Non sono un guerriero, sono solo un uomo che vuole restare

Una vicina che conoscevo appena mise nella cassetta una cartolina con scritto solo: “Non serve rispondere.”

Quella frase mi commosse più di molte lettere lunghe.

Non serve rispondere.

Era una gentilezza vera.

Perché a volte anche ringraziare pesa.

Io non diventai più ottimista all’improvviso.

Continuavo ad avere giornate brutte.

Giornate in cui odiavo il mio corpo. Giornate in cui il dolore mi rendeva cattivo. Giornate in cui rispondevo male a Giulia e poi mi chiudevo in bagno dalla vergogna.

Una volta le dissi:

“Sei ancora in tempo per scappare da tutto questo.”

Lei stava piegando un asciugamano.

Si fermò.

Poi venne da me e mi puntò un dito contro, come faceva quando lasciavo i calzini in giro.

“Andrea, io posso essere stanca. Posso avere paura. Posso anche arrabbiarmi con te. Ma non sono una visitatrice. Questa è anche la mia vita.”

Quelle parole mi fecero stare zitto.

Perché era vero.

Io pensavo sempre che la malattia fosse solo mia.

Ma lei ci viveva dentro con me.

Da quella sera provai a chiedere più spesso:

“Tu come stai?”

All’inizio lei rispondeva sempre:

“Bene.”

Io la guardavo.

E allora, piano piano, cominciò a dire la verità.

“Male.”

“Stanca.”

“Spaventata.”

“Oggi ce la faccio.”

“Oggi no.”

Non risolvevamo niente.

Ma almeno non eravamo più due persone sole nella stessa casa.

Con il passare delle settimane, la terapia continuò.

Alcuni giorni erano sopportabili. Altri sembravano non finire mai.

Il signor Ferri inventò una specie di tradizione.

Ogni giovedì, se io stavo abbastanza bene, saliva da noi con qualcosa da mangiare e una lamentela nuova.

La chiamava “riunione tecnica”.

Giulia preparava il tè. Io sceglievo il posto più comodo. Ferri si sedeva sempre sulla stessa sedia, anche se nessuno gliel’aveva assegnata.

Una sera portò una piccola pianta.

“Non è un regalo sentimentale,” disse subito. “È che al supermercato la stavano facendo morire.”

Era storta, con poche foglie e un vaso brutto.

Giulia la mise vicino alla finestra.

“Come si chiama?” chiese.

Ferri sbuffò.

“Adesso diamo pure i nomi alle piante?”

Io la guardai.

“Arturo,” dissi.

“Perché Arturo?”

“Perché ha l’aria di uno che resiste senza lamentarsi troppo.”

Ferri mi fissò.

Poi disse:

“Nome ridicolo.”

Ma la settimana dopo portò un sottovaso.

E quella pianta diventò il nostro piccolo termometro di speranza.

Se metteva una foglia nuova, Giulia me lo faceva notare.

Se si piegava, Ferri cambiava posto al vaso e dava la colpa alla luce.

Io, che un tempo misuravo i chilometri corsi, cominciai a misurare le settimane in foglie.

Arrivò il mio compleanno.

Quarantaquattro anni.

Non volevo festeggiare.

Mi sembrava una provocazione.

Giulia non insistette.

La mattina mi diede solo un bacio sulla fronte e disse:

“Buon compleanno, Andrea.”

Io annuii.

A metà pomeriggio, però, suonarono alla porta.

Quando Giulia aprì, trovammo il signor Ferri con una torta piccola, un po’ storta, e dietro di lui alcuni vicini del palazzo.

Non erano tanti.

Non fecero rumore.

Nessuno urlò sorpresa.

La signora del terzo aveva portato dei piatti di carta. Il ragazzo del primo teneva una bottiglia di succo. La vicina della cartolina mi salutò con la mano, senza avvicinarsi troppo.

Io rimasi sulla soglia della cucina, confuso.

Ferri disse:

“Non si preoccupi. Dura poco. Sappiamo comportarci.”

La torta aveva una candela sola.

“Quarantaquattro non ci stavano,” disse Giulia.

Mi sedetti.

Guardai quelle persone.

Non vedevo pietà.

Vedevo imbarazzo, sì. Tenerezza. Paura anche.

Ma soprattutto vedevo presenza.

Cantammo piano.

Molto male.

Io spensi la candela senza esprimere desideri complicati.

Desiderai solo un’altra serata così.

E in qualche modo, mi bastò.

Qualche mese dopo, gli esami confermarono che la situazione era ancora delicata, ma stabile. Alcune cose erano migliorate. Altre richiedevano attenzione. I medici parlarono di continuare, valutare, aspettare.

Io ormai avevo imparato a non aggrapparmi troppo a una parola sola.

Stabile.

Prima mi sarebbe sembrata una parola piccola.

Ora era enorme.

Stabile voleva dire che potevo sedermi ancora a tavola.

Voleva dire che potevo guardare Giulia preparare il caffè.

Voleva dire che Ferri poteva lamentarsi ancora dell’ascensore.

Voleva dire che Arturo, la pianta storta, aveva il tempo di mettere un’altra foglia.

Una domenica mattina chiesi a Giulia di accompagnarmi fuori.

Non lontano.

Solo fino al forno.

Lei mi guardò come se avessi proposto di attraversare l’Italia a piedi.

“Sei sicuro?”

“No.”

Allora sorrise.

“Va bene.”

Scendemmo piano le scale. Io mi tenevo al corrimano. Giulia camminava accanto a me senza farmi sentire fragile.

Sul pianerottolo del piano di sotto, la porta di Ferri si aprì.

“Dove andate?”

“Al forno,” dissi.

Lui prese le chiavi.

“Vengo. Non mi fido del vostro giudizio sul pane.”

Camminammo tutti e tre lentamente.

Bologna era la stessa e non era la stessa.

I portici, le voci, le biciclette appoggiate male, le persone con le borse della spesa. Tutto normale.

Io mi fermai un momento.

Non perché stessi male.

Perché avevo bisogno di guardare.

Quella città era andata avanti senza chiedermi il permesso.

All’inizio mi aveva fatto rabbia.

Ora mi sembrò quasi una consolazione.

La vita continuava.

E per quel pezzetto di strada, continuavo anch’io.

Al forno, il pane era caldo.

Il signor Ferri controllò le rosette con aria severa.

“Ancora piccole,” disse.

La fornaia rise.

Io comprai due filoni.

Uno per noi.

Uno per lui.

Quando tornammo a casa, ero distrutto. Mi tremavano le gambe. Avevo sudato sotto il cappotto. Ma mi sentivo vivo in un modo semplice, quasi infantile.

Giulia mi aiutò a sedermi.

Poi appoggiò il pane sul tavolo.

Lo spezzai con le mani.

Il profumo riempì la cucina.

Ferri versò il tè.

Giulia si sedette vicino a me.

Per un momento nessuno parlò.

Non serviva.

Avevamo imparato che il silenzio non fa paura, quando qualcuno resta.

Oggi non so come andrà.

Non voglio mentire.

La malattia è ancora con me. Ci sono giorni in cui ho paura come la prima notte. Ci sono controlli che mi tolgono il sonno. Ci sono parole mediche che ancora mi fanno tremare le mani.

Ma non odio più solo la parola “guerriero”.

Adesso so anche quali parole mi servono davvero.

“Resto.”

“Ti vedo.”

“Mangiamo qualcosa?”

“Non devi rispondere.”

“Se hai paura, siediti qui.”

Non sono diventato un eroe.

Sono rimasto un uomo.

Un uomo malato, sì.

Ma anche un marito.

Un vicino.

Un amico tardivo di un vecchio brontolone che, senza accorgersene, mi ha insegnato a non sparire prima del tempo.

Qualche sera fa Giulia mi ha trovato in cucina.

Stavo annaffiando Arturo.

“Guarda,” le ho detto.

“Cosa?”

“Una foglia nuova.”

Lei si è avvicinata.

Era piccola. Storta. Quasi ridicola.

Ma c’era.

Giulia mi ha preso la mano.

Io ho guardato quella foglia e ho pensato che forse la speranza non è sempre una grande luce.

A volte è una cosa minuscola.

Una pianta che resiste.

Una minestra calda.

Un vicino che bussa.

Una moglie che resta.

Un uomo che, anche con la paura addosso, riesce ancora a spezzare il pane e dire:

“Siediti. Oggi ci sono.”

Torna in alto