Sua madre la nascose nello scantinato per salvare le apparenze, ma una voce dietro il muro cambiò tutto

Lo avevano dimenticato lì.

Premette il tasto laterale.

Niente.

Lo tenne premuto più a lungo.

Lo schermo si illuminò debolmente.

Giulia trattenne il fiato.

La batteria segnava uno per cento.

Nessun segnale compariva in alto.

«Ti prego», mormorò. «Ti prego, funziona.»

Conosceva a memoria un solo numero.

Quello di suo padre.

Lo aveva imparato quando aveva iniziato ad andare a scuola da sola.

Le dita tremavano tanto che sbagliò due volte.

Alla terza riuscì a scriverlo.

Premette il tasto verde.

Il telefono emise un suono debole.

Una volta.

Due volte.

Poi lo schermo diventò nero.

«No.»

Giulia schiacciò ancora i tasti.

«No, ti prego.»

Il telefono non si riaccese.

La bambina lo strinse contro il petto.

Poi lo lanciò contro il muro e scoppiò a singhiozzare.

«Era la mia unica possibilità!»

La sua voce riempì lo scantinato.

Per la prima volta non le importò che sua madre potesse sentirla.

Si accasciò sul pavimento e rimase lì, con il volto nascosto tra le braccia.

Dall’altra parte della regione, Marco Bellini fissava il proprio telefono.

Era seduto sul bordo di un letto in una pensione vicino alla stazione.

Sul tavolo c’erano contratti firmati, ricevute e una bottiglia d’acqua ancora chiusa.

L’accordo era stato concluso.

Quella mattina aveva stretto mani, ascoltato congratulazioni e firmato documenti che avrebbero garantito un futuro sicuro alla figlia.

Avrebbe dovuto essere felice.

Invece sentiva un peso nello stomaco.

Chiamava Giulia da cinque giorni.

Nessuna risposta.

Rachele gli aveva mandato soltanto messaggi brevi.

“Sta bene.”

“È a scuola.”

“Non vuole parlarti.”

Marco non le credeva.

La sua bambina poteva arrabbiarsi, tenere il broncio o rispondere male. Ma non avrebbe mai lasciato passare cinque giorni senza chiedergli delle frittelle a forma di stella.

Sul telefono comparve una chiamata persa.

Numero sconosciuto.

Durata: tre secondi.

Marco provò a richiamare.

Il numero risultava irraggiungibile.

Lo fece ancora.

E ancora.

Poi ascoltò il messaggio lasciato dalla segreteria automatica.

All’inizio sentì solo un fruscio.

Poi un respiro.

E una voce lontanissima.

«Papà…»

Marco si alzò così in fretta che la sedia cadde.

Riascoltò il messaggio.

Una volta.

Cinque volte.

Dieci.

Quella era Giulia.

Non aveva dubbi.

Chiamò Rachele.

Lei rispose dopo molti squilli.

«Sai che ore sono?»

«Dov’è Giulia?»

«Dorme.»

«Passamela.»

«Ti ho detto che dorme.»

«Svegliarla.»

Dall’altro lato calò il silenzio.

Marco sentì un tintinnio, forse una tazzina appoggiata sul tavolo.

«Stai diventando ridicolo», disse Rachele. «Hai scelto di partire. Adesso non fingere di essere il padre dell’anno.»

«Ho ricevuto una chiamata.»

«Da chi?»

«Da nostra figlia.»

La voce di Rachele esitò per una frazione di secondo.

Fu abbastanza.

«Torno a casa», disse Marco.

«Non osare presentarti qui in piena notte. La gente parlerà.»

Marco chiuse la chiamata.

Quelle ultime tre parole gli gelarono il sangue.

La gente parlerà.

Non “Giulia sta bene”.

Non “Ti sbagli”.

Soltanto la paura del paese.

Marco telefonò ai servizi di emergenza, spiegò la situazione e riferì il messaggio ricevuto.

Poi prese le chiavi e partì.

Nello scantinato Giulia si svegliò con un crampo allo stomaco.

Non sapeva di aver dormito.

Si mise seduta e respirò lentamente, come le aveva insegnato suo padre quando aveva paura durante i temporali.

Uno.

Due.

Tre.

Al piano di sopra sentiva la televisione accesa.

Sua madre stava guardando uno dei programmi che seguiva ogni sera, seduta sul divano con una coperta bianca sulle gambe.

Quell’immagine le fece più male della fame.

Rachele viveva normalmente.

Giulia, invece, stava scomparendo sotto i suoi piedi.

«Papà non si arrenderebbe», disse tra sé.

La frase le uscì roca.

Si aggrappò al muro e si alzò.

Le gambe tremavano, ma la sostennero.

Cominciò a spostare gli scatoloni.

Dietro l’ultimo, quasi nascosta dalla polvere, vide una piccola grata di ventilazione.

Era arrugginita e fissata con quattro viti.

Una vite mancava.

Giulia trascinò una cassetta di legno sotto la parete e ci salì sopra.

Infilò le dita tra le fessure.

Tirò.

La grata si mosse appena.

Tirò ancora.

Il metallo le graffiò le dita, ma non mollò.

«Il punto debole», sussurrò. «Devo trovare il punto debole.»

Una seconda vite cedette.

Dalla fessura entrò una corrente d’aria fresca.

Giulia avvicinò il volto.

Dall’altra parte del condotto sentì rumori lontani.

Una porta.

Un cane.

Forse una voce.

«Aiuto», sussurrò.

Nessuna risposta.

«Aiutatemi.»

Il condotto correva verso il muro esterno della casa, vicino al cortile della signora Teresa, una vedova di settantadue anni che abitava accanto ai Bellini da sempre.

Teresa era una donna minuta, con mani nodose e un udito che tutti in famiglia prendevano in giro.

«Sente soltanto quello che le conviene», diceva Rachele.

Quella notte Teresa non riusciva a dormire.

Era scesa in cucina per prepararsi una camomilla quando il suo vecchio cane aveva cominciato a fissare la parete del cortile.

Poi aveva abbaiato.

Una volta.

Due.

Teresa aveva aperto la finestra.

«Che ti prende?»

Il cane si era avvicinato alla grata bassa della casa accanto, annusando l’aria.

Teresa uscì con una vestaglia sopra il pigiama.

Si chinò.

All’inizio sentì soltanto un rumore simile al vento.

Poi una voce.

«Aiuto.»

Teresa rimase immobile.

«Chi c’è?»

Dall’interno arrivò un singhiozzo.

«Sono Giulia.»

La donna portò una mano alla bocca.

«Madonna santa… Giulia, dove sei?»

«Sotto casa.»

«Tua madre lo sa?»

Seguì un lungo silenzio.

Poi la risposta.

«È stata lei.»

Teresa non perse tempo.

Tornò in casa e chiamò i soccorsi.

Quando l’operatore le chiese se fosse sicura, lei guardò la casa dei Bellini, perfetta anche nel buio, con i gerani allineati sul davanzale.

«Sono sicura della voce di una bambina che chiede aiuto», disse. «E sono stanca di farmi convincere che le famiglie perbene non possano nascondere cose terribili.»

Rachele era in cucina quando udì un colpo provenire dalla parete.

Posò la tazza.

Il colpo si ripeté.

Tre volte.

Si alzò e attraversò il corridoio.

Un altro rumore arrivò dal basso.

Rachele impallidì.

Scese le scale rapidamente, aprì la porta dello scantinato e accese la luce.

Giulia era in piedi sulla cassetta, con le mani aggrappate alla grata.

«Che cosa stai facendo?»

La bambina si voltò.

Era debole, pallida, ma nei suoi occhi non c’era più soltanto paura.

«Ho chiamato papà.»

Rachele guardò il vecchio telefono a terra.

Poi vide la grata mezza staccata.

«Non è possibile.»

«Ha sentito la mia voce.»

«Stai mentendo.»

«Anche la signora Teresa mi ha sentita.»

Il volto di Rachele perse ogni colore.

Salì sulla cassetta e cercò di rimettere a posto la grata.

Giulia scese e si appoggiò al muro.

«Perché lo fai?»

«Tu non capisci.»

«Allora spiegamelo.»

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