La notte in cui quarantatré vecchi soccorritori hanno fermato uno sfratto disumano e cambiato un intero quartiere

Un giornale locale scrisse:
“Ex pompieri e volontari salvano chiesa dalla strada la Vigilia di Natale”.
Poi ne parlarono una radio e una tv regionale. Cominciarono ad arrivare donazioni. Non solo soldi: sacchi di cemento, vernice, pannelli isolanti, termosifoni usati ma ancora buoni.

La parte più bella? Ogni sera, in mezzo al caos del cantiere, il pastore Luca faceva comunque un piccolo culto. Sedie spostate, polvere ovunque, a volte senza riscaldamento. Eppure la saletta era piena.

Scoprimmo quanti, in quel quartiere, erano passati di lì in un momento difficile: una malattia, un lutto, una separazione, la perdita del lavoro. Qualcuno aveva trovato cibo, qualcuno solo un abbraccio, qualcuno un letto.

Tutti erano tornati a dare una mano.

A febbraio la chiesa era irriconoscibile. Tetto nuovo, impianto rifatto, muri rinforzati, pittura fresca. Banchi di legno fatti a mano da uno di noi, falegname in pensione.

Ma il cambiamento più grande era accanto: il vecchio magazzino vuoto. Tempesta lo aveva comprato e intestato a una piccola fondazione appena nata.

Lo trasformammo in un vero rifugio: trenta letti, una cucina degna di questo nome, docce, una stanzetta per i colloqui con lo psicologo.

La riapertura ufficiale fu fissata il 14 febbraio. San Valentino.

«Perché è l’amore che ha ricostruito questo posto» disse il pastore. «L’amore per gli ultimi, per i veterani, per il quartiere.»

La sala era piena. C’era il sindaco, c’era il parroco della parrocchia vicina, c’era perfino il comandante della caserma dei carabinieri.

E c’era anche lui.

Gori.

Entrò piano, senza quel passo sicuro di qualche mese prima. Sembrava più piccolo, più vecchio.

«Sono venuto a chiedere scusa» disse.

Il pastore si avvicinò con la sedia a rotelle.
«Qui dentro tutti sono benvenuti, signor Gori» disse indicando l’insegna. «Vale anche per lei.»

«Ho visto solo metri quadri e rendita» mormorò lui. «Voi avete visto persone.»

«Vuole fermarsi per la celebrazione?»

Gori annuì. Si sedette in fondo. Più tardi avremmo saputo che aveva perso quasi tutto in investimenti sbagliati. La macchina era sparita, la casa pignorata. Dormiva in un ufficio in affitto.

Il pastore gli offrì un letto nel nuovo rifugio.

L’uomo che voleva buttare in strada i poveri finì per essere ospitato proprio da loro.

Questo si chiama grazia. Grazia vera.


È passato un anno.

La comunità è viva come non lo è mai stata. Il rifugio è pieno ogni sera. Luca e sua moglie hanno avuto un altro bambino. L’hanno chiamato Tommaso, ovviamente.

Tempesta ha creato una piccola fondazione: compra edifici in difficoltà e li affida a realtà che aiutano veterani, famiglie fragili, persone senza casa. Dice sempre:
«I soldi non li portiamo sotto terra. Tanto vale usarli per qualcosa che resti.»

Gori vive ancora al rifugio. Lavora in cucina, pulisce i bagni, si occupa delle lavatrici. Ogni tanto aiuta al tavolo della contabilità. Dice che non si è mai sentito così utile in vita sua.

Tommaso è sobrio da sei anni ormai. Fa da sponsor a cinque uomini, tutti reduci, tutti in lotta coi propri demoni.

E noi Vecchi Leoni?

La prima domenica del mese parcheggiamo ancora i nostri mezzi davanti alla Comunità Sorgente di Speranza. Qualcuno entra per il culto, altri restano in cortile a preparare la prossima raccolta, la prossima consegna, il prossimo intervento.

Perché è quello che abbiamo imparato quella Vigilia di Natale.

A volte la legge scritto nero su bianco non è la stessa cosa della giustizia.
A volte chi ha l’autorità non ha ragione.
E a volte i più fragili hanno bisogno che qualcuno più forte si metta in mezzo.

E, qualche volta, un gruppo di vecchi soccorritori col giubbotto arancione può cambiare tutto.


Ogni Vigilia di Natale il pastore Luca racconta la storia.

Di come quarantatré uomini con le mani rovinate e le ginocchia che scricchiolano hanno circondato una piccola chiesa.
Di come un anziano imprenditore ha comprato un edificio con un clic.
Di come un intero quartiere si è ricordato che nessuno si salva da solo.

Ma finisce sempre così:

«Non erano solo volontari che ci hanno salvato. Erano angeli. Angeli con le mani sporche di calce e di grasso, con le cicatrici al posto giusto e le spalle larghe. Angeli che, invece delle ali, portano giubbotti catarifrangenti.»

Qualche settimana fa è arrivato un nuovo ospite al rifugio.
Giovane, ex militare anche lui. Doppia amputazione. Uscito da poco dall’ospedale militare. Arrabbiato con il mondo intero, pronto a mollare.

Luca ha spinto la sua sedia accanto alla sua. Gli ha parlato di dolore, di corpo che non risponde più come prima, di notti insonni e di mattine in cui non ha voglia di alzarsi.

Poi gli ha raccontato la Vigilia di Natale. Dei Vecchi Leoni. Di Tempesta. Di Gori. Del quartiere.

«Mi sta dicendo che un gruppo di vecchi soccorritori ha salvato tutto questo?» ha chiesto il ragazzo.

«No» ha risposto Luca. «Un gruppo di persone che non si è dimenticato cosa vuol dire fratellanza. Alcuni girano ancora in moto, altri portano il bastone, altri trascinano le gambe stanche. Ma il cuore è lo stesso. La guerra non finisce quando torni a casa. Cambia solo forma. E l’unico modo per vincerla è stare insieme.»

Adesso quel ragazzo dorme in una delle camere del rifugio.
Tempesta gli sta insegnando a usare gli attrezzi, con un banco all’altezza della sua sedia a rotelle. Dice che sentire l’odore del legno e del ferro aiuta a ricordarsi che si può ancora costruire.

Gori gli sta insegnando a tenere i conti in ordine. «Tutti meritano una seconda possibilità» ripete, e lo dice anche a sé stesso.

Tommaso è il suo sponsor. «Uscire dal buio è più difficile che entrare in guerra» gli ha detto. «Ma la vittoria, quando arriva, è più dolce.»

Ogni domenica mattina, davanti alla porta della Comunità Sorgente di Speranza, c’è ancora un’insegna dipinta a mano:
“Qui nessuno entra da solo.”

Qualcuno, sotto, con un pennarello nero, ha aggiunto in piccolo:
“Protetto dagli Angeli.”

E in un angolino, quasi invisibile, qualcuno ha disegnato un giubbotto catarifrangente e un casco.

Luca dice di non sapere chi sia stato. Ma quando lo dice, sorride.
Lo stesso sorriso che aveva quando Tempesta gli mostrò il rogito sul telefono.
Lo stesso sorriso che aveva quando Gori, con gli occhi bassi, gli chiese perdono.
Lo stesso sorriso che ha avuto quando il giovane soldato ha accettato il suo primo attrezzo, seduto alla morsa del banco.

Il sorriso di chi ha visto la grazia prendere forme diverse.

A volte ha il volto di un pastore sulla sedia a rotelle.
A volte quello di un ex proprietario di case diventato lavapiatti.
A volte quello di quarantatré vecchi soccorritori che, una Vigilia di Natale, hanno deciso di fare ciò che sapevano fare meglio.

Presentarsi.
Mettersi in mezzo.
E, nel loro piccolo, cambiare un pezzo di mondo.

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