Pensavo che la notte del suo sonno contro la mia gamba fosse stata la parte più difficile.
Mi sbagliavo.
La parte più difficile è arrivata nei giorni dopo, quando ho capito che portare a casa Nerino non voleva dire solo offrirgli un posto dove stare.
Voleva dire imparare, piano, tutto quello che la strada gli aveva lasciato addosso.
La mattina dopo mi sono svegliato presto, quasi di colpo.
Per un secondo non ricordavo nemmeno perché.
Poi ho visto il trasportino ancora aperto vicino al mobile della televisione, la ciotolina vuota sul pavimento, e lui.
Dormiva ancora sul divano.
Non contro di me, stavolta. Un po’ più in là, arrotolato su se stesso, con il muso nascosto sotto la zampa.
Ma era lì.
E già quello, in una casa dove fino al giorno prima c’ero solo io, mi sembrava una piccola cosa enorme.
Mi sono alzato piano per non spaventarlo.
Appena ho messo il caffè sul fuoco, però, ha alzato la testa.
Ha guardato verso la cucina con gli occhi stretti, ancora impastati di sonno, e per un momento è rimasto immobile. Come se avesse dovuto ricordarsi dove si trovava.
Poi non è scappato.
Non si è nascosto.
È solo rimasto a osservare.
Quella mattina ha mangiato un po’ di più.
Sempre lentamente, sempre con quella sua prudenza da animale che aveva imparato a non fidarsi troppo della fortuna. Però ha finito quasi tutta la ciotola.
Quando ho allungato una mano verso di lui, si è irrigidito appena.
Non mi ha soffiato.
Non mi ha graffiato.
Si è solo fermato, con gli occhi su di me, come se stesse cercando di decidere che intenzioni avessi davvero.
Allora ho lasciato perdere.
Ho capito subito che con lui non avrei potuto avere fretta.
E, a dire il vero, forse era da tanto che nella mia vita nessuno mi insegnava ad andare piano.
I primi giorni sono stati fatti di piccole cose.
Io uscivo per lavorare la mattina e gli lasciavo tutto pronto. Cibo, acqua fresca, una coperta piegata sull’angolo del divano, la finestra del soggiorno socchiusa quel tanto che bastava per far entrare un po’ d’aria senza freddo.
Quando tornavo, lo trovavo sempre in posti diversi.
Una sera sulla sedia della cucina.
Una sera sul tappeto vicino alla lampada.
Una volta addirittura sul letto, in mezzo, come se ci abitasse da anni e fossi io quello di passaggio.
Mi faceva quasi ridere.
Aveva quell’aria da vecchio signore stanco che finalmente, dopo una vita in piedi, si prendeva il diritto di scegliere dove sedersi.
Però le notti erano più complicate.
Non tutte.
Ma alcune sì.
Capitava che un rumore sul pianerottolo lo facesse scattare in piedi.
Capitava che una moto troppo forte in strada lo facesse correre sotto il tavolo.
Una notte un temporale lo ha spaventato così tanto che l’ho trovato in bagno, schiacciato tra il muro e la lavatrice, con gli occhi larghi e il respiro corto.
Mi sono seduto per terra davanti a lui senza dire niente.
All’inizio non voleva uscire.
Poi, piano, ha infilato il muso fuori dall’ombra.
Gli ho parlato a bassa voce.
Le solite sciocchezze che si dicono agli animali quando in realtà le stai dicendo anche a te stesso.
“È solo rumore.”
“Qui non ti succede niente.”
“Ci sono io.”
Non so se capisse le parole.
Però dopo un po’ è uscito.
E si è seduto vicino alla mia gamba, senza toccarmi del tutto. Quasi.
Per noi due, quella sera, era già abbastanza.
La settimana dopo l’ho portato dal veterinario.
Non gli piaceva il trasportino, naturalmente.
Appena l’ho tirato fuori dallo sgabuzzino, mi ha guardato come se avessi tradito un patto importante.
Mi è venuto quasi da chiedergli scusa.
In sala d’attesa c’erano un cane giovane che tirava al guinzaglio e una signora con un coniglio dentro una scatola di plastica rosa. Nerino era rigido, silenzioso, offeso.
Sembrava uno di quegli uomini anziani che sopportano tutto senza lamentarsi, ma ti fanno capire benissimo che non approvano niente.
La visita non ha portato brutte notizie, che già era molto.
Era vecchio, sì.
Più vecchio di quanto avessero immaginato quando l’avevano trovato.
Aveva addosso gli anni, la strada, un po’ di artrosi, qualche dente messo male, e quella stanchezza profonda che non viene da una giornata andata male ma da una vita intera passata a resistere.
Però stava meglio di quanto sembrasse.
Aveva bisogno di tempo, cure, pasti regolari.
Aveva bisogno di quiete.
Quando sono tornato a casa con lui, ho appoggiato il trasportino sul pavimento e ho aperto lo sportello.
È rimasto fermo un momento.
Poi è uscito e, senza nemmeno guardarsi intorno, è andato dritto al divano.
Ci è salito con fatica, si è sistemato nella coperta e si è lasciato andare con un sospiro piccolo.
Come a dire: basta, per oggi il mondo può aspettare.
Da lì in poi qualcosa fra noi ha iniziato a cambiare davvero.
Non in modo improvviso.
Non come succede nei racconti fatti bene, dove a un certo punto tutto si scioglie e l’animale capisce che sei la sua persona e fine.
No.
Con Nerino era tutto più piccolo, più lento, più vero.
La prima volta che ha cercato la mia mano è successo la sera, mentre guardavo distrattamente un programma che non mi interessava davvero.
Lui era seduto accanto a me.
Io avevo la mano appoggiata sul divano, senza pensarci.
A un certo punto ho sentito qualcosa di leggero contro le dita.
Ho abbassato gli occhi.
Era lui.
Aveva spinto il muso contro la mia mano e se n’era rimasto lì, fermo.
Come se mi stesse dando il permesso.
L’ho accarezzato piano, sulla testa, dietro l’orecchio con la tacca.
Ha chiuso gli occhi.
E ha fatto quel verso basso, ruvido, quasi arrugginito, che non sembrava ancora una fusa vera e propria, ma la sua prova generale.
Mi è venuto da sorridere da solo, nel soggiorno.
Una di quelle cose che, se ti vedesse qualcuno, penseresti di sembrare un idiota.
Ma non c’era nessuno a vedermi.
E per una volta andava bene così.
Col passare delle settimane, Nerino ha cominciato a prendere spazio.
Non solo in casa.
Dentro le giornate.
Dentro le abitudini.
Dentro il silenzio.
La sera non accendevo più la televisione tanto per riempire la stanza.
Mi bastava sentire lui muoversi sul pavimento. Il rumore secco della ciotola spinta di un centimetro. Il saltino poco elegante sul divano. Il respiro addormentato a un braccio di distanza.
Cose piccole.
Eppure, facevano compagnia più di tante parole.
Ho iniziato persino a rientrare prima, qualche volta.
Non perché fosse necessario in senso stretto.
Ma perché mi piaceva l’idea che qualcuno mi aspettasse.
Anche se il suo modo di aspettarmi era restare sul davanzale con l’aria di chi ti concede appena uno sguardo, come per farti capire che non si era affatto preoccupato.
Poi però, appena chiudevo la porta, mi seguiva fino in cucina.
Sempre.
Con quella dignità da vecchio gatto che non vuole sembrare affettuoso, ma nemmeno perdere di vista dove vai.
Un pomeriggio di sabato ho tirato fuori una spazzola comprata giorni prima.
Non sapevo come l’avrebbe presa.
Il suo pelo era ancora opaco, anche se meno di prima. E c’erano punti in cui sembrava quasi aver rinunciato a sistemarsi.
L’ho chiamato piano.
Lui mi ha guardato dal tappeto.
Ho fatto vedere la spazzola, sentendomi anche un po’ stupido.
“Vediamo se riusciamo a rimetterti in ordine, vecchio mio.”
All’inizio era diffidente.
Ha annusato la spazzola come se potesse nascondere un insulto personale.
Poi gli ho passato piano le setole sulla schiena.
Una volta.
Due.
Tre.
E lui si è fermato.
Non immobile per paura.
Immobile per piacere.
Ha abbassato appena la testa, ha socchiuso gli occhi e si è lasciato fare.
Quella sera ho riempito il sacchetto di pelo morto, e per la prima volta il suo mantello mi è sembrato un po’ meno triste.
Anche il suo modo di camminare era cambiato.
Sempre lento, sempre rigido in certi momenti, ma meno guardingo.
Come se la casa avesse smesso di sembrargli un posto preso in prestito.
Come se cominciasse a crederci davvero.
Una domenica è successa una cosa che non mi aspettavo.
Ero andato a buttare la spazzatura. Giusto il tempo di scendere e risalire.
Quando sono tornato davanti alla porta di casa, l’ho sentito miagolare dall’interno.
Non forte.
Non disperato.
Però chiaro.
Mi sono fermato con la mano sulla chiave.
Per un attimo non ho aperto subito.
Sono rimasto lì ad ascoltare.
Avevo passato anni a rientrare in una casa silenziosa.
Anni.
E invece, da dietro quella porta vecchia, c’era qualcuno che si era accorto che mancavo.
È una cosa sciocca, forse.
Ma mi sono dovuto schiarire la gola prima di entrare.
Quella sera gli ho dato metà del tonno che mi ero preparato.
Lo so.
Forse non avrei dovuto.
Ma lui se l’era meritato.
Con il freddo che lasciava spazio alla primavera, Nerino ha preso l’abitudine di stare vicino alla finestra nel pomeriggio.
Si sedeva sul cuscino che gli avevo sistemato lì e guardava il cortile interno, i panni stesi, i vasi storti dei vicini, le rondini che tagliavano il cielo tra i tetti.
Aveva un modo tutto suo di osservare il mondo.
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