Nei paesi dove passavamo, la gente cominciò a conoscerci.
Non come “quelli delle moto”.
Come quelli di Rocco.
Le nonne ci fermavano al mercato.
“Come sta il vostro cane?”
I bambini ci portavano vecchie coperte.
Un pensionato lasciava ogni mese cinque euro nella scatola delle offerte.
“È poco,” diceva.
Non lo era.
Da Rocco nacque un piccolo fondo per aiutare animali in difficoltà.
Il primo fu un cane anziano con problemi alle orecchie.
Poi arrivarono alcuni cuccioli trovati sotto una tettoia.
Poi una cagnolina che viveva da troppo tempo legata in un cortile e che il proprietario accettò finalmente di affidare a chi poteva occuparsene meglio.
Ogni volta dicevamo la stessa cosa:
“È colpa di Rocco.”
Rocco, naturalmente, non aveva idea di niente.
Gli interessavano tre cose.
Mangiare.
Dormire sul divano.
Sentire arrivare le moto.
Col tempo smise di averne paura.
All’inizio accendevamo i motori lontano.
Poi fuori dal cancello.
Poi davanti casa.
Un sabato successe.
Rocco sentì da lontano il primo rombo.
Alzò la testa.
Le orecchie si sollevarono.
La coda partì.
Quando le moto girarono nella mia strada, iniziò a correre lungo la recinzione abbaiando.
Uno alla volta arrivavano i suoi uomini.
Perché ormai era così.
Ettore gli insegnava a sedersi prima di uscire dal cancello.
Teresa gestiva le visite veterinarie.
Marcello comprava giochi approvati.
Sergio aveva riparato la recinzione.
Altri costruirono una piccola rampa per la veranda.
“Gli servirà quando sarà vecchio,” dissero.
Rocco aveva finalmente qualcosa che prima non aveva mai avuto.
Una famiglia troppo numerosa.
Come certe famiglie italiane.
Dove magari si litiga per chi deve portare il dolce alla domenica.
Ma se succede qualcosa, arrivano tutti.
Sono passati anni.
Oggi Rocco dorme spesso sulla mia veranda.
Ha circa sette anni, secondo il veterinario.
Forse otto.
Nessuno lo sa.
Il suo pelo è spesso.
Le costole non si vedono.
Gli occhi sono luminosi.
E la sua coda continua a essere esagerata.
Non la muove.
La agita come una bandiera.
Dopo la pioggia evita ancora le pozzanghere.
Le annusa.
Ci gira intorno.
Poi torna sul pavimento asciutto.
Io non lo costringo.
Ha avuto troppo poco diritto di scegliere nella prima parte della sua vita.
Adesso può scegliere tutto.
Dove dormire.
Quando uscire.
Su quale coperta sdraiarsi.
Quale dei venti motociclisti ignorare per cinque minuti prima di farsi accarezzare.
Una volta all’anno torniamo sulla strada dove lo trovammo.
La prima volta lui non venne.
Era troppo presto.
La seconda lo portai in macchina.
Scese.
Annusò il bordo della statale.
Si strinse alla mia gamba.
Poi guardò gli altri.
La terza volta camminò sul prato vicino al punto dove c’era stata quella pozzanghera.
La coda alta.
Marcello disse che era una cosa sacra.
Teresa disse che stavamo diventando sentimentali.
Poi si asciugò gli occhi.
Non abbiamo mai saputo chi lo abbia lasciato lì.
All’inizio questa cosa mi tormentava.
Pensavo che senza un colpevole, senza una spiegazione, la storia fosse incompleta.
Adesso non più.
Avrei voluto sapere la verità.
Certo.
Ma Rocco non aveva bisogno che noi vivessimo nel passato.
Lui aveva scelto il presente.
Una ciotola piena.
Una casa.
Una veranda.
Venti amici rumorosi.
Io.
E in fondo aveva fatto più lui per noi di quanto noi avessimo fatto per lui.
Ci aveva insegnato che la durezza non è il contrario della tenerezza.
Puoi avere mani rovinate dal lavoro, cicatrici, capelli bianchi, una voce grossa e una moto rumorosa.
E puoi comunque inginocchiarti nel fango davanti a un cane.
Anzi.
Forse essere forti serve proprio a questo.
Ad avere abbastanza forza da fermarsi.
La cosa che mi resta più impressa non è il giorno in cui Rocco corse verso di noi.
Non è nemmeno la prima notte in cui dormì tranquillo.
È quella coda.
Quel primo movimento.
Nel fango.
Quasi impercettibile.
Ci ringraziò prima ancora di sapere se fossimo persone degne di fiducia.
Prima ancora di sapere se lo avremmo davvero aiutato.
A volte penso che quella fiducia fosse troppo grande per noi.
Poi sento le moto arrivare.
Rocco alza la testa dalla veranda.
Le orecchie si raddrizzano.
La coda comincia piano.
Un colpo.
Poi due.
Poi tutto il corpo si agita.
Corre al cancello.
E uno dopo l’altro arrivano uomini ormai vicini ai sessanta, alcuni sopra i settanta, con schiene rigide, mani consumate, barbe grigie e la stessa emozione di quel primo giorno.
Rocco li saluta come se ogni volta gli avessero appena salvato la vita.
E noi ricordiamo la pozzanghera.
Ricordiamo il silenzio dei venti motori.
Ricordiamo quella coda.
E soprattutto ricordiamo una cosa che, con l’età, si rischia di dimenticare.
Non tutto ciò che conta fa rumore.
A volte il cuore di un intero quartiere comincia a battere perché, sul bordo di una strada, qualcuno ha finalmente deciso di fermarsi.





