Lo misero in ginocchio davanti a tutti, ma ignoravano chi sarebbe tornato in quel palazzo il mattino dopo

Le persone si fermarono.

Una donna lasciò cadere le chiavi nella borsa.

Un uomo in cappotto prese il telefono.

Due impiegate nere, vicino all’ingresso, si guardarono senza dire nulla.

Nei loro occhi Dario riconobbe qualcosa che aveva già visto troppe volte.

Non sorpresa.

Stanchezza.

Mauro indicò un tavolo sotto le luci dell’atrio.

«Svuota le tasche.»

«Non sono stato accusato di alcun reato.»

«Vuoi complicare le cose?»

Dario posò sul tavolo il telefono, le chiavi, il portafoglio e un piccolo taccuino.

Mauro lo aprì.

«Piani. Uscite. Telecamere. Questi sembrano appunti per una rapina.»

«Sembrano appunti professionali.»

«A me sembrano altro.»

«Perché?»

Mauro richiuse il taccuino con forza.

«Perché lo dico io.»

Sergio si rivolse ai presenti.

«È per situazioni come questa che la vigilanza deve restare attenta. Il palazzo ospita persone importanti.»

Dario si voltò verso di lui.

«Le persone importanti sono quelle che lavorano ai piani alti o anche quelle che puliscono i corridoi?»

Sergio serrò la mascella.

«Non fare la vittima.»

«Non la sto facendo. Sto facendo una domanda.»

Mauro gli restituì gli oggetti.

«Fuori. E non tornare senza un’autorizzazione chiara.»

Appena oltre le porte girevoli, lontano dalla maggior parte dei testimoni, il tono dell’agente diventò più duro.

«Ascoltami bene. Non rimettere piede qui.»

«È una minaccia?»

«È un consiglio.»

«Basato su ciò che ho fatto o su ciò che lei pensa che io sia?»

Mauro si avvicinò.

«La prossima volta non sarà una conversazione gentile.»

Dario guardò direttamente la telecamera sopra l’ingresso.

«Questa non lo è stata.»

Quando la pattuglia si allontanò, il telefono di Dario vibrò.

Era il direttore generale del Nucleo.

«È successo di nuovo?» chiese l’uomo.

Dario rimase a osservare i fanali sparire.

«Sì.»

«Hai dovuto rivelarti?»

«No.»

«Possiamo rinviare l’operazione.»

«Assolutamente no.»

Dario raccontò tutto con precisione.

Non usò parole cariche di rabbia.

Non ne aveva bisogno.

I fatti erano già abbastanza pesanti.

«Domani», disse infine, «entriamo come previsto. Ma da questo momento le indagini sono due.»

Nella camera d’albergo trasformata in sala operativa, Dario dettò una relazione completa.

Orari.

Frasi.

Posizione degli agenti.

Nomi dei testimoni.

Comportamento del responsabile della sicurezza.

Inviò il documento all’ufficio interno che analizzava gli episodi di trattamento discriminatorio negli spazi pubblici e professionali.

Poi telefonò alla sua vice, Elena Riva.

«Domattina tutte le squadre con telecamere operative.»

«Problemi?»

«Un problema vecchio con una faccia nuova.»

Dario rimase qualche secondo in silenzio.

«Voglio che ogni gesto sia documentato. Non cerchiamo vendetta. Cerchiamo prove.»

Quella notte dormì poco.

Pensò a suo padre.

A quando, negli anni Ottanta, tornava dalla fonderia con l’odore del ferro addosso e raccontava che, nei negozi, qualcuno lo seguiva tra gli scaffali.

Pensò a sua madre, che indossava sempre il vestito migliore quando andava in banca.

«Così non possono trattarmi male», diceva.

La bella figura.

Quel bisogno tutto italiano di mostrarsi irreprensibili per meritare un rispetto che dovrebbe essere dovuto a chiunque.

Dario aveva studiato.

Aveva vinto concorsi.

Aveva guidato operazioni delicate.

Aveva ricevuto riconoscimenti.

Eppure bastava togliere il tesserino dalla vista perché, per alcuni, tornasse a essere un uomo che non apparteneva al posto in cui si trovava.

Alle otto e cinquantacinque del mattino, le porte girevoli del Palazzo Bellavista iniziarono a muoversi.

Dario entrò per primo.

Indossava una giacca scura con la scritta del Nucleo Centrale Investigazioni Finanziarie.

Il distintivo era ben visibile sul petto.

Dietro di lui avanzavano dodici investigatori con cartelle, borse per le prove e mandati firmati.

Il giovane addetto alla reception si alzò di scatto.

Nella stanza di controllo, Sergio lasciò cadere il bicchiere di carta.

Il caffè gli si rovesciò sui pantaloni.

«È quello di ieri», sussurrò.

Afferrò il telefono e chiamò Mauro.

«È tornato.»

«Allontanalo.»

«Non posso. È a capo di una squadra investigativa.»

Dario raggiunse il banco.

«Sono il dirigente operativo Dario Colletti. Abbiamo mandati per l’accesso immediato agli uffici indicati in questi documenti. Servono le chiavi generali e i protocolli di sicurezza.»

Sergio uscì dalla stanza sul retro.

Aveva il viso pallido.

«Dottore, ieri c’è stato un equivoco.»

Dario gli porse una copia del mandato.

«Non siamo qui per discutere equivoci, signor Balestri. Siamo qui per accedere ai locali.»

«Se mi avesse detto chi era…»

Dario lo interruppe con calma.

«Il punto non è come avrebbe trattato un dirigente investigativo. Il punto è come ha scelto di trattare un cittadino che non conosceva.»

Sergio abbassò lo sguardo.

Elena si avvicinò.

«Quattordicesimo piano pronto.»

Dario impartì gli ordini.

«Squadra uno negli uffici finanziari. Squadra due nella sala server. Nessun documento deve uscire. Tutte le comunicazioni devono essere registrate.»

Gli ascensori si aprirono e si chiusero senza sosta.

Il palazzo elegante cominciò a mostrare la propria paura.

Dirigenti che telefonavano agli avvocati.

Segretarie che uscivano dagli uffici con il volto sconvolto.

Tecnici che consegnavano computer e archivi.

Sette minuti dopo arrivò Mauro.

La divisa era sistemata male, come se si fosse vestito in automobile.

Entrò con passo deciso, ma si fermò appena vide Dario al centro dell’atrio.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Dario gli rivolse un cenno professionale.

«Agente Taddei.»

Mauro deglutì.

«Dottor Colletti.»

«Ieri era semplicemente signor Colletti.»

L’agente aprì la bocca, poi la richiuse.

Le porte dell’ascensore si spalancarono ancora.

Ne uscì Vittorio Bellandi, proprietario dell’edificio e presidente delle società indagate.

Sessantaquattro anni, capelli d’argento, cappotto di lana e quell’aria tipica di chi è abituato a essere salutato per primo.

Si bloccò vedendo gli investigatori.

«Che cosa significa tutto questo?»

Dario gli andò incontro.

«Vittorio Bellandi, sono il dirigente operativo Colletti. Stiamo eseguendo mandati relativi a una vasta indagine per frode finanziaria, falsificazione di rendiconti e trasferimento illecito di capitali.»

Bellandi sfogliò i documenti senza leggerli davvero.

«Questo è un abuso. Io conosco persone molto influenti.»

«Questa frase è stata registrata.»

Bellandi sollevò lo sguardo.

Per la prima volta, il volto perse sicurezza.

Sergio si avvicinò.

«Dottor Bellandi, questo è l’uomo di cui le ho parlato ieri.»

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