Il giorno dopo aver aperto la cassaforte di papà, quando pensavamo che la sua ultima lezione fosse già tutta lì, sentimmo bussare alla porta dell’officina. Non era un colpo forte: era il bussare di chi conosce quella soglia da una vita e non vuole disturbare.
Aprii io. Davanti avevo la signora Ada, la vicina del casale più in basso, una donna piccola e ossuta con le mani sempre un po’ impastate di terra e sapone. Teneva fra le braccia una scatola di legno legata con lo spago, come si faceva una volta.
«Matteo…» disse, e la voce le tremò appena. «Scusami. Non volevo venire oggi. Ma tuo padre mi ha fatto promettere che… se succedeva… dovevo portarvi questa.»
Marco, dietro di me, alzò gli occhi come se avesse già un treno da prendere. Luca, ancora in tuta e con i capelli spettinati, si avvicinò piano, come un cane diffidente che però ha voglia di farsi accarezzare.
«Che cos’è?» chiese Luca.
Ada appoggiò la scatola sul banco da lavoro, proprio nel punto dove papà lucidava i cassetti fino a farli brillare come se dentro ci fosse il sole. Sciolse lo spago con dita lente e sicure, poi sollevò il coperchio. Dentro c’era un vecchio torchio da tavolo, tutto ferro e legno, con una manovella spezzata e la vite bloccata da ruggine.
«Questo lo usavamo alla vendemmia, quando eravamo ragazzi,» disse Ada. «Lo teneva tuo padre per la sagra del paese. Diceva sempre: “Quest’anno lo rimetto a posto. Quest’anno lo faccio girare come deve.”»
Marco fece un mezzo sorriso amaro. «La sagra?»
Ada lo guardò dritto negli occhi, senza cattiveria. «Sì, figliolo. Quella roba che tu chiami “perdita di tempo” e che per noi è il modo di ricordarci che non siamo soli. Tuo padre… lui non ci veniva solo per il vino. Ci veniva perché la gente lo salutava come si saluta uno che ti ha rimesso in piedi una sedia e pure una giornata storta.»
Io appoggiai una mano sul torchio. Il ferro era freddo e ruvido, ma sotto la ruggine si sentiva ancora la precisione di un lavoro fatto bene. In mezzo alla scatola, piegato in due, c’era un foglio.
Lo aprii. Era la calligrafia tremolante di papà, quella che avevo imparato a decifrare come si decifra una mappa.
«Se state leggendo, vuol dire che avete aperto la mia cassaforte. Bravi. Adesso fate l’altra cosa difficile: riparate ciò che serve agli altri, non solo ciò che serve a voi. Il torchio è capriccioso: se lo forzate, si spezza. Se lo ascoltate, torna a cantare. Tre mani, un solo ritmo.»
Marco sbuffò, ma era uno sbuffo diverso dal giorno prima. Non era disprezzo. Era paura di sentire qualcosa che non voleva sentire.
«Io davvero…» iniziò.
«No,» disse Luca, piano. «Non “io”. Non oggi.»
Io guardai Marco. «Hai detto che dovevi tornare a Milano stasera. Ma se papà ci ha lasciato una pista dove atterrare, magari per una volta puoi atterrare qui.»
Marco abbassò lo sguardo sul suo telefono, che aveva già vibrato due volte. Poi lo infilò in tasca come si infila via una lama. «Quanto tempo ci vuole?»
Ada alzò le spalle. «Tuo padre diceva sempre che le cose buone non si misurano in ore.»
Portammo il torchio sul banco grande. Luca si mise a osservare la vite bloccata con un’attenzione che non gli vedevo da anni, da quando era ragazzino e smontava le radio per capire dove stava la musica. Marco, che fino a quel momento aveva avuto mani da tastiera e non da officina, si avvicinò come se avesse paura di sporcarsi, ma non arretrò.
«La vite è grippata,» dissi. «E la manovella è spezzata qui. Papà avrebbe rifatto il pezzo in ferro, ma con la sua mano… non ce l’avrebbe fatta.»
Luca passò un dito sul legno, annusò come faceva papà. «Il legno è buono. È solo stanco. Come noi.»
Marco lo guardò di traverso, ma senza veleno. «Tu e le tue frasi.»
«E tu e le tue fughe,» rispose Luca. Poi inspirò forte, come se decidesse di non lanciare la pietra. «Dai. Facciamolo.»
Smontammo con calma, senza fretta e senza violenza. Il torchio sembrava resistere apposta, come se ci mettesse alla prova, e ogni volta che uno di noi spingeva troppo, il ferro faceva un gemito secco e ci obbligava a fermarci.
«Piano,» dissi. «Ascoltate. È come la cassaforte.»
Marco serrò la mascella. «Non pensavo che mio padre…» Si fermò. La frase gli si spezzò in bocca come la manovella.
Luca non lo incalzò. Gli mise davanti una chiave inglese. Un gesto semplice, quasi niente, ma dentro c’era una tregua.
A metà mattina, Ada ci portò tre tazze di caffè scuro e un piattino di cantucci. Li appoggiò sul banco senza dire nulla, come faceva mamma. E in quell’odore di caffè e ferro, mi venne un nodo in gola che non avevo il coraggio di sciogliere.
Marco guardò la tazza. «Non ricordavo che qui il caffè sapesse così.»
«Perché qui non lo bevevi mai,» disse Luca, e per la prima volta non c’era accusa. C’era solo un fatto.
Quando arrivò il momento di rifare la manovella, Marco si irrigidì. «Io non so fare queste cose.»
«Papà diceva che nessuno nasce imparato,» risposi. «E poi non devi farla da solo.»
Luca prese un pezzo di ferro, lo appoggiò sul banco e con un gesso tracciò una curva. «La manovella deve stare bene in mano. Deve essere quasi… una nota. Se è scomoda, ti viene voglia di mollare.»
Marco guardò quel segno bianco sul ferro come se fosse un grafico incomprensibile. Poi si avvicinò e posò la mano sopra la traccia. «Così?»
«Sì,» disse Luca. «Così. Vedi che ci sei.»
Verso mezzogiorno, il telefono di Marco vibrò di nuovo, insistente. Lui lo tirò fuori, lesse, e per un istante tornò quello di prima: l’uomo che misura tutto in minuti e soldi e doveri.
«Devo rispondere,» disse, e la voce gli si fece dura.
Io mi asciugai il sudore con l’avambraccio. «Rispondi. Ma poi rimetti giù e torna qui.»
Marco esitò. Uscì un attimo fuori dall’officina, sotto il sole pallido di gennaio che scaldava appena. Lo vedevamo dalla finestra: camminava avanti e indietro, una mano nei capelli, l’altra col telefono all’orecchio.
Luca si sedette sullo sgabello. «Se ne va.»
«Non lo so,» dissi.
Passarono due minuti. Poi tre. Infine Marco rientrò. Il telefono era spento.
«Che hai fatto?» chiesi.
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