A metà strada decise di passare dal distributore. Doveva andare in bagno e prendere fiato un attimo.
E fu lì che tutto cambiò.
Uscì dal piccolo bagno del distributore e tornò nel parcheggio. La luce al neon faceva un ronzio fastidioso. Era quasi mezzanotte. C’era solo una macchina parcheggiata lontano e una moto grande vicino alle pompe, cromata, pesante, come un animale.
L’uomo accanto alla moto era enorme. Almeno un metro e novanta. Barba grigia, braccia tatuate. Indossava un gilet di pelle con toppe cucite. Non erano toppe di squadre, non erano cose innocue: era il simbolo di un motoclub che tutti, in città, nominavano sottovoce.
“Gli Angeli d’Acciaio”.
Non era un nome ufficiale di niente, non era una marca, non era un’organizzazione famosa: era semplicemente un motoclub che girava da anni, e attorno a loro c’erano storie e paura. Gente che diceva “stai lontano”, “non guardare”, “non parlare”.
Amina lo vide e istintivamente abbassò lo sguardo. Non era affar suo. Doveva tornare a casa. Doveva dormire due ore.
Fece per attraversare il parcheggio.
Poi l’uomo barcollò.
Si portò una mano al petto, come se qualcuno l’avesse colpito dall’interno. Il volto gli si svuotò. Gli occhi si strinsero. Cadde in ginocchio.
Amina si fermò di colpo.
L’uomo cercò di respirare, ma era un respiro brutto, corto, disperato. E poi crollò sull’asfalto, supino, la testa di lato, le labbra che diventavano violacee.
Amina sentì un gelo lungo la schiena.
Il mondo, in quei momenti, diventa semplice. O fai qualcosa o non fai niente. Non c’è spazio per i pensieri lunghi.
«Ehi!» gridò verso il chiosco. «Chiamate il centodiciotto!»
L’addetto uscì mezzo passo, sigaretta in mano. Trenta e qualcosa anni, faccia stanca, occhi sospettosi. Guardò l’uomo a terra, poi guardò Amina.
«Signora… lascia stare. Quelli… portano guai.»
«Sta avendo un infarto!» urlò Amina. «Non respira bene!»
L’addetto fece una smorfia. «E se poi ci troviamo la gente qui? Io non voglio problemi.»
Un uomo anziano, con un cappellino e un sacchetto di patatine, uscì dal chiosco. Vide la scena e scosse la testa.
«Ragazza, non ti immischiare,» disse piano, come se volesse aiutarla. «Hai la faccia di una che ha una famiglia. Lascia stare, vai a casa.»
Amina si voltò, gli occhi pieni di rabbia e paura. «Un uomo sta morendo.»
L’uomo anziano distolse lo sguardo, mormorò qualcosa e se ne andò verso la macchina. Salì e partì senza guardare indietro.
L’addetto rientrò nel chiosco, come se quella scena non esistesse.
Amina rimase sola nel parcheggio con un uomo che stava per morire.
E allora le tornò in mente sua nonna, anni prima, caduta sul marciapiede per un malore. La gente passava. Nessuno si fermava. Quando arrivò l’aiuto, era tardi. Amina aveva dodici anni e ricordava ancora il telefono che squillava e la voce che diceva: “Mi dispiace.”
Si inginocchiò accanto all’uomo.
«Signore… mi sente? Mi sente?»
Gli occhi dell’uomo si aprirono appena, come fessure. Cercò di parlare, ma uscì solo un suono rauco.
«…farmaci…» sussurrò, e si toccò il petto. «…dimenticati…»
Amina tirò fuori il telefono. Un filo di segnale. Batteria quasi finita. Digitò 118.
La chiamata cadde.
«No… no, dai…» sibilò tra i denti.
Si alzò e corse verso il chiosco, spalancando la porta.
«Chiamate un’ambulanza adesso!» gridò. «Sta morendo fuori!»
L’addetto sbuffò, ma prese il telefono dietro il bancone. Amina non aspettò.
Scansionò gli scaffali. Cercava qualcosa che potesse aiutarlo. Acqua. E… qualcosa per il cuore. C’era una confezione di compresse di acido acetilsalicilico, quelle che tutti conoscono, in piccole scatole. Le prese. Prese anche una bottiglietta d’acqua.
Andò alla cassa e appoggiò tutto, le mani tremanti.
«Quanto?»
«Sei e cinquanta.»
Amina infilò la mano nella tasca interna e tirò fuori gli otto euro piegati.
Li guardò un attimo.
In quell’istante vide Leila seduta al tavolo, la ciotola vuota, la domanda negli occhi: “Mamma?”
Poi guardò l’uomo sull’asfalto.
E allungò i soldi.
L’addetto le diede il resto: un euro e cinquanta.
Amina uscì di corsa.
L’uomo era ancora a terra. Il petto non si muoveva bene. Amina si inginocchiò, aprì la confezione con le dita rigide, fece scivolare due compresse nel palmo e svitò la bottiglietta.
«Mi ascolti,» disse avvicinandosi. «Deve masticarle. Può farlo?»
L’uomo fece un verso, aprì la bocca appena. Amina gli mise le compresse sulla lingua.
«Mastica… piano… bravo.»
Lui masticò con fatica, il volto deformato dal dolore. Amina gli avvicinò l’acqua.
«Un sorso. Solo un sorso.»
L’uomo bevve appena. La sua mano si mosse e cercò la mano di Amina. La prese. La presa era debole, ma piena di una disperazione umana che le fece male.
«Arriva aiuto,» disse Amina, come se potesse tenere in piedi la realtà con la voce. «Resta con me. Non mi molli, va bene?»
L’uomo la guardò. Gli occhi erano lucidi.
«Nome…» sussurrò. «Come… ti chiami?»
«Amina. Amina Rinaldi.»
L’uomo fece un respiro tremante. «Amina…»
In lontananza si sentì una sirena. Vicina, poi più vicina.
Poi, all’improvviso, un rombo.
Una moto arrivò nel parcheggio e si fermò bruscamente. Un uomo più giovane, sulla trentina, scese di scatto, gilet di pelle anche lui, toppa dello stesso motoclub. Corri verso l’uomo a terra.
«Falco! Dio santo… Falco!»
Si inginocchiò dall’altra parte.
Amina lo guardò senza capire.
Il giovane alzò gli occhi su di lei, incredulo. «Tu… lo hai aiutato?»
Amina annuì. «Aveva bisogno.»
Il giovane la fissò come se avesse visto un miracolo.
«La gente di solito cambia marciapiede quando ci vede,» disse, quasi senza voce.
Amina non rispose. Continuò solo a tenere la mano dell’uomo e a parlare piano, come si parla a chi sta per scivolare via.
L’ambulanza entrò nel parcheggio. Due soccorritori scesero con rapidità, barella e strumenti. Uno di loro guardò Amina.
«Ha preso qualcosa?»
«Gli ho dato due compresse… quelle per il cuore… e acqua. Tre minuti fa.»
Il soccorritore annuì. «Hai fatto bene. Forse gli hai salvato la vita.»
Falco fu caricato sulla barella. Prima che chiudessero le portiere, l’uomo cercò di sollevare la mano e afferrò il polso di Amina per un istante.
Gli occhi si incastrarono nei suoi.
«Dì… che Falco… ti manda,» mormorò, e poi la maschera d’ossigeno tornò sul viso.
Amina non capì. Ma quelle parole le rimasero addosso come una promessa.
Il giovane si alzò, le mani nei capelli, pallido. Guardò l’ambulanza andare via.
Poi si voltò verso Amina e tirò fuori un biglietto dal portafoglio.
Era bianco, semplice. Un numero di telefono. E un piccolo simbolo: una corona con due ali, ricamata come un emblema.
«Io mi chiamo Nico,» disse. «Falco vorrà ringraziarti. Domani. Ti prego, chiama questo numero.»
Amina prese il biglietto con le dita fredde.
«Chi è lui?» chiese.
Nico la guardò, e nel suo sguardo c’era rispetto, ma anche una tristezza antica. «Uno che non dimentica la bontà.»
Amina rimase lì, con un euro e cinquanta in tasca e il cuore che batteva troppo forte.
L’addetto del chiosco uscì e la guardò scuotendo la testa. «Te l’avevo detto.»
Amina non rispose.
Tornò a casa a piedi, due chilometri nella notte, con il vento che le entrava nelle maniche e la testa piena di immagini.
Quando arrivò, era quasi l’una.
La signora Carmela dormiva sul divano con Leila appoggiata a lei, un braccio della bambina intorno al peluche. Amina svegliò Carmela piano.
«Sono tornata… grazie.»
Carmela annuì, assonnata, e se ne andò a casa.
Amina prese Leila in braccio e la portò nel letto. Leila si mosse appena.
«Mamma…»
«Shhh… dormi, amore.»
«Ti voglio bene.»
Amina sentì gli occhi bruciare. «Anch’io, vita mia.»
In cucina si sedette al tavolino. Tirò fuori il resto: un euro e cinquanta. Lo appoggiò davanti a sé come fosse una prova.
Poi tirò fuori il biglietto con la corona e le ali. Lo girò. Dietro era vuoto.
Una parte di lei voleva strapparlo e buttarlo via. Non voleva guai. Non voleva essere vista. Voleva solo vivere.
Ma un’altra parte, quella che aveva visto un uomo diventare grigio sull’asfalto, sapeva che certe cose non le cancelli con un gesto.
Aprì il quaderno della gratitudine e scrisse, anche se le mani tremavano:
Uno: Leila è con me.
Due: stanotte ho aiutato un uomo.
Tre: domani esiste ancora.
Chiuse il quaderno, mise il biglietto sul comodino e si sdraiò senza nemmeno spogliarsi del tutto.
Dormì poche ore, un sonno pesante e pieno di rumori.
Alle cinque la sveglia riprese a trillarle addosso.
Amina si alzò e andò in cucina. Aprì il mobile: una banana e qualche cracker. Basta.
Tagliò la banana a metà, mise i cracker su un piattino, versò un bicchiere d’acqua.
Leila arrivò e si sedette, ancora con i capelli arruffati.
«Mamma, che c’è da mangiare?»
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