Il sabato in cui non mi sono presentata, davanti alla casa circondariale c’erano già dei bambini che mi aspettavano. Me l’hanno raccontato dopo, con una delicatezza che mi ha spezzato e rimesso insieme nello stesso momento. “Teresa oggi non viene?”, aveva chiesto una vocina, come se il mondo potesse cambiare solo per quella assenza.
La verità è semplice e un po’ umiliante: venerdì notte mi si è alzata la febbre e al mattino non riuscivo nemmeno ad allacciare le scarpe. Ho guardato la borsa frigo accanto alla porta come si guarda un impegno sacro, e per la prima volta in cinque anni ho pensato: oggi no. E quel “no” mi ha fatto più male delle ossa.
Ho passato la mattina sul divano, con la coperta sulle ginocchia, ascoltando il silenzio della casa. Dentro quel silenzio vedevo la panchina, la fila, le mani piccole che stringono matite, i passi nervosi dei grandi.
Continuavo a ripetermi che non ero indispensabile, che era solo una mattina, eppure sentivo addosso una colpa strana, come se avessi promesso qualcosa senza dirlo.
Il sabato dopo sono tornata con una sciarpa più spessa e la borsa frigo piena come se dovessi rimediare a una dimenticanza. Mi sono avvicinata alla panchina e mi sono fermata di colpo, perché sul legno c’era un foglio piegato in quattro, tenuto fermo da un sasso. Sopra, con un pennarello tremolante, qualcuno aveva scritto: “PER TERESA”.
L’ho aperto lentamente, come si apre una lettera che potrebbe cambiare una giornata. Dentro c’era un disegno: una panchina, un sole enorme, e intorno tanti cerchi con le gambe sottili, tutti vicini. In alto, una frase: “Quando non c’eri, era più freddo”.
Ho sentito gli occhi pizzicare e mi sono seduta prima ancora che arrivasse qualcuno, perché in quel momento la panchina non era più solo un pezzo di legno. Era un posto che, senza volerlo, avevamo costruito insieme. E quel posto, per una mattina, era rimasto in piedi lo stesso, ma con un vuoto in mezzo.
La prima a vedermi è stata una donna che conoscevo di vista, quella con i capelli sempre raccolti e le occhiaie che sembrano permanenti.
Mi ha fatto un cenno con la testa, come si fa tra persone che non hanno tempo per i grandi discorsi, e ha detto solo: “Meno male”. Dietro di lei un bambino è partito di corsa, inciampando quasi, e mi si è fermato davanti con la faccia seria.
“Tu eri malata?” ha chiesto, senza preamboli.
“Sì,” ho risposto. “Mi dispiace.”
Lui ha annuito come un adulto, e poi, con una decisione che mi ha fatto sorridere, ha aggiunto: “Allora oggi niente urla. Oggi facciamo le bolle, così guarisci”.
Quella mattina ho capito una cosa che mi era sfuggita per anni: io credevo di essere lì per loro, ma ormai anche loro erano lì per me. Non nel senso pesante delle responsabilità, ma in quello leggero, rarissimo, del sentirsi attesi. Essere attesi, a settantasei anni, è un regalo che non ti aspetti più.
Non è che da quel giorno sia diventato tutto più facile, anzi. Quando una cosa bella si stabilizza, il mondo sembra provarci a scuoterla, come per vedere se resiste. È arrivato l’inverno vero, quello che punge sotto le unghie, e con lui i colloqui saltati per motivi che nessuno capisce fino in fondo.
Un sabato, per esempio, la fila si è bloccata e sono rimasti tutti lì, davanti ai cancelli, a guardare un punto fisso come si guarda una porta chiusa in faccia. Le madri stringevano i documenti e le borse, i bambini iniziavano a muoversi come molle, e l’aria si riempiva di quel nervosismo sottile che precede il pianto.
Una donna ha sussurrato, più a se stessa che a me: “Se oggi non entrano, lui… lui ci resta male”. Non ha detto chi fosse “lui”, e non serviva. In quel “lui” c’era un pezzo di famiglia sospeso, appeso a un’ora e a un vetro.
Io non avevo soluzioni, non avevo potere, non avevo parole magiche. Ho fatto l’unica cosa che so fare: ho aperto il sacchetto delle bolle di sapone, ho dato un cerchio a un bambino e gli ho detto piano: “Vedi se riesci a farne una grandissima, proprio sopra la tua testa”. Lui ci ha provato con una concentrazione feroce, e nel giro di due minuti altri tre erano lì, a soffiare e a inseguire bolle che scappavano verso il cielo grigio.
Le bolle non risolvono niente, lo so. Però spostano l’attenzione da un dolore troppo grande a un gioco che sta nelle mani. E a volte, per attraversare un posto difficile, basta questo: un ponte minuscolo, fatto di aria e sapone.
Quel giorno i colloqui sono ripartiti tardi, e quando le madri sono entrate una a una, molti bambini non urlavano più. Avevano le guance arrossate dal freddo e dal ridere, e in tasca un foglio piegato o una barretta ai cereali. Ho visto sguardi di gratitudine che non chiedevano spiegazioni, solo presenza.
A metà mattina, mentre stavo dando a una bambina un quaderno da colorare, si è avvicinato un uomo in divisa. Non l’avevo mai visto così da vicino, e per un attimo ho sentito il cuore fare un salto, perché la divisa, lì, porta sempre con sé l’idea del “no”.
Mi ha guardata, poi ha guardato i bambini, poi la panchina. Ha parlato senza durezza, quasi con cautela.
“Signora,” ha detto, “lei sta qui tutti i sabati, vero?”
“Sì,” ho risposto. “Sempre nello stesso punto. Sempre visibile.”
Ha fatto un piccolo gesto con la mano, come a indicare la borsa frigo. “Quel cibo… lo dà ai bambini?”
“Succhi sigillati e biscotti,” ho detto subito. “Niente di strano. Se crea problemi, smetto.”
Lui è rimasto in silenzio un secondo di troppo, e io ho temuto davvero che finisse lì. Poi ha abbassato la voce.
“Non è per creare problemi,” ha detto. “È che… la gente parla. E quando la gente parla, qui dentro e qui fuori, si complicano le cose.”
Ho annuito, perché non volevo fare l’eroina, non volevo diventare un caso. Volevo solo restare una panchina. Eppure non riuscivo a non difendere quei gesti semplici.
“Capisco,” ho detto. “Io non chiedo niente a nessuno. Non entro, non mi muovo, non mi nascondo. Se serve, tengo solo matite e quaderni. Ma quei bambini… loro aspettano. E aspettare qui è più duro che altrove.”
L’uomo mi ha guardata ancora un attimo, poi ha fatto qualcosa che non mi aspettavo: ha annuito piano.
“Va bene,” ha detto. “Solo… continui a stare dove sta. E… grazie.”
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