La cavalla che non poteva cadere e il puledro nascosto sotto di lei

Pensavo che il giorno più difficile fosse stato quello del salvataggio. Mi sbagliavo. Il momento più duro arrivò mesi dopo, quando capii che quella cavalla aveva salvato anche me.

La chiamai Alba.

Non per fare il poeta.

La chiamai così perché la prima mattina in cui uscì dalla stalla senza abbassare la testa, il sole stava appena entrando tra i castagni dietro casa. Lei rimase ferma sull’erba bagnata, magra ancora, ma viva.

E io pensai solo quello.

Alba.

Il puledrino, invece, lo chiamai Tiglio.

Perché vicino al palo dove li avevo trovati c’era quell’albero mezzo rosicchiato, povero anche lui, che le aveva dato l’ultima cosa possibile. Non mi sembrava giusto dimenticarlo.

Tiglio cresceva in fretta.

Aveva zampe lunghe, un po’ storte, e una maniera buffa di correre. Partiva deciso, poi cambiava idea, scartava di lato e finiva quasi sempre contro il fianco di sua madre.

Alba lo sopportava con una pazienza che mi faceva sorridere.

Ogni tanto lo spingeva piano col muso, come per dirgli: “Vai, ma non troppo lontano.”

Io li guardavo dalla soglia della stalla con una tazza di caffè in mano.

E più li guardavo, più sentivo una cosa strana.

La casa non era più vuota.

Io vivevo da solo da quasi dodici anni.

Dopo che mia moglie se n’era andata, avevo imparato a riempire le giornate con il lavoro. Tavoli da riparare, porte da montare, persiane da sistemare, cucine vecchie da far tornare dritte.

La sera tornavo, mangiavo qualcosa, guardavo il muro e andavo a dormire.

Non stavo male in modo evidente.

Ero soltanto diventato piccolo dentro.

Alba e Tiglio cambiarono il rumore della mia casa.

Prima c’era solo il ticchettio dell’orologio in cucina.

Poi arrivarono i passi nella stalla, il nitrito leggero di Tiglio, il secchio dell’acqua che sbatteva, la voce di Rachele che entrava senza bussare e diceva:

“Lorenzo, hai dormito almeno cinque ore?”

Io borbottavo.

“Abbastanza.”

Lei mi guardava come si guarda uno che mente male.

Rachele continuava a venire due volte a settimana, anche quando non sarebbe stato più necessario.

Diceva che voleva controllare il collo di Alba.

Ma io sapevo che controllava anche me.

Una mattina di fine primavera, mentre cambiavo la paglia, Alba si avvicinò più del solito.

Mi toccò la spalla con il muso.

Io mi fermai.

Avevo una forca in mano, la camicia sudata e gli occhi pieni di polvere.

Lei restò lì.

Non chiedeva cibo. Non difendeva Tiglio. Non aveva paura.

Era solo lì con me.

Non so spiegare perché, ma mi vennero gli occhi lucidi.

Le appoggiai una mano sul collo, lontano dalle cicatrici.

“Lo so,” le dissi piano. “Anch’io ci sto provando.”

Da quel giorno, qualcosa si sciolse.

Non tutto.

Certe ferite non spariscono perché qualcuno ti accarezza una volta.

Però Alba cominciò a fidarsi.

Prima mi lasciò entrare nel box senza mettersi subito davanti a Tiglio.

Poi mi lasciò pulirle il mantello.

Poi, una sera, mentre stavo seduto su uno sgabello basso, mi posò il muso sulle ginocchia.

Non pesava molto.

Eppure mi sembrò una cosa enorme.

Fu Rachele a propormi l’idea.

“Dovresti far venire qualcuno a vederli,” disse.

La guardai storto.

“Qualcuno chi?”

“Bambini. Persone del paese. Non una cosa grande. Solo qualche visita tranquilla.”

Scossi la testa.

“No. Non sono animali da mostrare.”

“Non da mostrare,” rispose lei. “Da incontrare.”

Quella parola mi rimase addosso.

Incontrare.

Non volevo trasformare il dolore di Alba in una storia da raccontare al bar. Non volevo gente curiosa, mani invadenti, foto fatte senza rispetto.

Però capivo cosa intendeva Rachele.

C’erano persone, in paese, che passavano davanti alla mia casa più piano. Guardavano il prato, vedevano Tiglio correre, sorridevano.

Non tutti erano indifferenti.

Alcuni avevano solo bisogno che qualcuno aprisse un cancello.

La prima a entrare fu la signora Mirella.

Settantasei anni, vedova, una camminata lenta e un cappotto anche quando non faceva freddo.

Mi disse:

“Li vedo dalla strada. Posso guardarli da vicino? Non tocco niente.”

La feci entrare.

Alba la osservò con prudenza.

Mirella non parlò subito. Rimase appoggiata al bastone, con gli occhi fissi su quelle cicatrici al collo.

Poi disse una frase che non ho mai dimenticato.

“Anche certe persone restano in piedi solo perché qualcuno ha bisogno di loro.”

Io non risposi.

Perché era vero.

Da quel giorno Mirella venne ogni mercoledì.

Portava mele tagliate piccole, sempre dopo aver chiesto a Rachele se andavano bene. Si sedeva su una sedia fuori dal recinto e raccontava a Tiglio cose senza importanza.

Che il pane era aumentato.

Che la vicina aveva cambiato tende.

Che suo marito, quando era vivo, sbagliava sempre strada ma non lo ammetteva mai.

Tiglio ascoltava con le orecchie dritte.

Alba stava vicino.

E io, dalla bottega, sentivo quella voce vecchia riempire il cortile.

Poi arrivò Mattia.

Aveva quarantotto anni, faceva il muratore, mani grosse e poche parole. Lo conoscevo da sempre, ma non eravamo amici.

Un pomeriggio si presentò al cancello con un sacco di mangime.

“Ho sentito che ti serve roba,” disse.

“Non devi.”

“Lo so.”

Restò fermo lì, imbarazzato.

Poi aggiunse:

“Io sono passato di lì anche io. Una volta. Forse due.”

Abbassò gli occhi.

“Non mi sono fermato.”

Capii subito di cosa parlava.

Non gli dissi che non faceva niente.

Perché faceva.

Non gli dissi neanche che era colpa sua.

Perché la colpa, certe volte, è una stanza troppo grande per una persona sola.

Presi il sacco.

“Puoi aiutarmi a sistemare la recinzione, se vuoi.”

Lui annuì.

Il sabato dopo venne con gli attrezzi.

In due giorni rifacemmo metà recinto.

Pali nuovi, assi robuste, cancello più basso per far passare meglio Rachele con le sue cose.

Non parlammo molto.

Ma a volte il silenzio tra due uomini che lavorano dice più di una confessione.

Da lì, piano piano, il cortile diventò un posto diverso.

Non pubblico.

Non famoso.

Solo vivo.

Un pensionato portò una vecchia carriola ancora buona.

Una maestra venne con due bambini timidi, figli di una sua amica, e chiese se potevano vedere Tiglio da lontano.

Una ragazza del paese lasciò un biglietto nella cassetta della posta:

“Grazie per esserti fermato. Io non l’ho fatto.”

Lo lessi tre volte.

Poi lo misi nel cassetto dove tengo le cose importanti.

Alba non guarì in fretta.

Questo va detto.

Ci sono storie che vogliono far sembrare tutto facile: un salvataggio, due lacrime, e poi il lieto fine pulito.

La vita non lavora così.

Alba aveva giorni buoni e giorni cattivi.

A volte mangiava con appetito.

Altre volte restava ferma, con lo sguardo perso verso il fondo del prato, come se rivedesse ancora quel palo, quella corda, quei tre giorni senza acqua.

Quando qualcuno alzava troppo la voce, si irrigidiva.

Quando un secchio cadeva a terra, tremava.

Quando Tiglio correva fuori dalla sua vista, nitriva forte e andava subito a cercarlo.

La paura non spariva.

Imparava solo a sedersi un po’ più lontano.

Una sera d’estate, arrivò il temporale.

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