A 12enne chiuso in cella disse di poter decifrare il foglio che aveva terrorizzato tutti… e il maresciallo capì troppo tardi che quel messaggio parlava proprio di lui.
«Quel foglio lo leggi tu?»
La voce del maresciallo Matteo Rinaldi rimbombò nella stanza come uno schiaffo.
Aveva appena sbattuto il foglio sul tavolo di metallo dell’ufficio, sotto la luce fredda del commissariato di provincia, e per un attimo si girarono tutti. Gli agenti. Il piantone. Perfino la donna delle pulizie che passava nel corridoio con il secchio.
Sul foglio non c’erano parole normali.
C’erano segni strani, duri, precisi. Non sembravano scarabocchi. Non sembravano disegni. Sembravano pensati da qualcuno che voleva farsi capire… ma non da chiunque.
Matteo ne aveva viste tante.
Messaggi in codice tra spacciatori. Biglietti lasciati per intimidire. Frasi scritte per confondere le indagini. Ma quella roba era diversa. Gli metteva addosso una sensazione brutta, di quelle che non sai spiegare ma che ti scavano nello stomaco.
«Chiamate qualcuno,» disse secco. «Uno bravo davvero. Non mi interessa da dove arriva. Università, centro studi, esperti privati. Voglio sapere che cosa c’è scritto. Subito.»
L’agente più giovane si avvicinò, strizzando gli occhi.
«Non sembra russo. Non sembra arabo. Non sembra niente che io abbia mai visto.»
Poi, dalla cella in fondo al corridoio, arrivò una voce calma.
«Posso leggerlo io.»
Per un secondo si fermò tutto.
Il neon che vibrava. La radio accesa alla centrale. I passi in corridoio. Perfino il respiro di Matteo gli parve più forte.
Si voltò piano.
Dietro le sbarre c’era un ragazzino.
Dodici anni, forse tredici al massimo. Magro, felpa scura, cappuccio abbassato sulla fronte. Le mani appoggiate sulle ginocchia, composte come quelle di un alunno in attesa di essere interrogato a scuola.
Matteo rise, ma fu una risata secca, nervosa.
«Smettila con queste sciocchezze.»
Il ragazzo non batté ciglio.
Non fece il brillante. Non sorrise. Non abbassò lo sguardo.
Fissava il foglio.
E fu proprio quello a far venire un brivido a Matteo. Perché i millantatori parlano troppo. Quello, invece, sembrava uno che sapeva davvero qualcosa.
Due ore prima nessuno, in quella caserma, aveva mai sentito il suo nome.
La pattuglia l’aveva trovato poco dopo mezzanotte, nella zona dei capannoni dismessi vicino al fiume, fuori Parma. Una segnalazione banale: possibile intrusione, forse ragazzini, forse ladri di rame.
Invece no.
C’era solo lui.
Da solo, immobile, davanti alla rete arrugginita, con lo sguardo fisso verso l’acqua nera del canale, come se aspettasse qualcuno. O qualcosa.
Niente documenti.
Niente telefono.
Niente zaino.
Quando gli avevano chiesto chi fosse, aveva risposto senza esitazione:
«Mi chiamo Elia Conti.»
Lo avevano controllato.
Niente.
Nessuna denuncia. Nessuna segnalazione di scomparsa. Nessun fascicolo scolastico trovato nei controlli rapidi che potevano fare in piena notte. Nessuna traccia utile. Come se quel ragazzino fosse sbucato dal nulla.
E già quella cosa non era normale.
Ormai tutti lasciano tracce. Una tessera, una visita medica, una foto, una registrazione, qualcosa. Elia invece sembrava pulito in modo innaturale. Non invisibile per caso. Invisibile apposta.
Matteo, in un’altra notte, avrebbe aspettato la mattina.
Avrebbe chiamato i servizi sociali, fatto due verifiche in più e basta.
Poi era arrivato il foglio.
Lo avevano trovato sotto una panchina a tre isolati dal commissariato, fissato col nastro adesivo nella parte inferiore della seduta. Nessuna impronta. Nessun segno utile. Solo quei simboli assurdi e, in basso, una frase scritta in italiano chiaro:
AVETE VENTIQUATTRO ORE.
Da quel momento non era più stato un turno qualunque.
Il vicequestore aveva fatto chiudere le porte. Tutti dentro. Nessun permesso. Nessuna uscita se non autorizzata.
Adesso Matteo era lì, davanti alla cella, con quel ragazzino che parlava come se stesse aspettando da ore proprio quel momento.
«Tu sapresti leggerlo?» chiese, incrociando le braccia.
Elia fece un piccolo cenno con la testa.
«Non è una lingua.»
Matteo fece una smorfia.
«E certo. E cos’è allora?»
«Un codice a strati. Tre sistemi messi insieme. Uno molto vecchio. Uno moderno. Uno costruito apposta.»
L’agente Cesare, accanto a Matteo, si irrigidì.
«Vuoi dire che è un messaggio cifrato?»
«Sì,» rispose Elia. «Ma non è solo un messaggio. È un avvertimento. E anche una prova.»
Matteo si avvicinò alle sbarre.
«Una prova per chi?»
Elia esitò quel tanto che bastò a farsi notare.
«Per voi. Ma soprattutto per lei.»
Quelle ultime due parole caddero pesanti.
Matteo lo guardò fisso.
«Adesso basta. Vuoi fare il genio? Dimmi che cosa c’è scritto.»
Elia si sporse appena in avanti.
«Non posso ancora.»
Matteo alzò un sopracciglio.
«Ah no?»
«Manca la seconda pagina.»
Il silenzio che seguì fu peggiore di una discussione.
Matteo si voltò verso il tavolo. C’era un solo foglio. Perfetto. Senza strappi. Senza segni che facessero pensare a un allegato o a una pagina tolta.
«Non esiste una seconda pagina.»
Elia lo guardò come si guarda qualcuno che non ha capito una cosa semplice.
«Allora siete già in ritardo.»
Matteo scattò.
«Controllate l’ufficio accettazione, l’archivio, i reperti, tutto! Muovetevi!»
Cesare partì di corsa.
Matteo tornò verso la cella e si abbassò fino ad avere gli occhi all’altezza di quelli del ragazzo.
«Adesso mi spieghi come fai a saperlo.»
Elia non parve spaventato. Anzi, sembrava quasi incuriosito da lui.
«Perché chi ha scritto quel messaggio non lascia mai niente a metà.»
«E tu questo come lo sai?»
«Perché li conosco.»
Matteo sentì un nodo salire nello stomaco.
Cinque minuti dopo Cesare tornò, pallido come un lenzuolo.
«Non c’è niente. Nessuna seconda pagina.»
Elia abbassò gli occhi per un attimo.
«Allora è peggio.»
«Perché?» chiese Matteo.
«Perché la seconda pagina non era un foglio.»
Matteo strinse la mascella.
«E cos’era?»
Elia alzò lo sguardo.
«Lei.»
In quel preciso istante le luci tremarono.
Solo una volta.
Eppure a Matteo sembrò che l’intero edificio avesse trattenuto il fiato.
«Parla chiaro.»
«Vi stanno osservando,» disse Elia con una calma inquietante. «Vogliono vedere come reagite. Chi chiamate. Quanto ci mettete a capire. Che cosa nascondete.»
«Chi?»
«Quelli che sanno già qual è la sua prossima mossa.»
Prima che Matteo potesse rispondere, la voce del vicequestore gracchiò dall’altoparlante interno.
«Rinaldi. Sala riunioni. Adesso.»
Matteo fece mezzo passo indietro.
Elia aggiunse, sottovoce:
«Farebbe bene a sbrigarsi.»
«Perché?»
«Perché il tempo non è ventiquattro ore intere. È meno. E loro hanno già cominciato.»
La sala riunioni era piccola, chiusa, soffocante.
Sul tavolo c’erano fotografie stampate in fretta. Mappe. Immagini satellitari. Nomi cancellati con il pennarello rosso. Roba che in un commissariato di provincia non avrebbe mai dovuto arrivare.
Il vicequestore Sergio Bellini parlò senza girarci intorno.
«Sono coinvolti più uffici, in modo non ufficiale.»
Matteo lo fissò.
«E allora perché il fascicolo è qui?»
Bellini gli spinse davanti una fotografia vecchia, sbiadita sui bordi.
Quando Matteo la vide, sentì il sangue gelarsi.
Era lui.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





