L’estate che credevo perduta insegnò a mio figlio a volare ancora

 Il pettirosso tornò a volare proprio quando il signor Rinaldi smise di uscire in cortile

Pensavo che quella fotografia fosse solo un ricordo.

Mattia con il suo pettirosso in mano, gli occhi fieri, il grembiule sporco di polvere di legno e quel sorriso piccolo che io non vedevo da mesi.

Invece, senza saperlo, avevamo lasciato qualcosa in quella stanza.

Qualcosa che il signor Rinaldi non voleva ammettere.

Ma che gli serviva più del pane.

La settimana dopo, come sempre, arrivai alla residenza alle sette e mezza del mattino.

L’aria sapeva già di settembre.

Non era più l’estate pesante, quella che ti appiccica la maglietta alla schiena. Era un fresco leggero, con le foglie del tiglio che cominciavano appena a ingiallire.

Presi il rastrello dal deposito e guardai verso la panchina.

Era vuota.

Mi sembrò strano.

Il signor Rinaldi, da quando Mattia era tornato a scuola, usciva comunque ogni mattina. Si sedeva lì, sotto il tiglio, con la sua scatola di legno sulle ginocchia.

Non lavorava sempre.

A volte restava solo a guardare.

Ma c’era.

Quel giorno no.

Pensai che magari avesse dormito di più.

Poi passò un’operatrice della residenza, la signora Elvira, con un vassoio in mano.

Mi salutò piano.

«Andrea, oggi il signor Rinaldi non scende.»

Io mi fermai con il rastrello a mezz’aria.

«Sta male?»

Lei fece quella faccia che fanno le persone quando non vogliono spaventarti, ma nemmeno mentirti.

«Niente di grave. Stanchezza. Un po’ di pressione ballerina. Il medico ha detto riposo.»

Annuii.

Ma dentro sentii qualcosa stringersi.

Quella sera, a cena, lo dissi a Mattia.

Stava mangiando la pasta in bianco, ancora con lo zaino vicino alla sedia perché aveva paura di dimenticare il diario.

Quando gli dissi che il signor Rinaldi non era sceso in cortile, posò la forchetta.

«Possiamo andare a trovarlo?»

«Domani chiedo.»

«Ma se è stanco?»

«Appunto. Chiediamo prima.»

Mattia annuì.

Poi si alzò, andò in camera sua e tornò con il pettirosso.

Lo appoggiò sul tavolo, vicino al bicchiere dell’acqua.

«Secondo te si ricorda di lui?»

Io guardai quel piccolo uccello storto.

La zampa corta.

Il becco troppo tondo.

L’ala riparata.

«Secondo me sì.»

Il giorno dopo chiesi il permesso alla responsabile della residenza.

Lei sorrise.

«Il signor Rinaldi finge di non voler visite. Però quando gli ho detto che forse veniva il bambino, ha sistemato la camicia.»

Così, dopo scuola, portai Mattia con me.

Lui camminava piano nei corridoi, tenendo il pettirosso avvolto nello stesso strofinaccio.

Sembrava portare una cosa fragile.

E forse lo era davvero.

Bussammo alla porta.

Da dentro arrivò una voce ruvida.

«Avanti.»

Il signor Rinaldi era seduto sulla poltrona, vicino alla finestra.

La stanza era semplice.

Un letto rifatto bene, un armadio chiaro, una sedia, qualche libro, una piccola radio spenta. Sul mobile c’era ancora la foto di sua moglie.

Accanto, la foto di Mattia.

Il vecchio fece finta di essere infastidito.

«Hai saltato i compiti?»

Mattia si mise dritto.

«No. Li ho già fatti quasi tutti.»

«Quasi tutti non vuol dire tutti.»

Mattia sorrise.

Era strano vedere mio figlio sorridere a un rimprovero.

Poi gli porse lo strofinaccio.

«L’ho portato a salutarti.»

Il signor Rinaldi aprì piano il panno.

Guardò il pettirosso come se fosse una cosa seria.

Non disse “bello”.

Non disse “bravo”.

Disse:

«L’ala tiene ancora.»

Mattia annuì, orgoglioso.

«Sì.»

Il vecchio passò il pollice sulla riparazione.

«Allora abbiamo lavorato bene.»

Restammo lì poco.

Dieci minuti, forse quindici.

Mattia gli raccontò della scuola, della maestra, dei bambini che avevano voluto toccare il pettirosso.

Il signor Rinaldi ascoltava con gli occhi bassi, ma io capivo che non perdeva una parola.

Quando uscimmo, Mattia mi tirò per la manica.

«Papà.»

«Dimmi.»

«Il signor Rinaldi era contento?»

Guardai la porta chiusa.

«A modo suo, sì.»

Mio figlio ci pensò un attimo.

«Allora torniamo.»

E tornammo.

Non tutti i giorni.

Due volte a settimana.

A volte solo per pochi minuti.

Mattia portava i compiti, si sedeva al tavolino della stanza e faceva le operazioni mentre il signor Rinaldi lo controllava come un vecchio maestro severo.

«Quel sette sembra una zappa.»

«La virgola non si mette dove capita.»

«Scrivi più piano. La fretta rovina tutto.»

Mattia sbuffava.

Poi rifaceva.

Io restavo sulla soglia o in corridoio, con le mani ancora sporche di terra, e pensavo che forse certe lezioni non si trovano nei libri.

Un pomeriggio, la maestra di Mattia mi fermò fuori da scuola.

Si chiamava maestra Serena.

Una donna sui cinquant’anni, capelli raccolti, voce calma, di quelle che quando parlano non hanno bisogno di alzare il tono.

«Signor Conti, posso dirle una cosa?»

Mi venne subito paura.

Quando sei un padre solo, ogni frase che comincia così ti fa pensare di aver sbagliato qualcosa.

«Certo.»

Lei sorrise.

«Mattia è cambiato molto.»

Io rimasi zitto.

«Prima faceva fatica a iniziare le cose. Se non gli riuscivano subito, si bloccava. Adesso ci prova. Anche quando sbaglia.»

Sentii un nodo in gola.

«È merito di quell’estate», dissi piano.

La maestra annuì.

«Me ne ha parlato. Del signor Rinaldi. Del legno. Del pettirosso.»

Poi aggiunse:

«Tra qualche settimana faremo un piccolo incontro in classe sui mestieri di una volta. Di solito invitiamo genitori o nonni. Mattia mi ha chiesto se poteva venire lui.»

«Lui chi?»

La maestra sorrise.

«Il signor Rinaldi.»

Io abbassai lo sguardo.

«Non so se se la sente.»

«Non deve fare nulla di speciale. Solo raccontare.»

Solo raccontare.

Sembrava facile.

Ma quando lo dissi al signor Rinaldi, lui fece una faccia come se gli avessi chiesto di salire su un palco in piazza.

«Io non vado a scuola.»

Mattia, seduto accanto al letto con il quaderno sulle ginocchia, alzò gli occhi.

«Perché no?»

«Perché no.»

«Ma la maestra vuole sentire come si fa il falegname.»

«Non sono più falegname.»

Mattia guardò le sue mani.

«Però le mani sono ancora le stesse.»

Il vecchio restò zitto.

Io vidi le sue dita muoversi appena sul bracciolo della poltrona.

Come se stessero cercando un pezzo di legno invisibile.

«Non ho niente da dire ai bambini», borbottò.

Mattia parlò piano.

«Puoi dire che rotto non vuol dire finito.»

Nella stanza calò un silenzio strano.

Io non respiravo quasi.

Il signor Rinaldi si voltò verso la finestra.

Fuori, il tiglio perdeva le prime foglie.

«Vediamo», disse.

Che, detto da lui, era quasi un sì.

I giorni passarono.

Il signor Rinaldi continuò a stare più in stanza che in cortile, ma ogni volta che Mattia andava da lui, sembrava un po’ più dritto.

Un pomeriggio lo trovammo con la scatola di legno aperta sul tavolo.

Dentro c’erano piccoli pezzi già tagliati, carta vetrata piegata, matite consumate.

Mattia spalancò gli occhi.

«Stai lavorando?»

«Sto mettendo ordine.»

«Sembra lavorare.»

«Sembra.»

Poi indicò un pezzetto di tiglio.

«Prendilo.»

Mattia obbedì.

«Cosa facciamo?»

«Niente di grande.»

«Un altro uccellino?»

Il vecchio scosse la testa.

«Una barchetta.»

Mattia rise.

«Ma non abbiamo il mare.»

Il signor Rinaldi lo guardò serio.

«Infatti si comincia dalle cose che non si hanno.»

Io mi appoggiai allo stipite.

Mi fece male quella frase.

Ma era un male buono.

Come quando ti levi una spina che tenevi dentro da troppo tempo.

Lavorarono per quasi un’ora.

Io intanto sistemai alcune piante nel corridoio e passai ogni tanto davanti alla porta.

Li vedevo insieme.

Il bambino con la lingua tra i denti per la concentrazione.

Il vecchio con gli occhi attenti, pronto a correggere senza togliere dalle mani.

Quella sera Mattia tornò a casa con una barchetta minuscola.

Storta.

Semplice.

Meravigliosa.

La mise accanto al pettirosso.

«Questa è per quando non possiamo andare al mare», disse.

Io non risposi subito.

Mi sedetti sul bordo del suo letto e gli passai una mano tra i capelli.

«Mi dispiace ancora, sai.»

«Per cosa?»

«Per quest’estate.»

Mattia mi guardò come se non capisse.

«Papà, basta.»

Quelle due parole mi colpirono più di un discorso.

«Basta», ripeté. «Non è stata una brutta estate.»

Poi prese il pettirosso e la barchetta.

«Questi non li avrei avuti.»

A volte i figli perdonano prima di noi.

Siamo noi adulti che restiamo indietro, attaccati alla colpa, come se soffrire di più potesse cambiare le cose.

Arrivò il giorno dell’incontro a scuola.

Il signor Rinaldi disse fino all’ultimo che forse non sarebbe venuto.

Poi alle nove e dieci del mattino lo vidi davanti al cancello.

Camicia chiara.

Giacca di lana un po’ larga.

Cappello in mano.

Accanto a lui, la signora Elvira della residenza, che lo accompagnava con discrezione.

Mattia corse verso di lui.

«Sei venuto!»

«Non urlare. Non sono sordo.»

Ma gli occhi gli brillavano.

La classe era piena di bambini curiosi.

Sui banchi c’erano piccoli cartoncini, matite colorate, bicchieri d’acqua, merende chiuse negli zaini.

Il signor Rinaldi entrò piano.

Io mi sedetti in fondo, come la prima volta.

Solo che stavolta non avevo vergogna.

Avevo paura per lui.

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