Sul Cartone C’era Scritto “Morde”, Ma Quel Gatto Aspettava Solo Amore

Pensavo che la storia di Mimmo fosse finita lì, con lui sul mio divano e quel cartone appeso in corridoio. Poi una donna suonò alla mia porta e disse una frase che mi tolse il fiato.

«Credo di conoscere quel gatto.»

Io rimasi immobile, con una tazza in mano e Mimmo seduto dietro le mie gambe, mezzo nascosto.

La donna avrà avuto più o meno la mia età. Forse qualche anno in più. Capelli castani tagliati corti, un viso stanco, occhi buoni ma pieni di qualcosa che sembrava rimorso.

Teneva tra le mani una borsa di stoffa e continuava a stringerla come se dentro ci fosse il coraggio che le mancava.

«Mi scusi», disse subito. «Non volevo disturbarla. Mi chiamo Paola. Abito due vie più in là.»

Io non risposi subito.

Guardai Mimmo.

Lui guardò lei.

Non soffiò. Non scappò. Ma abbassò il corpo, come faceva i primi tempi, quando ogni rumore gli sembrava una minaccia.

«Come fa a conoscerlo?» chiesi.

Paola deglutì.

«L’ho visto alla finestra qualche giorno fa. Era sul davanzale. Quell’orecchio… quel modo di sedersi…» Fece una pausa. «Mia madre aveva un gatto uguale. Si chiamava Nerino.»

Sentii una stretta allo stomaco.

Mimmo.

Nerino.

Per tre anni avevo pensato che nessuno lo avesse cercato.

Per tre anni avevo pensato che fosse stato solo lasciato lì, con una parola addosso più pesante di una condanna.

Paola guardò il corridoio.

Vide il cartone incorniciato.

Il suo viso cambiò.

Si portò una mano alla bocca.

«Oddio», sussurrò. «Quello era il nostro.»

Io strinsi la tazza così forte che quasi mi scottai le dita.

«Vostro?»

Lei annuì, ma non con orgoglio.

Con vergogna.

«Non come pensa lei», disse piano. «O forse sì. Non lo so più nemmeno io.»

La feci entrare in cucina.

Mimmo non venne.

Rimase sulla porta del soggiorno, seduto in ombra, con la coda avvolta attorno alle zampe.

Paola si sedette al tavolo. Non chiese caffè. Non si tolse nemmeno il cappotto.

Mi raccontò tutto con frasi piccole, come se ogni parola le facesse male.

Sua madre, la signora Teresa, viveva da sola in un appartamento sopra una vecchia merceria chiusa da anni. Aveva avuto quel gatto per più di dieci anni.

Lo aveva trovato da cucciolo nel cortile interno, sporco e affamato, e lo aveva cresciuto come si crescono certe creature quando la casa è troppo silenziosa.

Con pazienza.

Con pane spezzato male.

Con una sedia sempre lasciata libera vicino al termosifone.

«Mamma diceva che non era un gatto», raccontò Paola. «Diceva che era un vecchio parroco in pensione. Sempre serio. Sempre seduto a giudicare tutti.»

Sorrise appena.

Poi il sorriso sparì.

Tre anni prima, la signora Teresa era caduta in casa.

Una cosa improvvisa.

Un’ambulanza.

Una borsa preparata di fretta.

La porta chiusa.

Il gatto nascosto sotto il letto.

Paola era arrivata dopo, spaventata, confusa, con la testa piena di telefonate e moduli e parole difficili.

Nerino non si faceva prendere.

Graffiava.

Scappava.

Si infilava dietro i mobili.

«Era terrorizzato», disse Paola. «E io ero terrorizzata quanto lui. Non sapevo cosa fare. Mia madre continuava a chiedere del gatto dall’ospedale, ma io non riuscivo nemmeno a toccarlo.»

Alla fine un vicino aveva aiutato a metterlo nel trasportino.

Nerino aveva graffiato la mano di quell’uomo.

Niente di grave.

Un taglio.

Un gesto di paura.

Ma qualcuno, per evitare che altri ci infilassero le dita, aveva scritto quella parola sul cartone.

MORDE.

«Dovevamo portarlo da una signora che si era offerta di tenerlo per qualche giorno», disse Paola. «Solo qualche giorno.»

Abbassò lo sguardo.

«Poi è successo un casino. Mia madre peggiorava. Io andavo avanti e indietro. La signora non poté più tenerlo. Qualcuno mi disse che il gatto era scappato dal trasportino vicino alla lavanderia. Io lo cercai. Lo giuro. Ma non lo trovai.»

Si asciugò una lacrima con il dorso della mano.

«Poi mi dissero che forse era stato preso da qualcuno. O che forse era morto. Io non volevo crederci. Ma dopo mesi…»

Non finì la frase.

Io guardai il corridoio.

Quel cartone, appeso lì per tre anni, aveva avuto una sola verità per me.

Ora ne aveva un’altra.

Non cancellava il dolore.

Non cancellava la paura di Mimmo.

Ma rendeva tutto più umano.

E forse più triste.

«Sua madre?» chiesi.

Paola inspirò piano.

«È viva. Vive in una casa assistita, poco fuori città. Non è più quella di prima. Cammina poco, parla poco. Ma ogni tanto, quando è stanca, dice ancora: “Dov’è Nerino?”»

Mimmo, dal soggiorno, fece un piccolo verso.

Non un miagolio vero.

Un suono basso, quasi rotto.

Paola si voltò.

«Posso vederlo meglio? Solo da lontano.»

Io annuii.

«Da lontano.»

Lei si inginocchiò piano sul pavimento, senza avvicinarsi.

Mimmo la guardò.

Io trattenni il respiro.

Per un momento non successe niente.

Poi Paola disse una parola.

Non forte.

Non dolce in modo finto.

Solo una parola vecchia.

«Nerì.»

Mimmo alzò la testa.

Io sentii qualcosa aprirsi dentro di me.

Lui non corse da lei.

Non ci fu una scena da film.

Non saltò in braccio, non fece miracoli, non dimenticò tre anni di nuova vita.

Fece solo due passi.

Poi si fermò.

Paola si mise a piangere in silenzio.

«È lui», disse. «È proprio lui.»

Quella notte non dormii.

Mimmo sì.

Dormì sul mio fianco, come sempre, pesante e caldo, con una zampa appoggiata sul mio braccio.

Io invece guardai il soffitto.

Avevo paura.

Paura che qualcuno venisse a portarmelo via.

Paura di essere egoista.

Paura di scoprire che l’amore, a volte, non basta per sapere qual è la cosa giusta.

Il mattino dopo chiamai la dottoressa Ricci.

Le raccontai tutto.

Lei ascoltò senza interrompermi.

Poi disse:

«Mimmo adesso ha una casa. Questo non si cancella. Però, se la signora anziana era davvero la sua persona, forse un incontro può fare bene a entrambi. Senza forzare. Senza decidere tutto in un giorno.»

Senza forzare.

Quelle parole mi piacquero.

Perché Mimmo aveva già avuto abbastanza mani frettolose nella vita.

Passarono due settimane.

Paola venne a casa mia tre volte.

Sempre con calma.

Sempre seduta sul pavimento.

Portava una copertina vecchia di sua madre, lavata e piegata in una busta.

La prima volta Mimmo la annusò e si nascose.

La seconda volta ci si sedette sopra con mezzo corpo.

La terza volta ci dormì.

Fu allora che capii.

Non era solo una storia inventata dal dolore di Paola.

C’era davvero qualcosa lì.

Un odore.

Una memoria.

Un pezzo di vita che Mimmo non aveva perso del tutto.

Il sabato successivo lo portammo dalla signora Teresa.

Non fu semplice.

Mimmo odiava ancora il trasportino.

Appena lo vide, sparì sotto il letto.

Io mi sedetti per terra, come avevo fatto tre anni prima sul marciapiede dietro la lavanderia.

«Non ti obbligo», gli dissi. «Decidi tu, vecchio mio.»

Ci vollero quaranta minuti.

Alla fine entrò da solo, piano, attirato dalla copertina di Teresa sistemata sul fondo.

Paola pianse già prima di uscire di casa.

Io guidai piano.

Non parlammo quasi per tutto il tragitto.

La casa assistita era semplice, pulita, con corridoi chiari e fotografie alle pareti. C’era odore di minestra, sapone e mobili vecchi.

La signora Teresa era seduta vicino a una finestra.

Era piccola, molto più piccola di come me l’ero immaginata.

Aveva i capelli bianchi raccolti male, una coperta sulle ginocchia e due mani sottili, piene di vene.

Guardava fuori.

Paola si chinò vicino a lei.

«Mamma», disse. «Ti ho portato una sorpresa.»

Teresa non si voltò subito.

Poi Paola aggiunse:

«Forse è tornato Nerino.»

La testa della donna si mosse appena.

Non abbastanza per un estraneo.

Abbastanza per una figlia.

Io posai il trasportino sul pavimento, a qualche metro.

Aprii lo sportellino.

Mimmo rimase dentro.

Nessuno parlò.

Nessuno lo chiamò.

Nessuno infilò la mano.

Passò un minuto.

Poi un altro.

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