Se pensate che la storia finisca con un tassametro spento e un abbraccio nel freddo dell’alba, vi sbagliate. Quella non era la fine della corsa, era solo il punto in cui ho smesso di correre io.
Quando ho parcheggiato sotto casa, il cielo era già latteo, e Roma sembrava trattenere il respiro. Ho salito le scale in punta di piedi, come se il rumore potesse svegliare i ricordi oltre ai vicini.
In cucina c’era il silenzio di sempre, quello che ti prende quando vivi da solo e ti ci abitui senza accorgertene. Mi sono versato un bicchiere d’acqua, poi l’ho lasciato lì, intatto, come se anche bere fosse un’azione troppo viva per quel momento.
Mi ero promesso un maritozzo alla panna, ve lo ricordate? E invece mi sono trovato con la bocca asciutta e un nodo in gola che non se ne andava. Ho provato a stendermi sul letto, ma ogni volta che chiudevo gli occhi rivedevo le sue mani sottili, la valigia di cuoio, la Cupola che le tremava negli occhi.
Alle sette mi sono arreso e sono uscito di nuovo. Non avevo una meta precisa, ma i piedi mi hanno portato da soli verso un bar che apriva presto, di quelli con il bancone di marmo e il caffè che ti rimette al mondo.
«Marco, ma che fai in giro a quest’ora?», mi ha detto il barista, uno che mi vede da anni e mi chiama sempre per nome. Aveva già capito dalla faccia che non era una mattina normale.
«Un caffè. E… un maritozzo», ho risposto, quasi con vergogna, come se quella panna fosse un lusso che non meritavo.
Ho addentato quel dolce piano, senza gusto, e mi è venuto da ridere. Non una risata vera, più un fiato che scappa e ti tradisce. Perché io volevo solo tornare a casa e mangiarmi un maritozzo, e invece la notte mi aveva portato altrove.
Ho preso la macchina e ho fatto un giro senza senso, come quando non vuoi arrivare da nessuna parte perché l’arrivo ti costringe a fare i conti. Sono passato sul Lungotevere e ho rallentato quasi senza volerlo, nello stesso punto in cui lei aveva abbassato il finestrino.
L’acqua era più chiara con la luce del giorno, ma l’odore era lo stesso. Umidità e pini, storia e freddo, e quella sensazione che Roma ti guarda e ti dice: “Tu sei solo di passaggio, io resto.”
A metà mattina mi è squillato il telefono. Un numero che non avevo salvato, con prefisso di Milano, mi è venuto da pensare. Per un attimo ho avuto l’istinto di non rispondere.
Poi ho risposto.
«Pronto?», ho detto.
Dall’altra parte c’era un uomo, voce trattenuta, educata, ma rotta in un punto che non si può aggiustare. «Lei è… Marco? Il tassista di stanotte?»
Mi è venuto un brivido. «Sì. Chi parla?»
«Mi chiamo Andrea», ha detto. «Sono il figlio della signora… della signora che ha accompagnato. Non so nemmeno come ringraziarla. Hanno trovato il suo numero tra i dati della corsa.»
Sono rimasto in silenzio, con una mano stretta sul volante. Mi sono accorto che stavo stringendo troppo forte, come se qualcuno volesse portarmelo via.
«Sua madre…», ho iniziato, ma la parola “madre” mi è uscita pesante.
Andrea ha capito e ha anticipato la frase. «È ancora sveglia. Stanca, ma sveglia. Ha chiesto di lei stamattina. Ha detto che “il ragazzo del taxi” le ha fatto vedere Roma un’ultima volta e che non poteva andarsene senza… senza sistemare una cosa.»
«Sistemare cosa?», ho chiesto.
Un respiro lungo. «Noi. Io e mia sorella. È complicato… lo so, lo so che non c’entra. Ma stanotte, a quanto pare, ha parlato più di noi che di Roma, a un certo punto. E noi… noi non eravamo lì.»
La voce gli tremava, ma non cercava scuse. Cercava un modo per non cadere.
«Dove siete?», ho chiesto, come si chiede a qualcuno se vuole una mano prima che faccia finta di niente.
«Io sono a Milano. Mia sorella è a Londra, o almeno… era. Sta prendendo il primo volo. Io sto salendo in macchina adesso. Arriviamo oggi pomeriggio.»
Ho guardato la strada davanti a me, il traffico già vivo, la gente che corre per comprare regali dell’ultimo minuto, per organizzare cenoni, per far finta che l’anno nuovo cancelli tutto. E ho sentito una rabbia piccola, stupida, inutile, contro l’orologio.
«Va bene», ho detto. «Se volete… posso passarvi a prendere. Non per soldi. Perché… perché a Roma, quando qualcuno deve arrivare, bisogna farlo arrivare.»
Andrea ha fatto un verso che sembrava un singhiozzo trattenuto. «Lei… lei lo farebbe?»
«Sì», ho risposto. «Mi dica solo dove.»
Così, alle tre del pomeriggio, ero davanti a una stazione piena di valigie nuove e occhi stanchi. Andrea è uscito tra la folla con un cappotto troppo leggero per Roma e una faccia che aveva visto troppi uffici e pochi abbracci.
Era più giovane di quanto immaginassi, forse poco più di quarant’anni. Aveva lo sguardo di chi è abituato a comandare, ma quel giorno non comandava niente.
Mi ha visto e si è avvicinato come se avesse paura di essere giudicato anche dal tassista.
«Marco?», ha chiesto.
«Andrea», ho risposto, e ci siamo stretti la mano. Era calda. La mia, invece, era ancora fredda.
Siamo saliti in macchina senza tante parole. Roma, fuori, era un altro film rispetto alla notte. Clacson, motorini, autobus che si incastrano come pezzi di un puzzle fatto male.
«Mia sorella atterra tra un’ora», ha detto Andrea. «La vado a prendere io, o…»
«Ci andiamo», ho tagliato corto. «Oggi si va insieme. Non è una giornata per dividersi.»
Lui ha annuito, e per la prima volta ha abbassato lo sguardo senza difendersi. Era un gesto piccolo, ma a volte i gesti piccoli sono quelli che aprono le porte.
Quando abbiamo trovato la sorella, Chiara, era pallida come il latte e aveva i capelli raccolti male, da aeroporto. In mano stringeva un telefono come se fosse una zattera.
Appena ha visto Andrea, si è fermata, immobile. Non si sono abbracciati subito. Si sono guardati e basta, come due estranei che si ricordano all’improvviso di essere stati casa.
«Ciao», ha detto lei.
«Ciao», ha risposto lui.
Poi, senza parole, Chiara ha lasciato cadere un po’ di rigidità dalle spalle e si è avvicinata. L’abbraccio è arrivato dopo, goffo, corto, ma vero.
In macchina, i primi minuti sono stati silenziosi. Io guidavo e fingevo di guardare la strada, ma ascoltavo ogni respiro.
A un certo punto Chiara ha parlato, la voce bassa. «Mi ha detto solo “vieni”. Un messaggio, stamattina. Era… era lucida. E gentile, come sempre. Come se stesse chiedendo un favore, non come se…»
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