Il mattino in cui Giovanni si presentò con la fotografia nel portafoglio, capii che quella non era la fine della sua storia.
Era solo il primo giorno in cui aveva smesso di sentirsi sconfitto.
All’inizio gli affidammo cose semplici davvero.
I cestini all’ingresso.
Le bottiglie del vuoto a rendere.
Qualche scatola leggera da raddrizzare.
I carrelli da allineare quando il parcheggio si svuotava.
Lui faceva tutto con una cura quasi commovente.
Non si limitava a spostare le cose.
Le rimetteva in ordine come se anche l’ordine, in certi momenti, potesse tenere insieme una persona.
Se trovava un cestino incastrato, non tirava.
Lo liberava piano.
Se vedeva un’etichetta storta, la sistemava con la punta delle dita.
Se un cliente anziano cercava qualcosa in basso o troppo in alto, arrivava accanto senza fare rumore e diceva soltanto:
“Glielo prendo io.”
Dopo due giorni tutti avevano capito che Giovanni non era lì per pietà.
Era lì perché sapeva lavorare.
E certe differenze si sentono subito.
C’è chi occupa uno spazio.
E c’è chi lo rende migliore.
La terza mattina arrivò con gli occhi più stanchi.
Non più spenti.
Stanchi.
Era una differenza sottile, ma c’era.
Gli chiesi come fosse andata la notte.
Lui si tolse il cappotto con calma, lo piegò sulla sedia dello stanzino, poi disse:
“Ha avuto dolore alla schiena. Molto.”
Fece una pausa.
“Però almeno ieri sera le ho portato tutto.”
Quel tutto non significava soltanto pannoloni, crema e pastiglie.
Significava non dover scegliere.
Non dover tornare a casa a mani vuote.
Non dover guardare la donna che amava e inventarsi una scusa.
Quel giorno, durante la pausa, mangiò mezzo panino seduto vicino all’uscita di servizio.
Io ero lì con il caffè della macchinetta.
A un certo punto tirò fuori il foglietto dal taschino.
Lo lisciò sul ginocchio e lo guardò come si guardano i conti che non tornano mai del tutto.
“Cos’è?” gli chiesi.
“La lista,” disse.
“Quella di quello che serve.”
Sorrise appena, ma senza allegria.
“Ogni volta che depenno una cosa, ne compare un’altra.”
Non parlava per farsi compatire.
Questo in lui restava uguale.
Raccontava i fatti.
Come uno che ha passato la vita a stringere i denti e ancora non sa fare altro.
Nei giorni successivi prese a raccontarmi qualcosa di Teresa.
Non i dettagli tristi.
Non i momenti peggiori.
Mi raccontava di quando si erano conosciuti alla festa del paese.
Di lei che rideva poco, ma bene.
Del fatto che sapeva fare le melanzane sott’olio meglio di chiunque altro nel raggio di trenta chilometri.
Di come, per quarant’anni, gli avesse preparato il caffè prima ancora che lui si alzasse dal letto.
“Non era una donna di tante smancerie,” mi disse una mattina mentre sistemava i cestini piccoli dentro quelli grandi.
“Però se mi vedeva stanco, senza dire niente mi metteva il piatto più pieno.”
Abbassò gli occhi.
“Uno certe cose le capisce davvero solo quando non succedono più.”
Cominciai ad aspettare quei racconti.
Mi accorsi che non servivano solo a lui.
Facevano bene anche a me.
Nel supermercato passa di tutto.
Fretta.
Nervosismo.
Gente che litiga per niente.
Persone che si trascinano dietro giornate cattive e le scaricano sul primo sconosciuto.
Giovanni, invece, portava dentro una specie di silenzio pulito.
Non alleggeriva il dolore.
Ma gli toglieva il rumore.
Una sera, verso la chiusura, una cliente anziana scivolò vicino al banco frigo.
Niente di grave, per fortuna.
Più spavento che altro.
Io ero dall’altra parte del reparto e quando arrivai vidi Giovanni già accanto a lei.
Non l’aveva toccata di colpo.
Non l’aveva strattonata.
Le stava parlando piano.
“Non si alzi subito.”
“Respiri.”
“Piano, signora, piano.”
Le teneva una mano sotto il gomito, con una delicatezza che non ti aspettavi da quelle dita grosse e rovinate.
La signora tremava per lo spavento.
Lui la fece sedere.
Le recuperò la borsa.
Raccolse da terra il pacco di biscotti che le era caduto.
Poi rimase lì finché non smise di agitarsi.
Più tardi, mentre chiudevamo, gli dissi:
“Se l’è cavata bene.”
Lui scrollò le spalle.
“Quando stai tanto vicino a una persona che soffre, impari a vedere prima la paura del resto.”
Quella frase mi restò addosso.
Perché era vera.
E perché detta da lui sembrava ancora più vera.
Dopo circa due settimane, la direttrice del punto vendita mi chiamò in ufficio.
Aveva notato Giovanni.
Tutti l’avevano notato, in realtà.
I clienti lo salutavano già per nome.
Qualcuno si fermava a scambiare due parole.
Una signora gli portò perfino un sacchetto di mandarini dal suo giardino, dicendo che “uno così si vede subito che è una persona perbene”.
Lui aveva provato a rifiutare.
Naturalmente.
Poi la signora gli aveva infilato il sacchetto tra le mani e se n’era andata prima che potesse protestare.
La direttrice mi guardò sopra gli occhiali.
“Quanto regge?”
“Più di quello che pensa,” risposi.
Lei annuì.
“Bene. Perché mi sa che qui dentro ci serve.”
Quando glielo dicemmo, Giovanni non parlò per qualche secondo.
Era in piedi vicino alla porta dell’ufficio, con il berretto stretto tra le mani.
“Dice sul serio?” chiese.
La direttrice rispose come avrebbe risposto a chiunque altro:
“Dico che lavora bene. E che le ore possiamo aumentargliele un po’.”
Lui abbassò il viso.
Io pensai che stesse per commuoversi.
Invece disse:
“Posso continuare la mattina? Il pomeriggio devo stare a casa.”
“Certo,” rispose lei.
E quella fu forse la cosa più importante.
Non gli stavamo chiedendo di scegliere fra il lavoro e Teresa.
Gli stavamo dando un modo per tenere insieme entrambe le cose.
Da quel giorno prese l’abitudine di arrivare sempre dieci minuti prima.
Passava nel retro.
Appendeva il cappotto.
Si lavava le mani.
Poi tirava fuori la fotografia dal portafoglio, la guardava un istante e la rimetteva via.
Una mattina gli chiesi:
“Lo fa sempre?”
Lui capì subito di cosa parlavo.
“Così mi ricordo per chi sto uscendo di casa.”
Disse proprio così.
Non per cosa.
Per chi.
Verso metà novembre cominciò il freddo vero.
Quello che entra dalle maniche e ti si ferma nelle ossa.
In negozio si parlava già delle feste che sarebbero arrivate.
Panettoni sugli espositori.
Luci tiepide appese sopra le casse.
Canzoni basse, sempre le stesse, che a una certa ora sembravano più malinconiche che allegre.
Giovanni, invece, in quel periodo si fece di nuovo più silenzioso.
Non era il silenzio del primo giorno.
Era un silenzio diverso.
Di preoccupazione.
Una mattina arrivò tardi.
Solo di venti minuti, ma per lui era tantissimo.
Entrò trafelato, col viso grigio.
“Scusi,” disse subito.
“Stanotte ha avuto febbre.”
“Teresa?”
Lui annuì.
“Il medico è venuto?”
“Sì.”
“E allora?”
“Allora bisogna aspettare.”
Pronunciò quella parola come se fosse la più pesante del mondo.
Aspettare.
Per chi sta bene, aspettare è una cosa normale.
Per chi ha qualcuno a casa che soffre, aspettare è una stanza chiusa senza finestre.
Quel giorno lavorò lo stesso.
Ma lo vidi distratto.
Non sbagliava.
Non si fermava.
Però aveva lo sguardo di chi sta con metà del corpo in un altro posto.
A metà mattina gli dissi di andare a chiamare a casa.
Lui mi guardò come se non ci avesse pensato.
O come se non si fosse sentito autorizzato a pensarci.
Telefonò dal retro.
Quando tornò, aveva gli occhi lucidi.
“Respira meglio,” disse.
“Tutto qui.”
Fece un respiro lungo.
“Ma oggi per me è già tantissimo.”
Quella settimana, senza nemmeno metterci d’accordo davvero, cominciammo tutti a fare qualcosa.
Niente di plateale.
Niente che potesse umiliarlo.
La collega del banco prese l’abitudine di mettergli da parte il pane del giorno prima che restava invenduto ma ancora buono.
Il magazziniere gli trovò una sedia più comoda per quando doveva fermarsi due minuti.
La cassiera più anziana gli portò un thermos con del tè caldo e disse solo:
“Me ne avanzava.”
Erano gesti piccoli.
Ma i gesti piccoli, quando uno sta affondando, fanno da riva.
Giovanni li accettava a modo suo.
Con pudore.
Con attenzione.
Come se avesse paura di prendere più del necessario.
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