E accendeva la lampadina.
«Perché lo fai?» le chiese una volta Cesare.
Lidia guardò Bruno, seduto con gli occhi verso la strada.
«Perché quando mio figlio lavorava al Nord, io lasciavo accesa la luce della cucina.»
«Ma tuo figlio sapeva dove tornare.»
«Anche questo cane lo sa.»
«Matteo potrebbe non tornare.»
Lidia rimase in silenzio.
Poi disse:
«Allora almeno Bruno non aspetterà al buio.»
Passarono tre inverni.
Il primo anno Bruno correva ancora fino al cancello ogni volta che sentiva un motore.
Il secondo anno si limitava ad alzarsi.
Il terzo sollevava soltanto la testa.
Conosceva i passi di tutti.
Quelli di Cesare, pesanti e trascinati.
Quelli di Lidia, piccoli e regolari.
Quelli del postino, veloci.
Quelli dei bambini che passavano per andare a scuola.
Ma non erano i passi che aspettava.
Ogni volta tornava a guardare la strada.
Matteo non sapeva quasi nulla di tutto questo.
Le lettere dal paese arrivavano male, le telefonate erano brevi e piene di silenzi.
Dario gli aveva detto che Bruno stava bene.
«È sistemato.»
Matteo aveva voluto credergli.
Quando chiedeva fotografie, Dario cambiava argomento.
«Appena passo da quelle parti.»
«Sono pieno di lavoro.»
«Sai com’è, con due figli.»
Matteo sapeva che qualcosa non tornava.
Ma era più facile rimandare.
Prima doveva finire il turno.
Prima doveva superare il mese.
Prima doveva riuscire a dormire una notte intera senza svegliarsi convinto di sentire un’esplosione.
Il tempo, quando si ha paura di guardarlo, diventa una scusa.
Poi arrivò il giorno del rientro.
Nessuna banda.
Nessuna cerimonia.
Un viaggio lungo, due autobus e un treno in ritardo.
Matteo non avvisò nessuno.
Non voleva abbracci organizzati, discorsi, fotografie o persone che gli dicessero quanto fosse stato coraggioso.
Non si sentiva coraggioso.
Si sentiva vuoto.
Scese alla piccola stazione del capoluogo sotto un temporale. Non c’erano taxi disponibili. Così percorse gli ultimi chilometri sul furgone di un uomo che consegnava cassette di verdura.
Poi camminò fino al paese.
La casa apparve dietro la curva come un ricordo lasciato a marcire.
Le persiane erano scolorite.
L’edera aveva coperto parte del muro.
Il cancello pendeva da un lato.
Ma la luce era accesa.
E sotto quella luce c’era Bruno.
Matteo lo teneva ancora stretto quando provò a rialzarsi.
Il cane ebbe una reazione immediata.
Scivolò sulle zampe, cercò di aggrapparsi ai suoi pantaloni e cominciò a tremare.
Matteo si fermò.
«Va tutto bene.»
Bruno spinse il corpo contro le sue gambe.
«Non me ne vado.»
Il cane non si calmò.
Matteo tornò in ginocchio.
Solo allora Bruno appoggiò di nuovo la testa sul suo petto.
In quel gesto Matteo sentì una verità dolorosa.
Bruno non aveva aspettato soltanto per fedeltà.
Aveva aspettato perché quella casa era l’ultimo posto in cui si era sentito al sicuro.
Aveva aspettato perché tutti gli altri luoghi gli erano sembrati provvisori.
Aveva aspettato perché non aveva capito la morte di Teresa, la partenza di Matteo, le porte chiuse, le voci degli estranei.
Non aveva avuto un altro posto dove andare.
Matteo gli passò una mano sul fianco.
Sentì le ossa.
Sentì cicatrici che non riconosceva.
Sentì il battito irregolare sotto il pelo bagnato.
«Che cosa ti hanno fatto?»
Una finestra si aprì dall’altra parte della strada.
Cesare comparve sotto la veranda con una giacca troppo leggera e una torcia in mano.
Guardò Matteo.
Guardò il cane.
Per un momento non disse nulla.
Poi attraversò la strada sotto la pioggia.
«Sei tornato.»
Matteo annuì.
«Perché nessuno mi ha detto che era qui?»
Cesare abbassò gli occhi.
«Qualcuno ha provato.»
«Chi?»
«Tua cugina ti ha scritto. Lidia ha telefonato due volte al numero che aveva. Dario diceva che ti avrebbe parlato.»
Matteo serrò la mascella.
«E voi lo avete lasciato tre anni su un portico?»
Cesare incassò la frase senza difendersi.
«Abbiamo fatto quello che sapevamo fare.»
«Potevate portarlo via.»
«Ci abbiamo provato.»
«Potevate insistere.»
«Lui tornava sempre.»
Matteo si alzò di scatto.
Bruno tentò di seguirlo, ma le zampe posteriori cedettero.
Non cadde con rumore.
Si afflosciò piano, come un sacco vuoto.
Matteo lo prese prima che battesse a terra.
«Bruno!»
Il cane respirava a fatica.
Le palpebre si chiudevano.
Cesare non fece domande.
«Il furgone è acceso. La clinica veterinaria notturna è nel paese grande.»
Matteo sollevò Bruno tra le braccia.
Era troppo leggero.
Un cane di quella taglia avrebbe dovuto pesare il doppio. Invece sembrava fatto di pelo bagnato, ossa e ostinazione.
Cesare aprì la portiera.
«Sali.»
Il viaggio durò venticinque minuti, ma a Matteo sembrò un’intera vita.
Ogni curva faceva scivolare il corpo di Bruno contro il suo petto.
Ogni volta il cane apriva gli occhi, cercava il viso di Matteo e poi li richiudeva.
Matteo ripeteva sempre le stesse parole.
«Sono qui.»
«Ti tengo.»
«Non vado via.»
Cesare guidava in silenzio.
Le mani stringevano il volante. I tergicristalli riuscivano appena a spostare l’acqua dal vetro.
A metà strada disse:
«Tua madre gli parlava di te ogni sera.»
Matteo non rispose.
«Gli diceva che saresti tornato.»
«Basta.»
«Dopo che lei è morta, quel cane ha continuato a crederci.»
«Ho detto basta.»
Cesare tacque.
Matteo abbassò il viso sul pelo di Bruno.
Non era rabbia contro Cesare.
Era vergogna.
Per anni aveva pensato di essere quello abbandonato. Quello che aveva perso la madre senza poterla salutare. Quello che tornava in una casa vuota.
Non aveva mai immaginato che, su quel portico, qualcuno avesse perso le stesse persone e non avesse nemmeno le parole per chiedere spiegazioni.
La clinica era piccola, con pareti bianche e luci troppo forti.
Una veterinaria uscì dalla sala appena vide il cane.
«Da quanto tempo è così?»
Matteo la guardò senza sapere cosa rispondere.
«Da troppo.»
Lo portarono via.
Gli misero una flebo.
Lo avvolsero in coperte calde.
Pulirono le ferite delle zampe.
Misurarono il battito.
Matteo rimase in piedi contro il muro, ancora fradicio.
Una giovane assistente gli offrì un asciugamano e una bevanda calda.
Lui prese soltanto l’asciugamano.
«Si sieda.»
«Sto bene.»
«Non sembra.»
«Ho detto che sto bene.»
La ragazza non insistette.
Cesare si sedette su una sedia di plastica. Aveva i pantaloni bagnati fino alle ginocchia.
Dopo quasi un’ora, Matteo gli chiese:
«Chi accendeva la luce?»
Cesare lo guardò.
«Lidia.»
«Ogni sera?»
«Ogni sera.»
«Anche d’inverno?»
«Anche con la neve.»
«Perché?»
Cesare inspirò lentamente.
«Diceva che nessuno dovrebbe aspettare al buio.»
Matteo abbassò gli occhi.
«Avreste potuto chiamarmi ancora.»
«Matteo, nessuno sapeva dove fossi davvero. Le lettere tornavano indietro. Tuo cugino diceva di non disturbarti.»
«Dario sapeva.»
«Sì.»
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