La vicina che tutti evitavano nel nostro piccolo cortile è rimasta quasi un giorno intero stesa sul pavimento della cucina, e nessuno se n’era accorto.
Da noi tutti conoscevano la signora Bianchi. Ottantadue anni, vedova, sempre sola, sempre in ordine, sempre con quello sguardo che faceva capire subito che era meglio non fare troppo rumore davanti a casa sua.
Se un pallone finiva sul suo praticello, la finestra si apriva subito.
Se una bicicletta restava appoggiata male al cancello, lei la notava.
Se qualcuno lasciava due foglie sul vialetto, se ne accorgeva anche di quello.
Mio figlio Matteo la chiamava “la signora cattiva in fondo al cortile”. Io non l’ho mai sgridato davvero per questo. A dire la verità, lo pensavo anch’io. Non con le parole di un bambino, certo. Ma il senso era quello.
La signora Bianchi abitava nell’ultima villetta della nostra corte. Una casetta semplice, con le persiane sempre pulite, due fioriere curate e un giardinetto così in ordine da sembrare tenuto insieme dalla sua sola ostinazione. Tutto in lei dava un’idea di rigore. Perfino il silenzio.
Con noi parlava pochissimo. Un buongiorno secco, ogni tanto. Spesso neanche quello. E quando il pallone di Matteo sfiorava la sua rete, arrivava subito la sua voce tagliente:
— Questo non è un campo da calcio.
Matteo faceva sempre un salto.
Poi, la settimana scorsa, ho notato una cosa piccola. Una sciocchezza, forse. Una di quelle cose che vedi solo quando, senza accorgertene, hai imparato le abitudini degli altri.
Le sue persiane erano ancora chiuse a metà mattina.
Di solito le apriva presto. Sempre. Prima ancora che io finissi il caffè, a casa sua la giornata era già cominciata: persiane aperte, finestra della cucina socchiusa, poi più tardi un po’ d’acqua nelle fioriere. Era una donna precisa, di quelle che vivono seguendo un ritmo fisso.
Quella mattina mi sono detto che magari dormiva più del solito.
Ma il giorno dopo le persiane erano ancora chiuse.
I fiori sembravano secchi. Davanti alla porta c’era un volantino pubblicitario che di solito lei avrebbe tolto subito. Sono rimasto qualche secondo sul marciapiede a guardare quella facciata, con quella sensazione strana di stare mettendo il naso dove non dovevo.
Poi mi sono detto che, se ci fosse stato davvero qualcosa che non andava, non me lo sarei perdonato.
Così sono andato a bussare.
Ho suonato. Niente.
Ho bussato forte. Ancora niente.
Allora ho chiamato:
— Signora Bianchi? Va tutto bene?
Silenzio.
Non il silenzio normale di una casa vuota. Un silenzio pesante. Di quelli che mettono disagio.
Non so perché ho abbassato la maniglia. Forse per tranquillizzarmi. Forse per dimostrare a me stesso che stavo immaginando il peggio per niente.
La porta non era chiusa a chiave.
Appena entrato, ho sentito quel freddo strano che arriva quando c’è qualcosa che non va. Non un freddo vero. Più un nodo nello stomaco.
Ho fatto qualche passo, chiamandola ancora.
Poi l’ho vista.
Era stesa sul pavimento della cucina, su un fianco, vicino al tavolo. C’era un bicchiere rovesciato, l’acqua ormai asciutta, gli occhiali un po’ più in là. Quando ha girato piano la testa verso di me, mi sono spaventato quasi più che se l’avessi trovata priva di sensi.
Era sveglia.
Ma così debole che la sua voce sembrava non uscire quasi più.
La prima cosa che mi ha detto non è stata “aiuto”.
Non è stata “chiami qualcuno”.
È stata:
— Scusi.
Mi sono accovacciato subito accanto a lei. Ho chiesto aiuto e poi sono rimasto lì, vicino a lei, finché non sono arrivati. Parlava a pezzi, con fatica. Era scivolata il giorno prima. Aveva provato ad alzarsi. Non ci era riuscita. Ed era rimasta lì per ore.
Poi ha sussurrato una frase che non riesco più a dimenticare:
— Non volevo disturbare nessuno.
L’ho guardata e per un attimo non ho saputo cosa dire. La cosa che faceva più male non era solo il fatto che fosse rimasta lì così a lungo. Era che avesse preferito stare per terra da sola piuttosto che bussare alla porta di qualcuno.
Le ho detto soltanto:
— Lei non disturba. Lei è la mia vicina.
Ha chiuso gli occhi per un momento, come se quella frase le fosse costata più fatica della caduta.
È rimasta in ospedale per alcuni giorni. In quel tempo la sua casa sembrava ancora più silenziosa del solito. Io passavo davanti ogni mattina e quelle persiane chiuse mi stringevano il cuore.
Allora ho tagliato l’erba del suo giardinetto. Non perfettamente, ma bene. Matteo mi ha aiutato a sistemare le fioriere. All’inizio era incerto.
— Secondo te poi mi sgrida di nuovo?
Gli ho risposto:
— Può darsi. Ma sarebbe già meglio che non sentirla più.
Ci ha pensato un attimo, poi ha annuito.
Più tardi ha preso dei pennarelli e un cartone. Con quelle sue lettere storte e troppo grandi ha scritto: Bentornata a casa, signora Bianchi.
Il giorno in cui è tornata, io ero fuori con Matteo. L’auto si è fermata davanti al cancello. Si è aperta la portiera e, all’improvviso, mi è sembrata molto più piccola di come la ricordavo. Più fragile. Più stanca.
È rimasta ferma davanti all’ingresso.
Ha guardato l’erba tagliata.
I fiori.
Il cartello.
Io quasi mi aspettavo di sentirla dire che non ce n’era bisogno, oppure che non avremmo dovuto toccare niente.
Invece non ha detto nulla.
Si è portata una mano alla bocca e ha cominciato a piangere. Non forte. Non in modo composto. Ha pianto come piangono le persone che hanno trattenuto tutto per troppo tempo.
Dopo qualche secondo ha detto:
— Era tanto tempo che nessuno non mi aspettava per tornare a casa.
Solo questo.
Qualche giorno dopo, il pallone di Matteo è finito di nuovo sul suo prato. Ovviamente.
Matteo si è fermato di colpo. Anch’io.
La signora Bianchi è uscita piano. Ha raccolto il pallone con cautela, si è girata verso Matteo e glielo ha rilanciato. Un tiro storto, debole, ma abbastanza lungo da arrivare fino a lui.
Matteo l’ha preso al volo con tutte e due le mani.
Allora lei gli ha detto, con quella voce ancora un po’ dura ma ormai diversa da prima:
— Non male, Matteo.
Da quel giorno, per noi, non è più la vicina scorbutica in fondo al cortile.
È la signora Bianchi. Teresa.
E da allora penso spesso a quanto sia facile sbagliarsi sulle persone. Si vede la durezza. Il tono brusco. La porta chiusa. Ma non si vedono le sere vuote, le stanze in silenzio, gli anni che pesano addosso.
Certe persone non sono cattive.
Sono solo rimaste sole per troppo, troppo tempo.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





