Dietro le persiane chiuse della signora Bianchi c’era una solitudine immensa

Dopo il giorno in cui la signora Bianchi rilanciò il pallone a Matteo, pensavo che la storia fosse finita lì.

Mi sbagliavo.

Perché certe persone non ti entrano in casa con grandi discorsi. Entrano piano. Con una finestra lasciata socchiusa. Con un saluto in più. Con un piatto restituito pulito e una frase detta quasi sottovoce.

Nei giorni dopo il suo ritorno, Teresa ricominciò a farsi vedere poco alla volta.

La mattina apriva di nuovo le persiane presto, anche se non più prestissimo come prima. I vasi sul davanzale tornarono a prendere colore. Il cancelletto restava chiuso, ma non dava più l’idea di essere una frontiera.

Una volta la vidi ferma davanti alle fioriere che io e Matteo avevamo sistemato mentre era in ospedale.

Le stava guardando come si guarda qualcosa che si riconosce e, insieme, qualcosa che non si sa più bene se ci appartenga davvero.

Quando mi vide, si raddrizzò subito.

— Le petunie, — disse. — Le avete messe troppo vicine.

Io pensai: eccola.

Per un attimo mi venne quasi da sorridere.

— Può essere, — risposi. — Io coi fiori sono una frana.

Lei fece un piccolo verso col naso, come a dire che sì, si vedeva.

Poi aggiunse:

— Però hanno resistito.

Era il suo modo di dire grazie.

Da allora cominciò una strana abitudine tra noi.

Non qualcosa di dichiarato. Nessun patto. Nessuna confidenza improvvisa.

Solo piccole cose.

Io uscivo la mattina per portare fuori la spazzatura e la trovavo già lì, con il suo grembiule a quadretti e la scopa in mano.

Lei mi diceva:

— Oggi farà caldo.

Oppure:

— Suo figlio corre troppo quando gioca.

Oppure ancora:

— Quel vaso grande va girato. Prende male il sole.

E io rispondevo.

All’inizio sembrava tutto uguale a prima. Stessa voce un po’ brusca. Stesso modo asciutto di stare al mondo.

Ma non era uguale.

Perché ora, dietro a quella voce, io sentivo la fatica. E forse anche lei, dietro alla mia risposta, sentiva che non la stavo più ascoltando solo per educazione.

Matteo fu il primo ad accorgersene davvero.

Un pomeriggio stava giocando in cortile con il pallone sgonfio che usava quando non voleva rischiare di rompere niente. Teresa era uscita per scuotere una tovaglia.

Lui si fermò e la guardò.

— Signora Bianchi, — disse, — ma lei era sempre così anche da piccola?

Io quasi mi strozzai con il caffè.

Pensai che stavolta ci saremmo rimessi da capo.

Teresa invece lo guardò senza offendersi.

Anzi, lo studiò con quella sua faccia seria, come se la domanda meritasse una risposta precisa.

— Da piccola no, — disse. — Da piccola correvo più di te.

Matteo sgranò gli occhi.

— Davvero?

— Davvero.

— E allora perché adesso sgridava sempre tutti?

Lei restò zitta qualche secondo.

Io stavo già per intervenire. Per dire a Matteo che certe cose non si chiedono. Ma Teresa alzò appena una mano, come per fermarmi.

Poi disse:

— Perché quando si resta da soli per tanto tempo, si diventa spigolosi. È un po’ come il pane vecchio. Se non lo bagni, si indurisce.

Matteo ci pensò su con una serietà tutta sua.

— Però il pane vecchio si può fare buono col latte, — disse.

Teresa lo fissò.

Poi, per la prima volta da quando la conoscevamo, le vidi comparire una cosa che sul suo viso non avevo mai visto davvero.

Non un sorriso pieno.

Qualcosa di più piccolo. Ma vero.

— A volte sì, — rispose.

Da quel giorno Matteo cominciò a passare più spesso davanti al suo cancelletto.

Non per invadenza. Per curiosità.

Scoprì che Teresa sapeva il nome di quasi tutte le piante del cortile. Che conosceva il mese giusto per potare il gelsomino della signora del primo piano. Che sapeva togliere una macchia di sugo da una maglietta bianca meglio di chiunque altro. Che faceva i biscotti secchi all’anice anche se diceva di non avere più voglia di cucinare.

Il primo piatto di biscotti arrivò a casa nostra in un contenitore di plastica con il coperchio blu.

Suonò il campanello. Aprii.

Lei era lì, dritta come sempre, con il contenitore tra le mani.

— Li ho fatti perché ho acceso il forno, — disse. — Non perché ci fosse un’occasione particolare.

— Certo, — risposi.

— E non sono troppo dolci.

— Meglio.

— E forse qualcuno si è un po’ bruciato sotto.

— Li mangeremo lo stesso.

Allora mi porse il contenitore e aggiunse, senza guardarmi negli occhi:

— Il cartello che ha fatto Matteo… l’ho tenuto.

Non seppi cosa dire. Feci solo cenno di sì.

Lei annuì una volta, come se avesse sistemato una questione rimasta aperta, e se ne andò.

Quando aprii il contenitore, sotto ai biscotti trovai il cartoncino piegato in due. Sul retro, con una calligrafia ordinatissima, Teresa aveva scritto: Grazie per avermi aspettata.

Non lo dissi subito a Matteo.

Glielo mostrai dopo cena.

Lui lesse piano, muovendo le labbra. Poi prese il cartoncino e disse:

— Allora non l’ha buttato.

— No.

— Secondo me le è piaciuto tantissimo.

— Secondo me pure.

Lui sembrò soddisfatto di aver capito una cosa importante del mondo.

I cambiamenti, però, non fanno rumore solo quando arrivano. A volte fanno rumore anche quando fanno paura.

Teresa stava meglio, sì. Ma non come prima.

Camminava più piano. Si reggeva ai mobili quando pensava di non essere vista. Una mattina la vidi ferma davanti al cancello con due buste leggere della spesa, eppure aveva il fiato corto come se ne avesse portate dieci.

Mi avvicinai per aiutarla.

Lei strinse subito le dita sui manici.

— Faccio da sola.

Lo disse con il tono di una persona abituata a difendere le poche cose che le restano.

— Lo so, — le risposi. — Infatti le porto solo fino alla porta.

Restò immobile. Sembrava quasi arrabbiata.

Poi mollò i manici.

Entrai con lei fino in cucina.

Era tutto pulito come sempre. Forse più di sempre. Come se l’ordine potesse tenere lontano la paura.

Appoggiai le buste sul tavolo.

Notai che dentro c’erano poche cose. Latte. Fette biscottate. Due mele. Una scatola di brodo. Un pezzetto di formaggio.

Troppo poco.

Non dissi niente. Ma ci pensai tutto il giorno.

La sera, a cena, Matteo mi chiese:

— Teresa mangia sempre così poco?

Fu strano sentirgli dire Teresa. Naturale, però.

— Non lo so, — risposi.

Lui restò un po’ zitto. Poi disse:

— Quando una persona è sola, magari non le viene voglia di cucinare solo per sé.

Quella frase, detta da un bambino, mi colpì più di quanto avrei voluto ammettere.

Due giorni dopo, mia sorella venne a pranzo con sua figlia Chiara, che ha undici anni e parla il doppio del necessario. Portò una teglia di lasagne grande abbastanza per un battesimo.

A fine pranzo ne avanzò metà.

Di solito l’avrei congelata. Invece presi una pirofila, la sistemai bene e chiesi a Matteo se voleva portarla lui.

Lui accettò subito.

Suonammo insieme.

Teresa aprì, guardò la pirofila, poi me, poi Matteo.

— Non serve.

— Lo so, — disse Matteo. — Però c’è.

Teresa abbassò gli occhi sulla lasagna.

— Non ho niente per ricambiare.

— Non deve ricambiare, — dissi.

Lei stava per ribattere, lo vedevo.

Ma Matteo la precedette.

— Ci ha già dato i biscotti.

Teresa restò in silenzio.

Poi ci fece cenno di entrare un momento.

Ci accompagnò in cucina, liberò un angolo del tavolo e prese la pirofila con una cautela che non era per la pietanza. Era per il gesto.

— Grazie, — disse piano.

Matteo, che non sa stare fermo neanche quando sarebbe il caso, vide sopra la credenza una vecchia fotografia in cornice.

C’era una ragazza giovane, con i capelli raccolti e un vestito chiaro a fiori. Sorrideva accanto a un uomo magro con i baffi sottili. In braccio tenevano una bambina di forse tre anni.

— È lei? — chiese.

Io trattenni il respiro.

Ma Teresa non si irrigidì come temevo.

Guardò la foto anche lei.

— Sì. Molti anni fa.

— E la bambina chi è?

Passò qualche secondo prima che rispondesse.

— Mia figlia.

Matteo annuì, come se fosse la cosa più normale del mondo.

— È bella.

Teresa si appoggiò appena al tavolo.

— Lo era. E lo è.

Quella piccola correzione cambiò l’aria della stanza.

Io la guardai.

Lei non disse altro. Ma per la prima volta capii che quella casa non era stata sempre così silenziosa. Che dentro quelle stanze c’erano state voci, corse, forse perfino litigate. E che il silenzio di adesso non era il suo carattere.

Era quello che restava.

Quando uscimmo, Matteo mi chiese a bassa voce:

— La figlia dov’è?

— Non lo so.

Non insistette.

Ma la risposta arrivò da sola qualche giorno dopo.

Era domenica pomeriggio. Avevo sistemato due sedie in cortile e stavo controllando il telefono mentre Matteo cercava di insegnare al gatto del vicino a saltare dentro uno scatolone.

Teresa uscì con un maglione leggero sulle spalle e un sacchetto del pane in mano.

Si fermò vicino al cancelletto.

— Oggi c’è troppa aria, — disse.

— Un po’, — risposi.

Lei restò lì. Non sembrava voler tornare subito dentro.

Allora le indicai la sedia vuota.

— Se vuole si sieda.

Fece quella faccia che faceva sempre quando le si proponeva qualcosa che in fondo desiderava ma non voleva far vedere.

Alla fine si sedette.

Per qualche minuto guardammo Matteo che correva dietro al gatto, mentre il gatto lo ignorava con superiorità totale.

Poi Teresa disse, come se stesse continuando un discorso iniziato da tempo:

— Mia figlia vive lontano.

Non la interruppi.

— All’inizio telefonava spesso. Poi meno. Poi a Natale. Poi quasi mai.

Teneva gli occhi fissi davanti a sé.

— Ha la sua vita. Il lavoro. La famiglia. I figli ormai grandi. Succede.

Disse “succede” con una voce piatta, ma non era rassegnazione. Era una specie di ferita diventata abitudine.

— Vi siete litigate? — chiesi piano.

Teresa fece un piccolo gesto con la mano.

— Non come si immagina. Niente urla. Niente porte sbattute. Peggio. Tante cose piccole. Orgoglio mio. Orgoglio suo. Frasi dette male. Visite rimandate. Compleanni saltati. E poi passa il tempo. E il tempo, se non lo fermi subito, si mette in mezzo come un muro.

Guardò Matteo.

— A un certo punto non sai più da che parte cominciare per abbatterlo.

Rimanemmo zitti.

C’erano rumori normali intorno a noi. Una televisione accesa da qualche finestra. Un motorino lontano. Il pallone che rotolava piano contro il marciapiede.

Mi venne da chiederle perché non avesse chiamato sua figlia quando era caduta. Ma mi sembrò crudele.

Fu lei stessa, poco dopo, a rispondere alla domanda che non avevo fatto.

— In ospedale mi hanno chiesto chi avrei voluto avvisare, — disse. — Non sapevo cosa dire. Ho fatto il numero due volte. Ho chiuso prima che rispondesse.

— Perché?

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