Il vicino che odiavo aprì la porta, e capii chi ci divideva davvero

Alle due di notte ero piazzato davanti alla porta del mio vicino del piano di sopra, stringendo il manico della scopa, pronto a dirgliene quattro.

Vivo in questo vecchio palazzo da quarant’anni. Pago sempre il condominio spaccando il minuto, faccio la differenziata e rispetto le regole. Una vita tranquilla. Almeno fino a tre mesi fa, quando quel ragazzotto, Marcello, si è trasferito di sopra. Da allora è stato un inferno.

Il problema principale era il riscaldamento centralizzato. Si bloccava in continuazione e in casa si gelava. Quando si invecchia, il freddo ti entra dritto nelle ossa.

Ne ho parlato con Franco, il nostro portiere. Franco è uno di quelli che ha sempre in mano uno straccio e una sigaretta mezza spenta in bocca. Annuiva sempre, comprensivo, a ogni mia lamentela.

“Sa,” mi ha sussurrato un giorno Franco sulle scale, “è colpa del nuovo arrivato là sopra. Marcello. Di notte armeggia con la valvola principale per avere più acqua calda. Fa abbassare la pressione a tutto il palazzo. Ma vallo a dimostrare.”

Mi è bastato questo. Ogni notte, al minimo rumore di passi sopra la mia testa, prendevo la scopa e battevo forte sul soffitto. Volevo che sapesse che non dormivo. La risposta non si faceva attendere: tonfi, mobili trascinati sul pavimento, a volte il portone che sbatteva da far tremare i muri. Una vera e propria guerra.

Franco passava regolarmente lo straccio in corridoio e scuoteva la testa. Mi ripeteva in continuazione quanto Marcello fosse un inquilino insopportabile. “Nessun rispetto per gli anziani,” diceva Franco. “Fa quello che gli pare.”

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il mio geranio. Un ricordo di mia moglie, che avevo messo sul pianerottolo per l’inverno. Ieri sera l’ho trovato in mille pezzi sulle piastrelle. Franco era lì vicino con scopa e paletta.

Ha alzato le spalle e ha mormorato: “Ho visto Marcello inciampare qui poco fa. Completamente ubriaco, se vuole il mio parere.”

Lì non ci ho visto più. Ecco perché mi ritrovavo lì, nel cuore della notte, con il cuore in gola e le mani che tremavano davanti alla sua porta. Ho fatto un bel respiro e ho battuto forte con il pugno. Non con la scopa, con il mio pugno nudo.

“Apra!” ho gridato.

Mi aspettavo di trovarmi davanti uno sbruffone arrogante e ubriaco. Qualcuno che mi ridesse in faccia o mi spingesse via.

La serratura è scattata. La porta si è socchiusa, poi si è spalancata. Marcello era lì davanti a me. Ma non era ubriaco. Aveva un aspetto distrutto. Gli occhi arrossati, occhiaie profonde e scure gli segnavano il viso. Indossava un maglione di lana grossa e tremava. In casa sua faceva ancora più freddo che da me.

Ma quello che mi ha tolto il fiato è stato il fagotto che teneva tra le braccia. La sua bambina, avrà avuto due anni al massimo, avvolta in tre coperte pesanti. Aveva le guance in fiamme, respirava a fatica e piagnucolava piano.

Ho abbassato il manico della scopa.

Marcello mi ha guardato e, all’improvviso, è scoppiato a piangere. Esausto, si è appoggiato allo stipite della porta. “Cosa vuole ancora da me?” ha sputato fuori, con la voce rotta. “Non le basta lamentarsi di continuo con l’amministratore, tanto che mi hanno chiuso del tutto i termosifoni? Perché ha dovuto anche rompere il termometro fuori dalla mia finestra? Mia figlia ha la febbre altissima!”

L’ho guardato sbalordito. “Non mi sono mai lamentato di lei con l’amministratore,” ho risposto lentamente. “E non ho rotto nessun termometro. È stato Franco a dirmi che lei manometteva il riscaldamento.”

Marcello si è asciugato gli occhi con la manica. “Franco? Ma Franco mi ha detto che lei chiamava l’agenzia tutti i giorni perché la bambina piangeva troppo forte. Mi ha detto che aveva giurato di farmi cacciare via.”

Siamo rimasti lì, nella corrente gelida del pianerottolo, a guardarci. E all’improvviso tutto è diventato chiaro. Non c’era nessuna valvola manomessa. Non c’era nessuna lamentela per i rumori. La caldaia era semplicemente vecchia e da buttare. Un impianto nuovo sarebbe costato una fortuna ai proprietari.

Se gli inquilini si odiano, si rendono la vita impossibile e si danno la colpa a vicenda, non si parlano. E se non si parlano, non fanno una petizione comune per pretendere i lavori. Franco ci aveva messi l’uno contro l’altro, semplicemente per distrarci dal vero problema.

Ho ripensato a una storia che avevo letto un giorno. Se metti cento formiche nere e cento formiche rosse in un barattolo, non succede nulla. Si ignorano. Ma se scuoti forte il barattolo, iniziano a uccidersi a vicenda. Le rosse credono che le nere siano il nemico, e viceversa.

Mentre il vero nemico è chi scuote il barattolo.

“Venga,” ho detto piano, facendo un passo indietro. “Prenda due cose per la piccola. Scendiamo da me.”

Marcello ha esitato, ma gli ho fatto un cenno di incoraggiamento. Di sotto, in salotto, avevo ancora una vecchia stufetta elettrica. Le resistenze sono diventate rosse e hanno diffuso un bel calduccio. Ho messo su l’acqua per preparare una grande teiera di camomilla calda.

Siamo rimasti seduti in silenzio sul mio divano, cullati dal ronzio della stufetta. Marcello teneva sua figlia che, al caldo, alla fine si è rilassata e si è addormentata profondamente. Ho bevuto un sorso di camomilla e li ho guardati. Due estranei che avrebbero dovuto farsi la guerra, uniti nel cuore della notte.

Prima di scagliarci contro chi ci sembra sbarrare la strada, forse faremmo bene a fermarci un secondo. Ad alzare la testa, e a guardare con molta attenzione chi sta davvero scuotendo il nostro barattolo.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto