Al cimitero si sedette davanti al feretro ancora una volta.
Giorgio lo vide.
Il suo viso cambiò.
Solo un attimo.
Ma lo vidi.
Perché in quel cane non c’era la morte di Luca.
C’era la prova che Luca, nell’ultimo pezzo della sua vita, non era stato solo.
Ed è una consolazione terribile.
Perché conforta e ferisce nello stesso momento.
Dopo la cerimonia Andrea si avvicinò a Elisa.
«Sono l’uomo dell’aereo.»
Lei lo riconobbe immediatamente.
Il volto si chiuse.
Andrea non cercò scuse.
«Mi dispiace.»
Elisa rimase in silenzio.
«Ero concentrato su me stesso. Il mio posto. Il mio lavoro. Il mio comfort. Ho guardato Brando e ho visto soltanto un problema.»
Si chinò leggermente verso il cane.
«Tu stavi riportando a casa il tuo compagno. E io ti ho reso quel viaggio più difficile.»
Elisa abbassò gli occhi.
Dopo un po’ disse:
«Le persone non sanno sempre cosa fare con un dolore che non capiscono.»
Andrea annuì.
«Posso fare qualcosa per lui?»
Elisa emise un respiro amaro.
«Vuoi sapere la parte che non finirà nei video?»
«Sì.»
«Brando non verrà a casa con me.»
Io e Andrea ci guardammo.
«Perché?»
«Devo tornare al mio reparto. Lui deve essere trasferito in un centro per la valutazione.»
Andrea impallidì.
«Valutazione di cosa?»
«Di come reagisce. Se può essere affidato a una famiglia. Se riesce a vivere fuori dal lavoro.»
Elisa guardò le cicatrici sul muso del cane.
«Ha paura dei rumori metallici. Non sopporta il buio. Ha momenti in cui si agita. Non è cattivo, ma non tutti fanno la differenza tra un cane cattivo e un cane spaventato.»
«E se non supera la valutazione?»
Elisa non rispose subito.
«Potrebbe non trovare mai una casa.»
Chiara, poco distante, aveva sentito.
«No.»
Si avvicinò.
«Brando viene con noi.»
Giorgio era dietro di lei.
«No.»
Una parola.
Secca.
Chiara lo fissò.
«Era il cane di Luca.»
«Appunto.»
«Che vuol dire?»
Giorgio esplose.
«Vuol dire che ogni volta che lo guardo vedo una macchina fermarsi davanti a casa! Vedo due uomini in uniforme alla porta! Vedo tua madre cadere sulla sedia!»
Il paese intero sembrò smettere di respirare.
Giorgio abbassò immediatamente la voce.
Come se si fosse vergognato di aver lasciato uscire il dolore.
Teresa gli prese il braccio.
«Finalmente», disse.
Lui la guardò.
«Finalmente cosa?»
«Finalmente hai detto la verità.»
Nessuno parlò.
«Non odi quel cane», continuò Teresa. «Hai paura di quello che ti fa ricordare.»
Giorgio si voltò.
Per un uomo della sua generazione, piangere davanti agli altri era quasi più difficile che affrontare una montagna.
Ma gli occhi erano lucidi.
Il giorno seguente andammo tutti al centro dove Brando sarebbe stato valutato.
Elisa.
Chiara.
Andrea.
Io.
Teresa.
E, all’ultimo momento, anche Giorgio.
Il posto era pulito, ma il rumore dei cani rimbalzava sulle pareti.
Brando entrò e si irrigidì.
Una porta metallica si chiuse in fondo al corridoio.
Clang.
Il cane ebbe un sussulto.
Un altro rumore.
Brando arretrò.
Le zampe scivolarono sul pavimento.
Cominciò a respirare velocemente.
Chiara fece per afferrargli il collare.
«Non toccarlo», disse l’operatrice.
Troppo tardi.
Brando si girò di scatto.
Non morse.
Non tentò di aggredire nessuno.
Cercava soltanto una via di fuga.
Eppure vidi il viso dell’operatrice cambiare.
Quello era esattamente il tipo di reazione che poteva essere scritto male su un modulo.
Andrea capì la stessa cosa.
Si tolse il cappotto.
Lo stesso che aveva usato sull’aereo.
Lo piegò.
Lo appoggiò sul pavimento.
Poi si sedette a terra.
Un uomo abituato alle sale riunioni, ai tavoli puliti, alle scarpe lucide.
Seduto sulle piastrelle di un centro per cani.
«Brando», disse.
Il cane respirava ancora velocemente.
Andrea non lo toccò.
«Sono qui.»
Brando lo guardò.
«Non vado da nessuna parte.»
Passò qualche secondo.
Poi il cane fece un passo.
Poi un altro.
Annusò il cappotto.
Si sdraiò.
La respirazione rallentò.
Chiara si inginocchiò a distanza.
Teresa si portò una mano alla bocca.
Io guardai Giorgio.
Lui non osservava Andrea.
Guardava Brando.
Fu allora che mi resi conto di una cosa.
Tutti parlano volentieri di fedeltà quando è bella da vedere.
La fedeltà nei film.
La fedeltà nelle fotografie.
La fedeltà quando non disturba.
Molto meno quando puzza.
Quando trema.
Quando ha cicatrici.
Quando ti obbliga a ricordare qualcosa che vorresti dimenticare.
Giorgio uscì.
Andrea lo raggiunse nel parcheggio.
Io rimasi abbastanza vicino da sentire.
«Non sono qui per giudicarla», disse Andrea.
«Allora non farlo.»
«Va bene.»
Andrea fece per tornare dentro, poi si fermò.
«Posso dirle solo una cosa?»
Giorgio non rispose.
Andrea proseguì.
«Sull’aereo ho guardato quel cane e ho pensato che rovinasse il mio viaggio.»
Giorgio abbassò gli occhi.
«Poi ho capito che Brando non rendeva più grande la morte di suo figlio.»
Una pausa.
«Rendeva più grande la sua vita.»
Giorgio strinse le mani.
«Tu non sai cosa vuol dire.»
«No.»
Andrea non cercò di contraddirlo.
«Non lo so.»
Quell’ammissione sembrò colpire Giorgio più di qualsiasi discorso.
Andrea continuò.
«Ma so cosa vuol dire scappare dal dolore mettendosi dietro il lavoro. L’ho fatto con mio padre.»
Giorgio guardò verso la porta del centro.
«Quando vedo quel cane», disse, «vedo il giorno in cui hanno bussato a casa.»
La voce finalmente cedette.
«Vedo mia moglie.»
Inspirò con fatica.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





