Dall’altra parte ci fu silenzio.
—Vuoi procedere con l’adozione?
Vittorio guardò Matteo che provava a sistemare i libri in ordine di altezza, come se volesse guadagnarsi il posto in casa.
—Sì.
—Vittorio, sarà lunga.
—Ho tempo.
—Non sarà semplice.
—Non ho chiesto semplice.
—La tua famiglia?
Vittorio guardò fuori dalla finestra, i portici bagnati, le vecchie signore con la sporta, il paese che avrebbe parlato.
—La mia famiglia comincia adesso.
Le settimane successive furono un disastro.
Un disastro bellissimo.
Vittorio comprò vestiti sbagliati.
Pantaloni troppo lunghi.
Scarpe di una misura in più.
Una giacca gialla che Matteo non osava dire di odiare.
Bruciò il risotto.
Fece il bucato con un maglione rosso e trasformò tutte le magliette bianche in rosa.
La prima volta che accompagnò Matteo a scuola, arrivò con mezz’ora di anticipo e parcheggiò davanti al cancello come un agente di scorta.
Le altre mamme lo guardavano.
Qualcuna sussurrava.
“È quello della Conti.”
“Ha preso un bambino.”
“Alla sua età?”
“Chissà l’eredità.”
Il chiacchiericcio arrivò anche al bar.
Il barista un giorno disse:
—Vittorio, complimenti, eh. Ci vuole coraggio.
Uno al tavolino aggiunse:
—O incoscienza.
Vittorio si girò.
Una volta avrebbe fatto finta di nulla.
Per eleganza.
Per bella figura.
Per non abbassarsi.
Invece disse:
—Meglio incosciente con un bambino a casa che furbo con il cuore vuoto.
Il bar tacque.
E da quel giorno qualcuno iniziò a salutarlo in modo diverso.
Non tutti.
Ma qualcuno sì.
La signora del forno mise sempre una focaccia in più nel sacchetto.
—Per il piccolo.
Il fruttivendolo gli insegnò quali mele piacciono ai bambini.
La vicina di sotto, vedova anche lei, portò una teglia di pasta al forno.
—Non perché lei non sia capace, ragioniere. Ma perché si vede.
—Si vede cosa?
—Che non è capace.
E risero.
Fu la prima risata vera di Vittorio dopo anni.
Matteo però restava prudente.
Non lasciava mai i giochi sparsi.
Non chiedeva mai il bis.
Quando rompeva qualcosa, diventava bianco.
Una sera fece cadere una tazza.
Si frantumò sul pavimento.
Era una tazza di Elena.
Una di quelle con i limoni dipinti.
Matteo scoppiò a tremare.
—Scusa, scusa, scusa, non volevo, me ne vado in camera, non tocco più niente.
Vittorio guardò i cocci.
Per un secondo sentì il dolore.
Poi guardò il bambino.
Si chinò e raccolse un pezzo.
—Era solo una tazza.
—Ma era sua.
—Sì.
Prese un altro coccio.
—E lei avrebbe detto che finalmente qualcuno la usava.
Matteo lo guardò, incredulo.
—Non sei arrabbiato?
—Sono triste. È diverso.
—Quando la gente è triste, poi manda via.
Vittorio si fermò.
Ecco dov’era la ferita.
Non nel cimitero.
Non nella neve.
Ma lì.
In quella certezza piccola e terribile.
Se sbaglio, mi mandano via.
Vittorio si sedette a terra, tra i cocci.
—Ascoltami bene. In questa casa puoi rompere una tazza. Puoi sbagliare un compito. Puoi piangere. Puoi arrabbiarti. Puoi anche dirmi che la giacca gialla fa schifo.
Matteo spalancò gli occhi.
—Fa schifo.
—Lo sapevo.
Il bambino rise.
Poco.
Ma rise.
E quella risata fece più rumore di tutti i piatti della domenica.
Arrivò dicembre.
Il paese si riempì di luminarie.
Nel centro storico misero il presepe grande, quello con il fiumiciattolo finto e il mugnaio che girava sempre.
Vittorio non faceva l’albero da cinque anni.
Le scatole degli addobbi erano in cantina, chiuse come tombe.
Matteo un giorno lo chiese piano:
—Tu lo fai Natale?
—Una volta.
—Con Elena?
—Sì.
—E adesso?
Vittorio guardò il soggiorno ordinato.
Troppo ordinato.
—Adesso lo rifacciamo.
Scese in cantina e tornò con tre scatoloni.
Dentro c’erano palline vecchie, luci ingarbugliate, un puntale storto, decorazioni fatte a mano da Elena.
Matteo prese una piccola stella di feltro.
—Questa l’ha fatta lei?
—Sì. Diceva che era brutta ma simpatica.
—È brutta.
—Molto.
La misero davanti.
L’albero venne storto.
Le luci metà funzionavano e metà no.
Le palline erano tutte in basso, perché Matteo arrivava solo lì.
Vittorio lo guardò e pensò che non aveva mai visto niente di più bello.
Quella notte, però, Matteo sparì.
Vittorio si svegliò alle tre.
Non sapeva perché.
Forse un rumore.
Forse un presentimento.
Forse Elena.
La camera di Matteo era vuota.
Il letto rifatto.
I vestiti nuovi piegati sulla sedia.
La foto sparita.
Sul comodino, un biglietto.
“Non voglio che poi ti penti. Vado via prima.”
Vittorio sentì il cuore fermarsi.
Uscì di casa senza cappotto.
Scese le scale correndo come non correva da trent’anni.
Fuori l’aria tagliava la faccia.
Le strade erano vuote.
Vide una sagoma piccola sotto i portici, diretta verso la fermata degli autobus.
—Matteo!
Il bambino accelerò.
Vittorio corse.
Le scarpe gli scivolavano sulle pietre umide.
—Matteo, fermati!
Lo raggiunse vicino all’edicola chiusa.
Gli afferrò lo zaino.
Matteo si voltò con gli occhi pieni di terrore.
—Lasciami andare!
—No.
—Ti stancherai di me!
—No.
—Tutti si stancano!
—Io no.
—Lo dici adesso!
La voce di Matteo si spezzò.
—Poi un giorno mi guardi e pensi che Elena ti ha lasciato un problema. E io non voglio sentirlo. Non voglio aspettare che succeda. Vado via io.
Vittorio si inginocchiò sul marciapiede freddo.
Non gli importò dei pantaloni bagnati.
Non gli importò se qualcuno dalle finestre stava guardando.
La bella figura era morta quella notte.
E finalmente lui era vivo.
Prese il viso di Matteo tra le mani.
—Tu non sei un problema.
—Sì.
—No.
—Sono uno che nessuno tiene.
Vittorio sentì qualcosa spaccarsi dentro.
—Allora ascoltami bene, perché te lo dico una volta e poi te lo dimostro tutti i giorni. Tu sei mio figlio.
Matteo smise di respirare.
—Non ancora.
—Sì. Le carte arrivano dopo. Il cuore è già arrivato.
—Ma se cambi idea?
—Mi romperai altre tazze. Mi farai arrabbiare. Mi farai preoccupare. Mi farai diventare matto con i compiti e con le scarpe in mezzo al corridoio. Ma io non cambio idea.
Matteo tremava.
—Davvero?
Vittorio lo tirò a sé.
Forte.
Come si abbraccia qualcuno che sta cadendo da anni.
—Davvero.
Il bambino resistette un secondo.
Poi crollò.
Si aggrappò al collo di Vittorio e pianse.
Non un pianto da capriccio.
Un pianto antico.
Di stazioni.
Di letti sconosciuti.
Di porte chiuse.
Di adulti gentili per un po’ e poi spariti.
Vittorio lo tenne stretto sotto i portici, mentre il paese dormiva e una luce si accendeva dietro una tenda.
—Ti porto a casa.
Sussurrò.
—E se scappo ancora?
—Ti vengo a riprendere.
—Sempre?
—Sempre.
Il giorno dell’udienza, Vittorio indossò un abito blu.
Matteo una camicia bianca e un maglione che pungeva.
—Mi gratta.
—Anche a me gratta la paura.
Matteo lo guardò serio.
—A te fa paura diventare papà?
—Moltissima.
—Allora perché lo fai?
Vittorio sistemò il colletto del bambino.
—Perché certe cose fanno paura proprio perché contano.
In tribunale non ci furono musiche.
Non ci furono miracoli da film.
Solo una stanza semplice.
Una giudice con gli occhiali.
Un assistente sociale.
Giorgio con la cartella.
Teresa seduta in fondo, che piangeva in silenzio.
La giudice fece domande.
Vittorio rispose.
Non sempre bene.
A un certo punto gli chiese:
—Perché vuole adottare Matteo?
Lui avrebbe potuto dire tante cose belle.
Che era volontà di Elena.
Che il bambino aveva bisogno di una famiglia.
Che lui aveva mezzi economici.
Che la casa era adatta.
Invece disse:
—Perché per cinque anni ho creduto di essere rimasto solo al mondo. Poi ho trovato lui sulla tomba di mia moglie. Pensavo fosse un segreto da spiegare. Era una risposta da accogliere.
La giudice abbassò gli occhi sui documenti.
Poi guardò Matteo.
—E tu, Matteo? Vuoi vivere con il signor Rinaldi?
Matteo strinse la foto di Elena nella tasca.
Poi guardò Vittorio.
—Sì.
Una parola.
Piccola.
Ma cambiò tutto.
Quando uscirono, Teresa abbracciò Matteo.
—La tua mamma sarebbe felice.
Matteo guardò Vittorio.
—Quale?
Teresa sorrise tra le lacrime.
—Tutte e due le forme d’amore che hai avuto.
Vittorio non dimenticò mai quella frase.
Tutte e due le forme d’amore.
La sera stessa, andarono alla casa al mare.
Era chiusa da tempo.
Odore di umido.
Lenzuola sui mobili.
Persiane azzurre scolorite.
Sabbia davanti al cancelletto.
Vittorio aprì le finestre.
Il mare d’inverno era grigio e rumoroso.
Matteo corse sul balcone.
—Si sente fortissimo!
—Elena diceva che qui il mare parla anche quando stai zitto.
Matteo guardò la spiaggia vuota.
—Posso avere una stanza qui?
Vittorio sorrise.
—Puoi scegliere quella che vuoi.
Il giorno dopo arrivarono Paola ed Enrico.
Vittorio li aveva chiamati.
Non per chiedere permesso.
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