Credevo di aver salvato un vecchio gatto solo. Finché non ho capito che ogni notte aspettava qualcuno che era ancora vivo.
L’ho trovato verso la fine di ottobre, sotto un tavolo da picnic dietro una lavanderia, in un paesino a un paio di comuni dal mio.
Era magro, sporco, vecchio in quel modo che ti stringe subito il petto. Aveva un orecchio tagliato. Il pelo, lungo la schiena, si era fatto più chiaro. Quando mi sono abbassato per prenderlo, non ha opposto resistenza.
Si è solo lasciato andare contro di me, come se non avesse più molte forze, ma avesse ancora un po’ di speranza.
L’ho portato a casa e l’ho chiamato Alfredo.
Era un gatto facile. Usava la lettiera, mangiava quello che gli mettevo nella ciotola, non graffiava niente. Tranquillo. Dolce. Mai un problema.
Però non si è mai davvero fermato.
Io vivo da solo in una piccola casa in affitto ai margini del paese. Niente moglie. Niente figli. Solo io, un vecchio divano, una moka che fa un rumore sempre più preoccupante, e la televisione accesa spesso più per riempire il silenzio che per guardarla davvero. Mi ero raccontato che avevo preso Alfredo per fare del bene a lui.
La verità è che anche io avevo bisogno di compagnia.
Le prime notti ha dormito sotto il tavolo della cucina. Poi si è sistemato sul tappeto vicino alla porta d’ingresso. È diventato il suo posto. Non il divano. Non il mio letto. Sempre la porta.
Ogni sera, quando iniziava a calare la luce, si sedeva lì e fissava la striscia di chiarore sotto l’ingresso. Quando passavano i fari davanti alla finestra, alzava la testa. Quando sentiva dei passi fuori, muoveva le orecchie. Quando sbatteva una portiera in strada, tutto il suo corpo si tendeva, come se il cuore gli si fosse rimesso in moto all’improvviso.
Poi il rumore passava.
E lui si spegneva di nuovo.
Le ho provate tutte. Scatolette migliori. Coperte più morbide. Una cuccia calda. Qualche bocconcino. Gli parlavo al mattino, gli parlavo la sera.
Non cambiava niente in quello che aveva negli occhi.
Non era paura.
Non era dolore.
Era mancanza.
Sono andati avanti così sei mesi. Una notte mi sono svegliato e l’ho trovato seduto al buio, ancora davanti alla porta, ancora ad aspettare. Quella sera ho smesso di chiedermi come renderlo felice. Ho cominciato a chiedermi chi avesse amato prima di me.
La mattina dopo gli ho fatto una foto e l’ho pubblicata online.
Gatto maschio anziano trovato mesi fa. È al sicuro ed è curato bene. Se qualcuno lo riconosce, mi scriva.
La sera stessa mi è arrivato un messaggio vero.
Una donna che si chiamava Bruna mi ha scritto. Aveva ottantadue anni e viveva a circa centotrenta chilometri da me. Mi ha detto che il mio gatto somigliava in tutto e per tutto al suo Nerino, sparito durante una notte di temporale parecchi mesi prima. Lo aveva cercato ovunque. Canili e rifugi della zona, volantini, vicini. Poi mi ha mandato una foto.
Lo stesso orecchio rovinato.
Lo stesso mento chiaro.
Gli stessi occhi stanchi.
Nella foto era acciambellato sulle sue ginocchia. Lei era seduta in una vecchia poltrona, con una coperta blu sulle gambe.
Ho guardato la foto, poi Alfredo vicino alla mia porta, e all’improvviso tutta la sua tristezza ha avuto un senso.
Mi piacerebbe dire che ho reagito subito nel modo giusto.
Non è andata così.
Mi ero abituato a lui. Al rumore delle sue zampe nel corridoio. Al fatto di non essere più l’unico essere vivo dentro casa.
Ma voler bene a qualcuno non vuol dire che ti appartenga.
Così, la mattina dopo, ho messo la sua coperta nel trasportino e sono partito.
La casa di Bruna era piccola, in ordine, con i vasi di gerani davanti all’ingresso. Ha aperto la porta prima ancora che facessi in tempo a bussare davvero. Una donnina minuta, i capelli bianchi raccolti, una mano che tremava appoggiata allo stipite.
Ho posato il trasportino a terra.
“Credo di avere il suo gatto,” le ho detto.
Lei si è piegata come ha potuto e ha sussurrato:
“Nerino?”
Non avevo mai visto quel vecchio gatto muoversi così in fretta.
Appena ha sentito la sua voce, ha miagolato e si è buttato contro la porticina del trasportino. Quando gliel’ho aperta, è uscito e mi è sembrato di vederlo cambiare davanti ai miei occhi. Gli si sono aperti gli occhi in un altro modo. La schiena si è raddrizzata. Tutto il suo corpo vecchio ha ripreso vita.
Si è strusciato contro le sue gambe continuando a miagolare.
Bruna si è seduta e l’ha preso sulle ginocchia. Lui ci è salito sopra come se niente fosse successo. Come se tutti quei mesi, per loro due, non avessero cambiato niente.
Poi lei mi ha guardato con gli occhi pieni di lacrime e mi ha detto:
“Io non ho mai smesso di aspettarlo.”
Quando sono andato via, Nerino ha alzato la testa una volta dalle sue ginocchia per guardarmi.
Non con tristezza.
Con pace.
Una settimana dopo, Bruna mi ha mandato una foto. Dormiva sulla sua poltrona, con una zampa appoggiata al suo golfino.
A casa mia, adesso, c’è più silenzio.
A volte mi capita ancora di guardare la porta d’ingresso senza neanche accorgermene.
E ogni tanto penso che quel vecchio gatto sia entrato nella mia vita giusto per il tempo necessario a insegnarmi una cosa:
Voler bene non significa sempre essere quello che viene scelto.
A volte significa solo aiutare qualcuno a tornare nel posto dove il suo cuore era rimasto fin dall’inizio.
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