Un ragazzino scalzo si lancia nel fiume per salvare uno sconosciuto in giacca e cravatta: poi la città resta muta

Un ragazzino scalzo si lancia nel fiume per salvare uno sconosciuto in giacca e cravatta: poi la città resta muta

Un ragazzino scalzo si è buttato nel fiume per salvare un uomo in giacca e cravatta… senza sapere chi fosse: quello che è successo dopo ha zittito un’intera città

«Ma siete pazzi?! Non si butta nessuno!»

La gente urlava sul ponte, ammassata come al mercato il sabato mattina, ma nessuno muoveva un dito.

Qualcuno alzava il telefono, qualcuno si tappava la bocca.

E in mezzo a tutto quel rumore, io vedevo solo una cosa.

Un uomo.

Un uomo in completo scuro.

Che annaspava nell’acqua marrone del fiume, con gli occhi spalancati e la bocca piena di paura.

La sua cravatta galleggiava come un serpente.

Le scarpe lucide facevano lampi prima di sparire sotto.

«Aiuto…!» riuscì a sputare, e poi andò giù.

Un secondo.

Due.

Tre.

E la folla, ferma.

Come se aspettasse che fosse “qualcun altro” a fare la cosa giusta.

Io non ho aspettato.

Ho mollato il sacco di plastica che mi tagliava la spalla e ho corso.

Scalzo.

Senza pensarci.

Perché quando uno sta affogando, non ti chiedi se è ricco o povero.

Ti chiedi solo se arriva vivo a domani.

Mi chiamo Aureliano De Luca e quel giorno avevo dodici anni.


Il fiume, a Bari, non è bello come nelle cartoline.

Non profuma.

Non luccica.

È acqua che scorre lenta e sporca, con canne, rifiuti, bottiglie, pezzi di plastica che si incastrano tra i sassi.

Io ci andavo spesso.

Non per giocare.

Per lavorare.

Raccoglievo quello che potevo: bottiglie, lattine, ferro vecchio.

Qualcosa lo rivendevo a un tizio che stava dietro l’area dei capannoni.

Qualcosa lo barattavo al mercato: una mela, un pezzo di pane, un trancio di focaccia quando il venditore era di buon cuore.

La mia maglietta era strappata sulla spalla.

I pantaloni mi stavano larghi.

La pelle scura di sole, le ginocchia sempre sbucciate.

E non avevo scarpe.

Non da mesi.

Perché quando non hai una casa, le scarpe sono un lusso.

E quando piove, sono un ricordo.


Tre mesi prima era morta nonna Speranza.

Sì, si chiamava davvero così.

E io ancora non sapevo se fosse un regalo o una presa in giro della vita.

Lei mi aveva cresciuto come poteva.

In un bilocale vecchio, al terzo piano senza ascensore, con il corridoio stretto e la cucina sempre piena di odori buoni.

Sugo la domenica.

Caffè la mattina.

Menta e limone quando avevo la febbre.

Lei mi dava le regole, poche ma chiare.

«Aurelì… la povertà non è una colpa. Ma la dignità, quella sì che è una scelta.»

Me lo diceva mentre mi sistemava i capelli con le dita, come se stesse mettendo a posto il mondo.

«Se devi guadagnare un euro, fallo pulito. Anche se ti costa fatica.»

Quando se n’è andata, il mondo non è rimasto in piedi.

I parenti non li ho visti.

O forse non volevano vedermi.

E io sono diventato uno di quei ragazzini che la gente guarda di sfuggita, come se fosse colpa tua rovinargli la giornata.

Dormivo dove capitava.

Panchine.

Portici.

Angoli dove non ti buttano via.

E ogni mattina mi svegliavo con la stessa frase in testa.

Dignità.

Dignità.

Dignità.


Quel giorno, prima del ponte, era iniziato come tutti.

Il sole picchiava.

L’asfalto tremava.

E io stavo vicino al fiume a tirare fuori una bottiglia incastrata tra le canne.

Canticchiavo una canzone che nonna Speranza cantava quando cucinava.

Non era una canzone famosa.

Era una di quelle cose che ti inventi per non sentirti solo.

E poi…

Quel rumore.

Grida.

Un vociare di panico.

Ho alzato la testa.

Sul ponte c’era gente.

Tanta.

E indicavano l’acqua.

Ho visto un uomo in giacca e cravatta, come quelli che vedi in televisione, che cercava di stare a galla come un sasso che finge di essere un pezzo di legno.

Il completo si era riempito.

Lo tirava giù.

Lui si dimenava, ma non era una lotta.

Era disperazione.

E quando un adulto fa quella faccia lì, tu capisci che non sta recitando.

Che non è un film.

È vita vera.

«Chiamate qualcuno!» urlò una donna.

«Non buttatevi!» urlò un altro.

«Sta affogando!» urlò un vecchio con la voce rotta.

Eppure nessuno si muoveva.

Qualcuno filmava.

Qualcuno commentava.

Qualcuno restava pietrificato.

Io ho mollato tutto.

E ho corso.


«Ragazzo, fermati!»

Non so chi lo disse.

Forse un uomo grande con la pancia e la faccia rossa.

Forse uno che aveva paura di sentirsi in colpa.

Io non ho risposto.

Perché se ti fermi a rispondere, perdi tempo.

E il tempo, in acqua, costa vite.

Sono arrivato al bordo del fiume.

Ho visto l’uomo andare giù ancora.

Ho sentito il colpo del panico in gola.

E mi sono buttato.

L’acqua era più fredda di quanto pensassi.

Ti prende come uno schiaffo.

Ti toglie il respiro.

E per un attimo, giuro, ho pensato: “E se non ce la faccio?”

Ma poi ho visto la sua mano.

Che spuntava e spariva.

Come una richiesta d’aiuto che nessuno voleva accettare.

Ho nuotato come mi aveva insegnato un pescatore una volta, quando ero più piccolo.

Braccia lunghe.

Testa bassa.

Calci forti.

L’uomo mi ha visto e ha cominciato a dimenarsi ancora di più.

In quel momento l’affogato non ragiona.

Ti afferra.

Ti tira giù.

Vuole vivere.

Non vuole “salvare anche te”.

E infatti mi è venuto addosso come un peso morto.

Mi ha agguantato la spalla.

Mi ha schiacciato.

Ho ingoiato acqua.

Ho sentito la paura esplodere nelle orecchie.

Ma non l’ho mollato.

L’ho preso da dietro, come avevo visto fare ai bagnini.

Un braccio sotto il petto.

Testa lontana dalla sua bocca.

E ho iniziato a tirare.

Piano.

Piano.

Ogni metro sembrava una salita.

Il suo completo era una zavorra.

Io ero un ragazzino secco.

Eppure, metro dopo metro, l’acqua diventava meno profonda.

I piedi hanno toccato il fango.

Uno scivolava.

L’altro cercava un appiglio.

E finalmente siamo arrivati dove si poteva camminare.

L’ho trascinato fino al bordo.

Lui è crollato.

Ha tossito come se volesse sputare via il fiume intero.

La cravatta penzolava.

L’orologio dorato brillava sotto il sole, pieno di gocce.

Io mi sono seduto nel fango, tremando.

Respiravo come un cane dopo una corsa.

E la folla, improvvisamente, si è svegliata.

Applausi.

Urla.

«Bravo!»

«Madonna santa!»

«Hai visto?!»

Telefoni puntati.

Video.

Commenti.

Io guardavo quell’uomo e basta.

Perché l’unica cosa che mi importava era vederlo aprire gli occhi.


Dopo pochi secondi sono arrivati due uomini di corsa.

Non erano poliziotti.

Erano troppo… “precisi”.

Camicia attillata.

Auricolare.

Scarpe perfette.

Guardie.

«Dottore! Dottore!» gridarono.

Lo sollevarono come fosse vetro.

Uno gli mise una giacca sulle spalle.

L’altro guardava intorno, nervoso.

«Chi ha fatto questo?» disse.

La folla indicò me.

Io.

Il ragazzino scalzo con le ginocchia sbucciate.

L’uomo in completo, ancora piegato, mi guardò.

E in quello sguardo non c’era rabbia.

Non c’era disgusto.

C’era shock.

E qualcosa di più.

Una specie di vergogna.

Come se si fosse accorto, tutto insieme, di quanto era vicino a sparire.

«Tu…» disse con la voce roca. «Tu mi hai tirato fuori.»

Io ho alzato le spalle.

«Stavi affogando.»

Una delle guardie gli sussurrò qualcosa all’orecchio.

Un nome.

E io lo sentii.

Perché in città i nomi importanti li conoscono anche i muri.

«È l’ingegner Alberto Verri…»

Mi si gelò lo stomaco.

Non perché fosse famoso.

Ma perché lo avevo visto ovunque.

Manifesti.

Giornali.

Spot locali.

Era uno di quelli che “contano”.

Uno che aveva messo le mani in mezza città.

Cantieri.

Palazzi.

Strade.

«Come ti chiami, ragazzo?» mi chiese lui, fissandomi come se volesse ricordarsi ogni dettaglio.

«Aureliano… Aureliano De Luca.»

Lui ripeté il nome piano, come fosse una promessa.

«Aureliano De Luca. Io… io non lo dimentico.»


Pensavo finisse lì.

Un applauso.

Qualche video.

Due frasi dette bene.

E poi io di nuovo al fiume, con il mio sacco.

La città ha memoria corta, quando si tratta dei poveri.

E invece…

Due giorni dopo ero al mercato, vicino a via Sparano, a dare una mano a un fruttivendolo.

Non mi pagava tanto.

Mi dava da mangiare.

E a volte mi lasciava mettere in tasca due euro.

Stavo portando una cassetta di arance quando un’auto nera si fermò di colpo vicino al marciapiede.

Non era un taxi.

Non era un’auto normale.

Era silenziosa, lucida, come quelle che vedi solo nei matrimoni ricchi.

Scese un uomo in giacca e cravatta.

Mi guardò.

«Sei tu Aureliano De Luca?»

Io mi irrigidii.

Ho imparato a diffidare.

Per strada, quando ti chiamano per nome, raramente è una cosa buona.

«Sì.»

Lui annuì.

«L’ingegner Verri vuole parlarti. Adesso.»

Il fruttivendolo mi guardò spaventato.

Come se pensasse che avessi combinato qualcosa.

Io invece avevo solo un dubbio in testa.

“Che cosa vuole uno così da uno come me?”


Mi ritrovai in un ufficio così alto che mi faceva girare la testa.

Non era un palazzo “normale”.

Era uno di quei posti dove l’aria è sempre fresca e nessuno alza la voce.

Dietro le vetrate si vedeva Bari come un tappeto.

Il mare, lontano, sembrava un pezzo di vetro.

Lui era seduto.

Ma quando mi vide si alzò.

E quella cosa mi colpì.

Perché di solito gli uomini importanti non si alzano per un ragazzino.

«Vieni qui.»

Mi indicò una sedia.

Io non mi sedetti subito.

Avevo paura di sporcarla.

Lui lo capì.

Sospirò.

«Non ti preoccupare. È solo una sedia.»

Poi prese una busta e la mise sul tavolo.

«Sai cos’è?»

Io scossi la testa.

Lui me la spinse verso le mani.

Dentro c’era un foglio con un timbro.

E parole che non avevo letto da tempo.

Scuola.

Iscrizione.

Materiale.

Mensa.

Uniforme.

Tutto pagato.

Una borsa di studio.

Io fissavo quel foglio come se fosse una magia.

«Perché… perché lo fai?» riuscii a dire.

Lui non rispose subito.

Si girò verso la finestra, come se stesse parlando a qualcuno che non c’era.

«Perché l’altro giorno… io non sono caduto e basta.»

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