Ogni mattina quella vedova mi urlava contro agitando un fazzoletto giallo, finché quel fazzoletto sparì.
Guidavo lo scuolabus in un paese dell’Appennino emiliano, uno di quei posti dove tutti sanno chi sei, anche se non ti parlano quasi mai.
Mi chiamo Valerio.
Da anni facevo sempre lo stesso giro. Partivo dal deposito comunale, passavo davanti alla piazzetta, poi salivo lungo una strada stretta, tra case basse, cortili silenziosi e vecchi poderi rimasti mezzi vuoti.
Alla terza fermata c’era Mirella.
Non saliva mai.
Stava solo davanti al suo cancello, vicino a una vecchia casa con le persiane scolorite. Era piccola, magra, con i capelli bianchi raccolti male e un grembiule a fiori sopra il vestito.
In mano teneva sempre un fazzoletto giallo.
Appena vedeva arrivare il pulmino, alzava il braccio e gridava:
“Piano, Valerio! Lì dentro ci sono dei bambini, mica sacchi di patate!”
I ragazzini ridevano ogni volta.
Alcuni si preparavano già prima della curva.
“Eccola! Eccola!”
Io rallentavo, abbassavo il finestrino e rispondevo:
“Vado già piano, signora Mirella!”
Lei sbuffava, scuoteva quel fazzoletto come se stesse comandando il traffico di tutta la provincia, poi tornava verso casa con i suoi passetti corti.
All’inizio pensavo fosse solo una vecchia brontolona.
Poi mi ci abituai.
Anzi, dopo un po’ mi mancava quasi se per caso arrivavo distratto alla curva.
Sapevo poche cose di lei. Il marito era morto da anni. Il figlio viveva lontano. La casa era troppo grande per una persona sola.
La vedevo sempre lì, però.
Sempre puntuale.
Sempre con quel fazzoletto giallo.
A modo suo, faceva parte del mio giro.
E forse anche della mattina dei bambini.
Poi un giorno arrivai alla curva e il cancello era vuoto.
Rallentai lo stesso.
Guardai verso la casa.
Niente.
Niente Mirella.
Niente fazzoletto.
Pensai che magari non si sentisse bene. O che quel giorno avesse semplicemente dormito di più.
Il mattino dopo, però, il cancello era ancora vuoto.
E anche quello dopo.
Sul pulmino nessuno rise. I bambini guardarono fuori in silenzio, come se mancasse qualcosa anche a loro.
Alla fine della settimana, vidi un cartello appeso al cancello.
Vendesi.
Quella parola mi rimase addosso per tutto il giorno.
Dopo il giro, mi fermai al bar del paese. Presi un caffè al banco e chiesi di Mirella.
La barista abbassò la voce.
“Non poteva più stare sola. Dimenticava troppe cose. Un parente l’ha portata in una casa di riposo, giù verso la città.”
Annuii, ma non trovai niente da dire.
Mi sembrò strano provare dispiacere per una donna che per anni mi aveva solo sgridato.
Eppure, il giorno dopo, quando passai davanti al suo cancello, rallentai ancora.
Per abitudine.
O forse perché speravo di vederla uscire all’improvviso, con quel fazzoletto in mano.
Passarono alcune settimane.
Una mattina, al deposito, trovai un pacco sopra la mia sedia.
Era una scatola semplice, chiusa con nastro marrone. Sopra c’era scritto il mio nome.
Come mittente, solo una parola:
Mirella.
Mi sedetti nella piccola stanza dove noi autisti prendevamo il caffè.
Aprii piano la scatola.
Dentro c’erano fazzoletti gialli.
Tanti.
Piegati con cura, uno sopra l’altro.
In cima c’era una busta.
La calligrafia tremava. Alcune lettere sembravano scappare dalla riga.
“Caro Valerio,
se stai leggendo questa lettera, vuol dire che non sono più nella mia casa.
Ti devo chiedere scusa.
Non ti ho mai urlato contro perché andavi davvero troppo forte.
Un po’ di tempo fa ho iniziato a vedere sempre meno. Poi è arrivata anche quella confusione nella testa. Dimenticavo il giorno, il fornello acceso, le chiavi, perfino certe parole.
Avevo paura.
La casa era diventata troppo silenziosa.
Ma ogni mattina sentivo arrivare il tuo pulmino. Prima ancora di vederlo. Riconoscevo il rumore del motore, il freno, la tua voce.
Quando uscivo col fazzoletto giallo, sapevo di essere ancora lì.
E quando tu mi rispondevi, sapevo che qualcuno mi aveva vista.
Forse per te erano solo pochi secondi. Per me erano la prova che non ero ancora sparita.
Grazie per avermi lasciata brontolare.
Grazie per non avermi fatta sentire invisibile.
Tieni questi fazzoletti. O dalli ai bambini. Mi basta sapere che un pezzetto di me resta su quella strada.
Mirella.”
Rimasi fermo con la lettera in mano.
Mi vergognai un po’.
Per tre anni avevo pensato di sopportare una vecchia signora difficile.
Non avevo capito che, per lei, quel piccolo scambio era una corda a cui aggrapparsi.
Il mattino dopo mi fermai davanti alla vecchia fermata.
Scesi dal pulmino, presi un fazzoletto giallo dalla scatola e lo legai al palo del cartello.
I bambini non dissero nulla.
Guardarono soltanto.
A volte capiscono più loro degli adulti.
Passarono i mesi.
La casa di Mirella fu comprata da una giovane famiglia. Il cancello venne sistemato. Davanti alla porta comparvero un paio di scarpe piccole e una biciclettina appoggiata al muro.
Il primo giorno di scuola, arrivai alla curva con il cuore stretto.
Davanti al cancello c’era una bambina con lo zaino sulle spalle.
Si chiamava Lidia.
Accanto a lei c’era suo padre.
Quando il pulmino si avvicinò, lui tirò fuori dalla tasca il fazzoletto giallo che avevo lasciato alla fermata.
Lo alzò in aria e gridò sorridendo:
“Piano! Qui sale una bambina!”
Io frenai.
Aprii la porta.
Per un attimo non riuscii a parlare.
Poi dissi, con la voce bassa:
“Vado già piano.”
Lidia salì sul pulmino, mi guardò seria e disse:
“Papà dice che qui si fa così.”
Io guardai il fazzoletto giallo muoversi dietro di lei.
“Sì,” risposi. “Qui si fa così.”
Da quel giorno, ogni mattina, quel fazzoletto è tornato a sventolare alla vecchia fermata.
Non per fermare davvero il pulmino.
Ma per ricordarci una cosa semplice.
Una persona sola non scompare del tutto, se qualcuno continua a vederla.
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