La cagna era già uscita tre volte dal capanno in fiamme, ma quando udì un quarto guaito tornò indietro: nessuno sapeva che quel cucciolo non era suo.
«Fermala! Il tetto sta cedendo!»
La voce di Paolo arrivò da dietro il getto d’acqua, ma ormai era tardi.
La cagna tigrata si era liberata dalle mani di Rosa e attraversava di nuovo l’erba bagnata, zoppicando. Le zampe le tremavano. Sul fianco sinistro il pelo era annerito e arricciato dal calore.
Davanti a lei, il vecchio capanno di legno dietro la cascina era diventato una parete di fumo.
Dietro di lei, sotto una coperta da cucina, c’erano tre cuccioli.
Lei li annusò un’ultima volta.
Uno.
Due.
Tre.
Poi alzò la testa.
Ne mancava uno.
Mi chiamo Chiara Donati. All’epoca avevo quarantasei anni, guidavo lo scuolabus tra tre paesi del Sannio e, quando serviva, davo una mano alla squadra volontaria antincendio della zona.
Quella mattina di marzo stavo andando al deposito prima dell’alba quando vidi una colonna di fumo salire dietro la casa di Rosa Ferri.
Rosa aveva sessantanove anni, era vedova da quasi dieci e viveva in una cascina che sembrava ferma agli anni Ottanta: la credenza di noce, le sedie spaiate, il telefono fisso vicino alla porta e le fotografie dei figli il giorno della comunione.
Da quando era morto suo marito, accoglieva cagne incinte, cani anziani e animali abbandonati che nessuno voleva tenere.
Diceva sempre: «Io non salvo nessuno. Ho solo un fienile vuoto e non so dire di no».
Quando entrai nel cortile, era scalza, con una vestaglia di lana e un asciugamano premuto sulla bocca.
«I piccoli», riuscì a dirmi. «Sono quattro.»
Non feci in tempo a raggiungere il capanno.
Dal fumo uscì la cagna con un cucciolo stretto delicatamente per la collottola.
Lo posò sull’erba.
Gli toccò il muso con il naso.
Poi si voltò e rientrò.
«No!» gridò Rosa.
Provai ad afferrarla, ma mi scivolò tra le mani.
Pochi secondi dopo sentimmo un colpo secco provenire dal tetto.
La cagna ricomparve con il secondo cucciolo, un maschietto color miele coperto di fuliggine ma ancora vivo.
Lo sistemò accanto al primo.
Annusò entrambi.
E tornò verso il fuoco.
Le sirene della nostra piccola squadra arrivarono dalla provinciale. Paolo, che coordinava l’intervento, saltò giù dal mezzo e fece stendere la manichetta.
«Quanti dentro?»
«Una madre. Due piccoli ancora.»
Poi lei uscì di nuovo.
Il terzo cucciolo le penzolava dalla bocca.
Questa volta camminava male.
La spalla sinistra era arrossata e senza pelo in alcuni punti. I baffi da un lato erano spariti. Ogni passo sembrava costarle più del precedente.
Posò il piccolo vicino agli altri.
E crollò.
Rosa le si buttò accanto.
«Basta, amore mio. Basta. Li hai presi.»
La cagna ansimava con il petto schiacciato contro l’erba.
Paolo si avvicinò con una coperta bagnata mentre noi cercavamo di contenere l’incendio.
Per qualche secondo pensai davvero che fosse finita.
Poi, da dentro, arrivò un suono.
Debole.
Quasi coperto dal crepitio del legno.
Un guaito.
La cagna sollevò la testa.
Rosa impallidì.
«No. No, tesoro. Tu non ci torni.»
Il guaito si ripeté.
La cagna guardò il capanno.
Poi guardò la coperta.
Annusò in fretta i tre corpicini.
Uno.
Due.
Tre.
Non si era sbagliata.
Ce n’era ancora uno.
Tentò di alzarsi. Le zampe anteriori cedettero e finì contro le ginocchia di Rosa.
Rosa le strinse il collare con entrambe le mani.
«Non puoi. Hai capito? Non puoi.»
La cagna tirò.
Non con rabbia.
Non in preda al panico.
Con una determinazione che fece smettere di parlare tutti.
Rosa cominciò a piangere.
Poi aprì le dita.
La cagna attraversò il cortile sulle zampe ferite e scomparve nel fumo per la quarta volta.
Noi provammo ad avanzare, ma una parte del tetto si abbassò vicino all’ingresso e ci costrinse indietro.
Dieci secondi.
Venti.
Il guaito cessò.
Rosa fece un suono che non dimenticherò mai.
Paolo mi prese per la spalla mentre cercavo di avvicinarmi.
«Chiara, lì sotto non ci possiamo andare.»
Fu allora che vedemmo qualcosa muoversi quasi rasoterra.
Prima un’ombra.
Poi un muso.
La cagna uscì trascinandosi, con in bocca il più piccolo dei quattro: nero, con una sottile striscia bianca sul naso.
Raggiunse l’erba.
Lo posò accanto agli altri.
Poi li controllò uno per uno.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Solo allora si lasciò cadere su un fianco.
Non tentò più di rialzarsi.
Avvolgemmo la madre in una coperta umida e Rosa raccolse i cuccioli vicino alla parte del suo corpo meno ferita.
La cagna aprì gli occhi e sfiorò con il naso proprio l’ultimo arrivato.
Erano tutti vivi.
La portammo in una clinica veterinaria della provincia insieme ai piccoli.
Le ustioni alle zampe, alla spalla e al fianco erano serie. Aveva respirato molto fumo e i veterinari ci dissero che la prima notte sarebbe stata decisiva.
Rosa rimase seduta su una sedia di plastica nel corridoio fino all’alba.
Io le portai un caffè dalla macchinetta.
Lei lo tenne in mano senza berlo.
«Sai la cosa che nessuno sa?» mi disse.
Scossi la testa.
Rosa guardò attraverso il vetro della stanza dove i cuccioli dormivano in una culla riscaldata.
«Quello piccolo. Quello con la riga bianca. Non è figlio suo.»
Dodici giorni prima dell’incendio, qualcuno aveva trovato quel cucciolo da solo dentro una scatola di cartone, vicino a un distributore sulla statale.
La madre non era stata trovata.
Il piccolo era freddo, debole e troppo giovane per mangiare da solo.
Il gruppo di volontari che collaborava con Rosa le aveva telefonato.
«La tua cagna sta allattando. Possiamo provare?»
Non c’erano garanzie.
La cagna era arrivata da Rosa tre settimane prima, magra, diffidente, con il ventre basso e lo sguardo di chi controlla sempre dove sia la porta.
Nessuno sapeva da dove venisse.
Nessuno conosceva il suo nome.
Per i moduli, Rosa l’aveva chiamata Mora.
Il nome, però, non le era mai sembrato giusto.
Mora faceva pensare a qualcosa di dolce.
Quella cagna era seria.
Osservava le mani prima di fidarsi. Mangiava in fretta, come se qualcuno potesse toglierle la ciotola. Se sentiva un motore fermarsi nel cortile, alzava subito la testa.
La prima notte si nascose sotto un banco da lavoro.
Rosa lasciò una ciotola a due metri di distanza e si sedette sul pavimento con una vecchia rivista di ricette.
Non cercò di toccarla.
Lesse ad alta voce una ricetta di coniglio alla cacciatora, poi una crostata di amarene, poi la pubblicità di un materasso.
Verso mezzanotte, la cagna uscì.
Mangiò.
Il mattino dopo seguì Rosa nel piccolo ricovero di legno dietro la cascina, preparato per le cucciolate.
C’erano pavimento lavabile, coperte pulite e una lampada per il calore.
Sei giorni dopo partorì tre cuccioli.
Una femmina tigrata, che Rosa chiamò Lilla.
Un maschio color miele, Nino.
E una femmina nera con le zampette bianche, Mia.
La madre li pulì uno per uno.
Li tirò vicino al ventre.
Non toccò cibo finché Rosa non le mise la ciotola accanto.
Da quel giorno sviluppò un’abitudine che fece sorridere Rosa.
Prima di addormentarsi, li annusava tutti.
Uno.
Due.
Tre.
Se uno si allontanava, lo riportava al centro.
Se Rosa ne prendeva uno per cambiare la coperta, la cagna seguiva ogni gesto con gli occhi.
Poi arrivò il cucciolo trovato nella scatola.
Era più piccolo degli altri.
Rosa lo avvolse in un asciugamano e si sedette accanto alla cuccia, pronta a intervenire.
La madre si alzò.
Annusò l’asciugamano.
Annusò il piccolo.
Poi lo prese delicatamente in bocca, lo sistemò tra Lilla e Nino e cominciò a leccargli il muso.
Quando lui cercò il latte, spostò una zampa per fargli spazio.
Tutto qui.
Nessun dubbio.
Nessuna distinzione.
Da quella sera il conto cambiò.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Rosa chiamò il nuovo arrivato Tito.
Nei dodici giorni successivi, Tito rimase il più minuto ma anche il più ostinato. Doveva farsi strada tra gli altri per mangiare e spesso finiva schiacciato sotto una pancia o una zampa.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





