A settantadue anni trascinai la valigia fino alla porta, e mio marito mi chiese solo se avessi preso le chiavi.
Non mi chiese dove stessi andando.
Non mi chiese perché.
Non mi chiese nemmeno se sarei tornata.
Ettore era seduto al tavolo della cucina, come tutte le mattine. La tazzina davanti, il giornale piegato accanto al piatto, gli occhiali bassi sul naso. Nella nostra casa ogni cosa aveva il suo posto.
Tranne me, a quanto pare.
Io tenevo stretta la maniglia della mia vecchia valigia blu. Non era grande. Dentro avevo messo due camicette, un golfino, le medicine, il pettine, un paio di scarpe comode e una fotografia di quando avevo vent’anni.
In quella foto sorridevo senza fatica.
Ettore alzò appena gli occhi.
«Nerina, le chiavi le hai prese?»
Ecco.
Dopo quarantotto anni di matrimonio, quella era l’unica cosa che gli veniva in mente.
Rimasi ferma con la valigia in mano.
Se l’avessi appoggiata a terra, sarei rimasta. Lo sapevo bene. Avrei detto a me stessa che non era poi così grave. Che alla nostra età non si fanno certe cose. Che due vecchi non si lasciano per la tristezza.
Ma io non me ne andavo per un capriccio.
Me ne andavo perché, da anni, mi sentivo già uscita da quella casa. Solo che il mio corpo era rimasto lì.
Il nostro matrimonio non era stato brutto da vedere.
Ettore non urlava. Non rompeva niente. Non mi umiliava davanti agli altri.
Era tutto più silenzioso.
Aveva semplicemente smesso di vedermi.
Preparavo la minestra come piaceva a lui, e lui chiedeva se c’era ancora formaggio.
Gli dicevo che mi faceva male la schiena, e lui rispondeva che bisognava comprare il detersivo.
Una volta mi tagliai i capelli corti. Se ne accorse dopo tre giorni, perché la vicina mi fece un complimento sul pianerottolo.
Per il mio settantaduesimo compleanno portò a casa una crostata all’albicocca. A me non era mai piaciuta. A lui sì.
Io non dissi niente.
Forse era stato anche quello il problema. Avevo taciuto troppo. Non tutto insieme. Un poco alla volta.
Una frase ingoiata.
Un desiderio rimandato.
Una delusione piegata bene, come gli asciugamani nel cassetto.
A un certo punto, in quella casa si sentivano solo le abitudini di Ettore.
Le mie erano sparite.
Tre settimane prima avevo preso la valigia dall’armadio in corridoio. Ettore non l’aveva notata. Ogni giorno ci mettevo dentro qualcosa, mentre lui guardava la televisione in sala.
La sera prima di andarmene, cercando un ago nella scatola del cucito, avevo trovato una cartolina vecchia.
Me l’ero scritta da ragazza, prima di conoscere Ettore.
C’era una frase sola:
“Non dimenticare cosa ti piace.”
Rimasi seduta al tavolo con quella cartolina tra le mani.
Cosa mi piaceva?
Mi vergognai, perché non seppi rispondere subito.
Da giovane disegnavo. Mani, facce, finestre, sedie vuote, tazze sul tavolo. Mio padre diceva che io notavo le cose piccole, quelle che gli altri lasciavano passare.
Poi erano arrivati il lavoro, la spesa, le bollette, il bucato, le visite, i pranzi della domenica, le camicie di Ettore, i suoi orari, i suoi silenzi.
Il quaderno da disegno era finito in un cassetto.
Dopo di lui, erano finite lì anche altre parti di me.
Così quella mattina presi la valigia.
Nel pianerottolo incontrai Livia, la vicina del piano di sotto. Aveva poco meno di cinquant’anni, viveva sola e lavorava in un piccolo forno del paese. Ci eravamo sempre scambiate poche parole: il pane, la posta, l’ascensore che faceva rumore, qualche pianta da annaffiare.
Vide la valigia.
Poi guardò me.
Non fece domande inutili.
Disse solo:
«Nerina, vuole salire da me a bere un caffè prima di andare?»
Quella frase mi fece crollare.
Non era una frase grande.
Era una frase gentile.
Non mi chiedeva cosa avevo dimenticato. Non mi chiedeva cosa avrebbe mangiato Ettore. Non mi chiedeva se avevo pensato a tutto.
Mi chiedeva se volevo qualcosa.
Annuii.
E le lacrime mi uscirono senza chiedere permesso.
Nella cucina di Livia mi sedetti con la valigia accanto alla sedia. Lei mise su la moka e mi diede una fetta di ciambellone su un piattino sbeccato.
Non parlò subito.
Le fui grata per questo.
A volte una persona ti aiuta di più quando non ha fretta di sapere tutto.
Verso mezzogiorno squillò il suo telefono.
Livia rispose, poi mi guardò.
Capii subito.
Era Ettore.
«Sì, è qui», disse lei.
Sentii la sua voce, bassa e secca.
Poi chiese:
«Ha preso le pastiglie per le ginocchia?»
Risi.
Un riso piccolo, amaro.
Le ginocchia.
Sempre le ginocchia.
Non il cuore. Non la paura. Non il fatto che sua moglie fosse uscita di casa con una valigia.
Livia rimase zitta un momento.
Poi disse piano:
«Ettore, forse dovrebbe chiederle come sta.»
Ci fu silenzio.
Poi lui chiuse la chiamata.
Pensai che non sarebbe venuto.
Invece, nel pomeriggio, bussarono alla porta.
Ettore era lì.
Non aveva fiori. Non aveva un discorso pronto. Teneva solo la mia sciarpa grigia tra le mani.
«L’hai dimenticata», disse.
Sentii una stanchezza vecchia salirmi addosso. Anche allora, pensai, era venuto per una cosa lasciata indietro.
Feci per prenderla.
Ma lui non la lasciò subito.
«Nella tasca c’era una cartolina», mormorò.
Mi mancò il respiro.
«L’ho letta.»
Abbassai gli occhi.
Mi sembrò che avesse visto una parte di me che avevo nascosto perfino a me stessa.
Ettore rimase immobile sulla porta. Le sue mani tremavano un poco.
Poi mi guardò davvero.
Non come si guarda una sedia spostata. Non come si guarda una tazza vuota.
Come si guarda una persona che si è quasi persa.
«Nerina», disse lentamente, «tu disegni ancora?»
Quella domanda arrivava con quasi cinquant’anni di ritardo.
Eppure arrivò.
Mi sedetti.
Lui rimase in piedi, impacciato, vecchio, più fragile di quanto avessi mai voluto ammettere.
«Io pensavo che se la casa andava avanti, andasse bene anche tutto il resto», disse.
Scossi la testa.
«No, Ettore. A volte la casa va avanti. E una persona sparisce lo stesso.»
Quella sera non tornai con lui.
Dovevo restare fuori almeno una volta, per capire che i miei passi erano ancora miei.
Qualche giorno dopo presi una piccola stanza vicino alla piazza. Niente di speciale. Un letto, un tavolo, una sedia, un davanzale dove appoggiare una tazza.
Livia mi regalò un quaderno da disegno.
Due settimane dopo, Ettore venne a trovarmi.
Aveva in mano una scatola di matite colorate.
Sopra c’era un biglietto scritto da lui:
“Per quello che ti piace.”
Non seppi cosa dire.
Presi la scatola e piansi.
Non sapevo se io ed Ettore saremmo tornati a vivere insieme.
Ma sapevo una cosa.
A settantadue anni non ero troppo vecchia per andarmene.
Non ero troppo vecchia per essere guardata.
E soprattutto, non ero troppo vecchia per ritrovare me stessa.
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