Stavo per lamentarmi della vicina, poi la sua solitudine mi cambiò

Pensavo che, dopo otto mesi, avessimo trovato il nostro equilibrio.

Io, Teresa, i pop-corn del martedì, la camomilla del giovedì, i film vecchi che lei conosceva già a memoria e fingeva ogni volta di non ricordare come andavano a finire.

Pensavo che il peggio, per lei, fosse stato quel primo inverno da sola.

Mi sbagliavo.

La prima volta che capii che qualcosa non andava fu per via della televisione.

Non era alta.

Era spenta.

Erano le 21:40 di un giovedì.

Avevo appena appoggiato le chiavi sul mobile dell’ingresso quando mi resi conto che dal suo appartamento non arrivava niente. Nessuna voce, nessun brusio, nessun rumore di stoviglie, nessun passo leggero sul pavimento.

Solo silenzio.

Quel silenzio lì.

Quello che avevo imparato a riconoscere.

Presi la coperta dal divano quasi senza pensarci. Attraversai il pianerottolo e bussai piano, come facevo sempre.

“Niente film stasera?” dissi, abbastanza forte da farmi sentire.

Nessuna risposta.

Aspettai qualche secondo e bussai di nuovo.

“Teresa?”

Allora sentii il rumore della serratura.

La porta si aprì appena.

Lei era lì, ma non era la Teresa delle nostre serate. Non quella che si scusava per la camomilla troppo leggera. Non quella che si lamentava del presentatore del quiz perché parlava troppo veloce. Non quella che fingeva di non avere fame e poi mangiava metà dei miei pop-corn.

Aveva addosso lo stesso golfino di lana beige, ma sembrava più piccola del solito.

Più stanca.

Più lontana.

“Mi scusi,” disse subito. “Stasera non è giornata.”

Aveva gli occhi lucidi, ma non come chi ha appena pianto.

Come chi sta facendo di tutto per non cominciare.

Io rimasi sulla soglia.

“Si sente male?”

Lei fece un gesto vago con la mano. “No. È solo una sciocchezza.”

Le sciocchezze, a una certa età, sono quasi sempre le cose che fanno più male.

“Che è successo?”

Per un momento pensai che mi avrebbe detto di lasciar perdere. Che mi avrebbe regalato uno di quei sorrisi corti che gli anziani usano per proteggere la loro dignità quando stanno andando a pezzi.

Invece abbassò gli occhi e disse: “Domani sarebbe stato il nostro anniversario.”

Entrai senza chiedere altro.

In casa c’era odore di minestra riscaldata e poi lasciata lì.

Sul tavolino, accanto alla foto di matrimonio, c’era una scatola di latta aperta. Dentro c’erano fotografie, biglietti, due cartoline ingiallite e un mazzetto di fiori secchi legato con un nastrino scolorito.

Teresa si sedette piano sulla poltrona.

“Cinquantiquattro anni,” disse. “Anzi no. Cinquantatré veri. Il cinquantaquattresimo non l’abbiamo fatto in tempo.”

Non sapevo mai qual era la cosa giusta da dire in momenti così.

E col tempo avevo capito che, spesso, la cosa giusta non era dire. Era restare.

Mi sedetti sul divano.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi lei prese una fotografia dalla scatola e me la allungò.

“Questo era il giorno del viaggio di nozze,” disse.

Nella foto c’erano due ragazzi magri, vestiti bene ma non eleganti, con quella felicità un po’ incredula di chi non è abituato a ricevere molto dalla vita e all’improvviso si ritrova fra le mani qualcosa di enorme.

Lui aveva i capelli scuri e un sorriso storto.

Lei, giovanissima, guardava l’obiettivo come se stesse cercando di non ridere.

“Era bello,” dissi.

“Era testardo,” rispose lei. E per la prima volta sorrise davvero. “E russava come un trattore.”

Rimanemmo lì a guardare le fotografie una dopo l’altra.

Un pranzo di famiglia.

Una gita al lago.

Un Natale con una tovaglia a fiori.

Un balcone pieno di lenzuola.

Una vita normale.

E proprio per questo immensa.

A un certo punto Teresa prese una busta più piccola, piegata in quattro. La teneva in mano come se bruciasse.

“Non riesco a leggerla da sola,” disse piano.

“Che cos’è?”

“L’ultima lettera che mi ha scritto. Quella dell’ospedale. L’ho letta una volta sola.”

La stanza sembrò stringersi.

“Vuole che la legga io?”

Lei annuì, ma non mi guardò.

Aprii la busta con attenzione. La carta era sottile, la grafia incerta. Alcune parole tremavano, come se anche la mano che le aveva scritte sapesse di stare finendo il tempo.

Cominciai a leggere a bassa voce.

Non diceva cose straordinarie.

Era questo che la rendeva insopportabilmente vera.

Le chiedeva di ricordarsi di mangiare anche quando non aveva fame. Le diceva di non lasciare le piante sul balcone quando arrivava il freddo. Le chiedeva di non vergognarsi di chiedere aiuto. E poi, verso la fine, c’era una frase che mi fece fermare.

Se una sera la casa ti sembra troppo vuota, accendi pure la televisione. Ma promettimi che, se qualcuno busserà alla tua porta, aprirai.

Alzai gli occhi dal foglio.

Teresa si era portata una mano alla bocca.

“Non ricordavo quella parte,” sussurrò.

Io invece non riuscivo più a smettere di pensarci.

Perché a volte la vita ti mette davanti una coincidenza così precisa che quasi ti viene da guardarti intorno, come se qualcuno avesse sistemato le cose un attimo prima che tu arrivassi.

Lei si asciugò gli occhi con un fazzoletto piegato in quattro.

“Mi sento sciocca,” disse. “Alla mia età dovrei essere più forte.”

Scossi la testa.

“No. Alla sua età dovrebbe esserci più gente che bussa.”

Rimase zitta.

Poi abbassò lo sguardo sulle mani.

“Sa qual è la verità?” disse. “Che io non ho paura solo del silenzio. Ho paura di sparire. Di diventare una di quelle persone che, se per due giorni non si vedono, nessuno se ne accorge.”

Quelle parole mi restarono addosso.

Perché non avevano niente di teatrale.

Erano nude.

Ed era proprio per questo che facevano male.

Quella sera non guardammo nessun film.

Mangiammo due fette di crostata un po’ secca che lei teneva in cucina “per quando capita qualcuno”, e restammo a parlare fino a tardi. Lei mi raccontò del loro primo appartamento, del termosifone che perdeva, delle bollette contate fino all’ultimo, di quando per anni avevano fatto durare i soldi fino a fine mese con una precisione quasi militare.

Mi raccontò anche delle persone che all’inizio c’erano state.

I vicini che portavano una torta.

La cugina che telefonava ogni mattina.

Una signora del terzo piano che le aveva detto: “Per qualsiasi cosa, io sono qui.”

Poi, lentamente, la vita degli altri aveva ripreso velocità.

E lei era rimasta indietro.

Non per cattiveria di nessuno.

Che a volte è quasi peggio.

Perché quando nessuno ti ferisce di proposito, non sai nemmeno bene con chi prendertela.

Prima di andarmene, verso mezzanotte, le chiesi: “Domani che fa?”

Lei sollevò una spalla.

“Niente. Come sempre.”

“Bene,” dissi. “Allora facciamo una cosa che non facciamo mai.”

“Cioè?”

“Usciamo.”

Mi guardò come se avessi proposto di scappare in motocicletta.

“Io?”

“Sì, lei.”

“Per fare cosa?”

“Per non lasciare che il giorno del suo anniversario sia solo una data da attraversare stringendo i denti.”

Teresa mi fissò per qualche secondo, poi disse la frase che diceva sempre quando qualcosa la commuoveva troppo e non voleva farsene accorgere.

“Vedremo.”

Con Teresa, vedremo significava quasi sempre sì.

Il giorno dopo andai a bussare alle dieci e venti.

Ci mise un po’ ad aprire.

Quando lo fece, rimasi fermo con la mano ancora alzata.

Aveva indossato un cappotto scuro, una collana di perle piccole e un filo di rossetto che le stava leggermente storto.

Ma la cosa che mi colpì di più fu il profumo.

Leggerissimo.

Quasi sparito.

Come se lo avesse conservato per anni e usato solo in occasioni speciali.

“È troppo?” chiese subito, toccandosi il collo.

“No,” risposi. “È perfetto.”

Scendemmo le scale piano.

Fuori c’era una di quelle mattine fredde ma limpide, con il sole che non scalda abbastanza eppure riesce lo stesso a dare coraggio.

Camminammo fino a una piccola pasticceria all’angolo della via.

Non un posto elegante. Solo un locale semplice, con il vetro appannato e il bancone pieno di cose buone che fanno venire fame anche a chi dice di non averne.

Le tirai fuori la sedia.

Lei protestò.

Poi si sedette.

Prendemmo due caffè e una fetta di torta da dividere.

“Facevamo sempre così,” disse guardando il piattino. “Quando i soldi erano pochi, ma volevamo festeggiare lo stesso.”

“Funzionava?”

Lei sorrise. “Moltissimo. Quando una cosa la dividi, sembra sempre più grande.”

Restammo lì un’ora buona.

A un certo punto entrò una donna sui cinquant’anni, con una borsa della spesa e il viso di chi vive sempre di corsa. Passando vicino al nostro tavolo, si fermò di colpo.

“Teresa?”

Lei alzò la testa.

Per un attimo non la riconobbe.

Poi si portò una mano al petto.

“Lucia?”

Si abbracciarono con quella goffaggine vera delle persone che non si aspettavano più di rivedersi. Lucia era stata una vicina di pianerottolo di molti anni prima, quando lei e suo marito vivevano ancora in un altro quartiere.

Rimasero a parlare in piedi per dieci minuti buoni.

Io mi feci piccolo.

Ascoltai Teresa che, piano piano, cambiava voce.

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