietto in tasca e tornò a casa a piedi.

Con venti centesimi in tasca.

E un peso enorme sul cuore.

Arrivò quasi all’una.

La signora Carmela, la vicina del piano di sotto, dormiva sulla poltrona accanto a Sofia.

Carmela era una vedova di settantatré anni che faceva la babysitter “gratis”, diceva lei.

In realtà Amina le lasciava sempre qualcosa quando poteva.

Pane, frutta, un detersivo.

Nel quartiere ci si aiutava così, senza ricevute.

«Sono tornata, signora Carmela.»

La donna aprì gli occhi.

«Madonna, figlia mia, sei distrutta.»

«È stata una serata lunga.»

Amina portò Sofia nel letto.

La bambina si svegliò appena.

«Mamma…»

«Dormi, amore.»

«Domani biscotti?»

Amina sentì il cuore stringersi.

«Vediamo, tesoro.»

Quella notte non dormì quasi.

Guardava il biglietto sul comodino e pensava agli otto euro.

Pensava al benzinaio.

Pensava all’uomo a terra.

Pensava a sua nonna Teresa, morta anni prima dopo essere caduta per strada, davanti a persone che avevano tirato dritto.

Quando la nonna era stata soccorsa, era troppo tardi.

Amina aveva dodici anni.

Quel dolore le aveva insegnato una cosa sola:

l’indifferenza uccide in silenzio.

La mattina dopo preparò per Sofia una colazione da niente.

Mezza banana, due fette biscottate vecchie, acqua.

«Oggi è colazione da principesse leggere,» disse.

Sofia rise.

«Le principesse leggere volano?»

«Certo. Più leggere sono, più volano.»

Amina sorrise, ma appena la bambina guardò il piatto, lei voltò la faccia verso il lavello.

Per non farsi vedere.

Alle sette bussarono alla porta.

Era la signora Carmela.

Aveva il viso tirato.

«Amina, devo dirti una cosa.»

«È successo qualcosa?»

«Nel palazzo gira voce che ieri notte hai aiutato uno di quei motociclisti.»

Amina sospirò.

«Stava male.»

«Lo so, figlia mia. Ma la gente parla. Sai com’è qui. Basta niente e diventi la storia del giorno.»

Dal pianerottolo arrivò la voce della signora Pina del terzo piano.

«Io l’ho detto a mio marito. Se vengono quelli qui, io chiamo i carabinieri.»

Amina aprì la porta più larga.

«Buongiorno anche a lei, signora Pina.»

La donna fece finta di sistemarsi la vestaglia.

«Non è cattiveria. È prudenza. Noi siamo persone perbene.»

Persone perbene.

Quella frase, in Italia, a volte pesa più di una condanna.

Persone perbene.

Quelle che tengono le tende pulite e il balcone fiorito.

Quelle che fanno la bella figura al pranzo della domenica.

Quelle che salutano il parroco ma chiudono la porta quando qualcuno ha bisogno.

Amina non disse niente.

Prese Sofia per mano e la accompagnò a scuola.

Poi andò in lavanderia.

Rosetta capì subito.

«Che faccia hai?»

Amina le raccontò tutto.

La caduta.

Gli otto euro.

Il gilet.

Le voci del palazzo.

Rosetta rimase zitta.

Poi si fece il segno della croce.

«Hai fatto quello che dovevi.»

«E se ho portato guai?»

«I guai veri, Amina, non arrivano in moto. A volte vivono nello stesso pianerottolo e si chiamano giudizio.»

A mezzogiorno, durante la pausa, Amina tirò fuori il biglietto.

Lo guardò a lungo.

Poi mandò un messaggio.

“Sono Amina Greco. Nico mi ha dato questo numero.”

Il telefono squillò dopo dieci secondi.

Lei non rispose.

Le tremavano le dita.

Arrivò un messaggio vocale.

«Amina, sono Nico. Falco è vivo. Vuole vederti oggi alle tre alla trattoria vicino alla vecchia rimessa. Non avere paura. Per favore.»

Amina riascoltò il messaggio tre volte.

Alle due uscì dalla lavanderia e prese l’autobus.

Aveva lo stomaco chiuso.

Quando scese, vide le moto.

Non dieci.

Non venti.

Tante.

Allineate davanti alla trattoria come soldati lucidi sotto il sole.

Uomini e donne con giubbotti di pelle stavano in silenzio.

Alcuni avevano barbe bianche.

Altri capelli lunghi.

Una donna robusta, con gli occhi dolci e una cicatrice sul mento, le fece un cenno con la testa.

Amina avrebbe voluto scappare.

Ma entrò.

La trattoria era piena.

Tutti smisero di parlare.

Nico le venne incontro.

«Grazie per essere venuta.»

Ogni persona si alzò mentre lei passava.

Uno alla volta.

Come durante una processione.

Amina sentì la gola chiudersi.

In fondo alla sala, Falco era seduto a un tavolo.

Più pallido della sera prima, ma vivo.

Aveva una camicia pulita e il gilet appeso alla sedia.

Quando la vide, provò ad alzarsi.

«No, resti seduto,» disse lei d’istinto.

Lui sorrise.

«Mi dai ordini anche oggi?»

Amina si sedette davanti a lui.

Falco appoggiò una fotografia sul tavolo.

Una bambina con le trecce.

Un sorriso grande.

Un vestito a fiori.

«Si chiamava Lidia.»

Amina guardò la foto.

«Sua figlia?»

Lui annuì.

«Aveva sette anni. Leucemia. Io ero un muratore allora. Mia moglie faceva pulizie. Abbiamo venduto tutto, ma non abbastanza in fretta.»

La voce gli si spezzò.

La sala era muta.

«Quando Lidia se n’è andata, mi sono perso. Ho fatto anni brutti. Poi ho capito una cosa: non potevo riportarla indietro, ma potevo impedire ad altre famiglie di restare sole.»

Indicò il simbolo sul biglietto.

«Abbiamo creato un’associazione. Il Sorriso di Lidia. Nessun nome importante, nessun padrone. Solo gente che ha sbagliato, sofferto, lavorato e deciso di aiutare.»

Amina abbassò gli occhi.

«Io non sapevo niente.»

«Proprio per questo conta. Tu non hai aiutato il fondatore di un’associazione. Non hai aiutato uno che poteva restituirti qualcosa. Hai aiutato un uomo che tutti avevano già condannato guardandolo.»

Falco prese fiato.

«Nico mi ha detto che hai speso gli ultimi otto euro.»

Amina arrossì.

«Non doveva dirglielo.»

«Invece sì.»

«Erano solo otto euro.»

Falco la guardò come si guarda una cosa sacra.

«Per chi ha tanto, otto euro sono il resto di una cena. Per chi ha poco, sono il domani mattina.»

Amina sentì gli occhi bruciare.

Falco continuò:

«Domani mattina verremo da te.»

Lei si irrigidì.

«No. La gente del palazzo è già spaventata.»

«Allora è meglio che vedano con i loro occhi.»

«Che cosa?»

Falco sorrise appena.

«Che la paura, ogni tanto, deve chiedere scusa.»

Quella sera Amina tornò a casa col cuore in gola.

La notizia era già arrivata prima di lei.

Nel cortile, la signora Pina parlava con il marito.

«Io te lo dico, quella ragazza ci mette nei guai.»

Il signor Bellini, il padrone di casa, stava fumando vicino al portone.

«Amina, possiamo parlare?»

Lei si fermò.

«Domani devo lavorare presto.»

«Mi hanno detto delle moto. Io non voglio problemi nel mio stabile.»

«Non ci saranno problemi.»

«Lo spero. Perché se arrivano persone strane, io devo tutelare gli altri inquilini.»

Gli altri inquilini.

Come se lei e Sofia non lo fossero.

Come se la povertà rendesse sempre un po’ ospiti, mai davvero a casa.

Amina salì le scale.

Sofia correva nel corridoio con un disegno in mano.

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