La signora del canile si rifiutò di farmi adottare il vecchio cane finché non fossi rimasto dieci minuti con lui, senza dire una parola.
Mi sembrò strano.
Non cattivo.
Solo strano.
Avevo già compilato tutti i moduli.
La casa. I miei orari. Il permesso della proprietaria. Il veterinario. Le medicine. Le spese possibili. Le passeggiate più corte. I piccoli incidenti in casa.
Sapevo tutto.
Non ero venuto a prendere un cucciolo.
Volevo il cane più vecchio del canile.
Si chiamava Pesto.
Era scritto sulla scheda appesa al suo box.
Pesto. Maschio. Circa tredici anni. Tranquillo. Ha bisogno di pazienza. Consigliata casa silenziosa.
Era sdraiato in fondo, sopra una coperta blu un po’ scolorita.
Il muso bianco. Un orecchio piegato male. Gli occhi velati, ma ancora presenti.
Gli altri cani abbaiavano e saltavano contro le grate.
Lui non si mosse.
Mi guardò.
Poi riappoggiò la testa.
Per questo lo scelsi.
Almeno, questo è quello che mi raccontai.
La verità era che mia moglie era morta da otto mesi.
Sei mesi di malattia.
Poi il funerale.
Poi la casa.
Quella casa dove ogni cosa era ancora al suo posto, ma niente faceva più rumore.
Le persone erano state gentili.
Mia sorella mi chiamava spesso.
La vicina mi aveva portato una teglia di pasta al forno.
Un ex collega mi aveva detto:
“Vedrai, col tempo andrà meglio.”
Sapevo che lo diceva per aiutarmi.
Ma non mi aiutava.
La sera, quando rientravo, appoggiavo le chiavi all’ingresso e sentivo solo il frigorifero, l’orologio in cucina, i miei passi.
Dopo un po’, il silenzio diventa quasi una persona.
Una persona che ti aspetta.
La donna del canile si chiamava signora Ferri.
Doveva avere sui sessant’anni.
Capelli corti, grigi sulle tempie.
Scarpe da ginnastica consumate.
Una polo verde con peli di cane attaccati alla manica.
Aveva il viso stanco, ma non duro.
“È sicuro per Pesto?” mi chiese.
“Sì.”
“Non gioca quasi più.”
“Non importa.”
“Dorme molto.”
“Anch’io, quando ci riesco.”
“Non ama i gesti improvvisi.”
“Nemmeno io.”
Quasi sorrise.
Poi guardò la mia scheda.
“Vive da solo?”
“Sì.”
“È rimasto vedovo da poco?”
Abbassai gli occhi.
Lo avevo scritto nel modulo.
Una frase sola.
Mia moglie è morta, e penso che un cane anziano e tranquillo starebbe bene con me.
Mi pentii di averlo scritto appena lei lo lesse.
“Sì”, risposi.
La signora Ferri appoggiò il foglio sul tavolo.
“Prima di dare l’ok, voglio che si sieda con lui.”
“L’ho già visto.”
“No”, disse lei. “È rimasto davanti al box. Non è la stessa cosa.”
Mi accompagnò in una stanza piccola, con il pavimento di plastica, una sedia di metallo e un cesto pieno di vecchi giochi.
Poi tornò con Pesto.
Camminava piano.
Le unghie facevano un piccolo rumore secco sul pavimento.
La signora Ferri gli tolse il guinzaglio.
Pesto annusò per due secondi, poi andò in un angolo e si sdraiò quasi di spalle.
“Non sembra molto interessato”, dissi.
“L’ha sentita.”
“Tutto qui?”
“Per lui è già tanto.”
Mi indicò la sedia.
“Si sieda. Non lo chiami. Non batta le mani sulle ginocchia. Non cerchi di convincerlo.”
Mi sedetti.
“Dieci minuti”, disse. “In silenzio.”
Poi uscì.
Così rimasi lì.
In una stanza di canile.
Con un vecchio cane che non voleva niente da me.
All’inizio mi sentii ridicolo.
Poi un po’ irritato.
Poi cominciai a notare alcune cose.
Il respiro di Pesto era pesante, ma regolare.
La zampa posteriore tremava ogni tanto, come se nei sogni corresse ancora da qualche parte.
Aveva una piccola cicatrice sulla spalla.
Vecchia.
Mi chiesi chi lo avesse conosciuto prima di me.
Chi avesse scelto il suo nome.
Chi gli avesse insegnato a diffidare dei gesti troppo veloci.
Verso la fine dei dieci minuti, Pesto alzò la testa.
Mi guardò.
Non con gioia.
Non con paura.
Mi guardò e basta.
Poi si alzò con fatica, attraversò la stanza e si fermò vicino alla mia sedia.
Non saltò.
Non mi leccò.
Non appoggiò la testa sulle mie ginocchia.
Girò lentamente su se stesso e si sdraiò.
La sua schiena toccava la mia scarpa.
Nient’altro.
E lì crollai.
Mi coprii il viso con una mano.
Da otto mesi tutti cercavano di consolarmi con delle frasi.
Dovresti uscire un po’.
Lei non avrebbe voluto vederti così.
Devi ricominciare a fare qualcosa.
Vieni a pranzo domenica.
Era tutto gentile.
Era tutto troppo.
E quel vecchio cane, che non mi conosceva, non diceva niente.
Restava lì.
Basta.
La signora Ferri aprì la porta allo scadere dei dieci minuti.
Vide Pesto contro il mio piede.
Poi guardò me.
Il suo viso cambiò.
“Eccolo”, disse piano.
Mi asciugai gli occhi.
“Mi scusi.”
“In canile non ci si scusa per piangere”, rispose. “Altrimenti non faremmo più niente.”
Risi appena.
Una risata rotta.
Lei si sedette per terra, davanti a noi.
“Il padrone di Pesto è morto l’anno scorso”, mi disse.
Guardai il cane.
“Il signor Riva. Faceva il postino. Aveva Pesto da quando era cucciolo.”
“E la famiglia?”
La signora Ferri strinse il guinzaglio tra le dita.
“Nessuno voleva un cane vecchio, con l’artrosi e gli occhi stanchi.”
Lo disse con calma.
Ma le sue mani dicevano altro.
“È qui da nove mesi.”
“Nove mesi?”
Annuì.
“Molti dicono che vogliono salvare un animale. Poi vedono il muso bianco e chiedono se ce ne sono di più giovani.”
Pesto non si mosse.
Sentivo solo il suo peso leggero contro la scarpa.
“Perché mi ha fatto aspettare così?”
La signora Ferri mi guardò a lungo.
“Perché Pesto non ha bisogno di qualcuno che vuole essere salvato da un cane.”
Mi fece male.
Perché era vero.
“Ha bisogno di qualcuno che capisca che l’amore, a volte, diventa silenzioso.”
Non risposi.
Poi chiesi:
“E se sbaglio?”
Lei alzò le spalle.
“Chiederà scusa e riproverà. I cani perdonano spesso meglio di noi.”
I documenti richiesero ancora mezz’ora.
La signora Ferri mi spiegò il cibo, le pastiglie, le passeggiate brevi, le scale da evitare e una cosa molto seria: Pesto odiava i palloni.
Nessuno sapeva perché.
Prima di uscire, mi diede una fotografia.
Un uomo anziano seduto su una poltrona, con una mano appoggiata sulla testa di Pesto.
Nella foto il cane era più giovane.
Ma aveva già quell’orecchio storto.
Sul retro, con una scrittura tremante, c’era scritto:
Il mio bravo ragazzo impedisce alla casa di essere troppo vuota.
Lessi quella frase più volte.
Poi infilai la foto in tasca.
La prima settimana non fu magica.
Pesto fece pipì all’ingresso.
Ignorò la cuccia che gli avevo comprato.
Dormiva davanti alla porta.
Come se aspettasse qualcuno.
Lo capivo.
L’accappatoio di mia moglie era ancora appeso in bagno.
Non lo avevo toccato.
Pesto aveva la sua porta.
Io avevo l’accappatoio.
Aspettavamo tutti e due qualcuno che non sarebbe tornato.
Una notte mi svegliai e lo vidi sulla soglia della camera.
Entrò piano.
Poi si sdraiò dal lato di mia moglie.
Il lato dove io non dormivo ancora.
Lo lasciai fare.
La mattina era ancora lì, che russava piano.
Preparai il caffè e, per abitudine, tirai fuori due tazze.
Di solito, quando succedeva, rimettevo via la seconda e mi sentivo stupido.
Quella volta Pesto entrò in cucina.
Guardò la tazza.
Poi guardò me.
Sorrisi.
“Non è per te”, dissi. “Il caffè rende gli esseri umani ancora più pesanti da sopportare.”
La sua coda si mosse una volta.
Appena.
Ma si mosse.
Un mese dopo tornai al canile.
Non per riportarlo indietro.
La signora Ferri si spaventò quando mi vide entrare con lui.
“Non mi dica che…”
“No”, dissi. “Sono venuto a lasciarle una cosa.”
Le porsi una busta.
Dentro c’era una foto.
Io, seduto per terra nel mio salotto.
Pesto addormentato, con la testa appoggiata sulla mia scarpa.
Sul retro avevo scritto:
Il suo bravo ragazzo impedisce alla casa di essere troppo vuota.
La signora Ferri la lesse due volte.
Poi si voltò per sistemare dei guinzagli che erano già sistemati.
Oggi Pesto ha diritto a mezzo uovo strapazzato la domenica.
Senza sale.
Abbaia una sola volta quando la lavastoviglie comincia a suonare.
La sera sospira come se avesse lavorato dodici ore in cantiere.
Io parlo ancora con mia moglie, qualche volta.
Soprattutto mentre preparo la cena.
Mi manca.
Questo non è sparito.
Ma la casa non è più proprio vuota.
Pesto non mi guarisce.
Io non guarisco lui.
Siamo solo due vecchi cuori stanchi che stanno imparando a vivere in un posto un po’ nuovo.
Non mi ha salvato.
Io non ho salvato lui.
È rimasto.
E certi giorni, è già tantissimo.
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