Pensavo che la storia fosse finita il giorno in cui Pesto appoggiò la schiena alla mia scarpa.
Invece no.
Quel vecchio cane non era entrato nella mia vita per chiudere qualcosa.
Era entrato per aprire piano una porta che io tenevo socchiusa da mesi, per paura che facesse troppo rumore.
Erano passati quasi cinque mesi dall’adozione.
Pesto conosceva ormai ogni angolo della casa.
Sapeva dove cadeva il sole la mattina.
Sapeva quale sedia scricchiolava.
Sapeva che il tappeto del corridoio era nemico delle sue zampe vecchie, e quindi lo attraversava con la dignità offesa di un pensionato davanti a una fila troppo lunga.
Io avevo imparato alcune cose di lui.
Che non bisognava accarezzarlo sulla testa all’improvviso.
Che odiava ancora i palloni.
Che se lasciavo il pane troppo vicino al bordo del tavolo, lui fingeva di non vederlo per almeno tre secondi, poi lo faceva sparire con grande discrezione.
Avevo imparato anche che Pesto non chiedeva quasi mai.
Aspettava.
Aspettava la ciotola.
Aspettava la passeggiata.
Aspettava che io finissi di lavare i piatti.
Aspettava che il dolore dentro casa si abbassasse abbastanza da poterci dormire sopra.
Una domenica mattina gli preparai il suo mezzo uovo strapazzato.
Senza sale.
Lo misi nella ciotola.
Lui arrivò piano, annusò, poi non mangiò.
Rimase lì, con il muso sopra il bordo.
“Che c’è?” chiesi.
Pesto mi guardò.
Poi si voltò e andò verso il corridoio.
All’inizio pensai che fosse stanco.
Poi lo vidi fermarsi davanti alla porta del bagno.
L’accappatoio di mia moglie era ancora appeso lì.
Otto mesi, poi nove, poi quasi un anno.
Sempre nello stesso punto.
Color crema.
La cintura annodata male, come la lasciava lei.
Io entravo in bagno ogni giorno senza guardarlo davvero.
O almeno così credevo.
Pesto invece lo guardava.
Restò davanti a quell’accappatoio e fece un rumore basso.
Non un abbaio.
Non un lamento.
Una specie di domanda.
Mi sedetti sul bordo della vasca.
“Lo so”, dissi.
Pesto non si mosse.
“Non sono pronto.”
Lui continuò a guardare l’accappatoio.
Poi guardò me.
Non insisteva.
I cani vecchi non insistono.
Sanno che certe porte si aprono solo quando smetti di spingere.
Quel giorno non lo tolsi.
Ma per la prima volta lo toccai.
Solo la manica.
E mi sembrò di toccare un mese intero della mia vita.
Mi venne da piangere.
Pesto si avvicinò e si sedette sui miei piedi.
Era il suo modo.
Non guariva niente.
Teneva fermo il pavimento.
Due giorni dopo mi chiamò la signora Ferri.
Quando vidi il nome sul telefono, mi si strinse lo stomaco.
Non c’era motivo.
Eppure, da quando avevo perso mia moglie, ogni telefonata inattesa sembrava portare una brutta notizia.
“Va tutto bene?” chiesi subito.
“Se inizia così, mi fa venire l’ansia lei”, rispose.
Sorrisi.
Era la sua voce di sempre.
Stanca, pratica, piena di cani sullo sfondo.
“Pesto come sta?”
“Come un vecchio signore che giudica il mondo dalla cucina.”
“Quindi benissimo.”
“Abbastanza.”
Ci fu una pausa.
Poi disse:
“Domenica facciamo una piccola giornata aperta al canile. Niente di grande. Solo qualche famiglia, qualche volontario, due torte fatte in casa. Volevo chiederle una cosa.”
“Mi dica.”
“Verrebbe con Pesto?”
Guardai il cane.
Dormiva sul tappeto, con una zampa storta e il muso appoggiato a un vecchio calzino mio.
“Perché?”
“Per far vedere che i cani anziani non sono una scelta triste.”
Non risposi subito.
Lei aspettò.
“Non sono bravo con la gente”, dissi.
“Non le sto chiedendo di fare un discorso.”
“Meglio.”
“Le sto chiedendo di stare lì.”
Quella frase mi colpì più del previsto.
Stare lì.
Era sempre quello.
Con Pesto, con il lutto, con la casa, con le fotografie.
Stare senza fuggire.
“Ci penso”, dissi.
“Va bene.”
Poi aggiunse:
“Il signor Riva, il vecchio padrone di Pesto, veniva sempre alle giornate aperte. Portava biscotti secchi e diceva che i cani giovani rubavano la scena ai vecchi.”
Guardai Pesto.
Lui aprì un occhio, come se avesse sentito il nome.
“Veniamo”, dissi.
La domenica mattina gli misi il guinzaglio buono.
Quello blu.
Pesto mi lasciò fare con la pazienza di chi ha visto generazioni di umani agitarsi per cose semplici.
Quando arrivammo al canile, lui si fermò davanti al cancello.
Non tirò indietro.
Non scodinzolò.
Restò immobile.
Sentiva tutto.
I cani.
Il disinfettante.
Le grate.
Le ciotole.
Forse anche i suoi nove mesi lì dentro.
Mi chinai, piano.
“Se non vuoi entrare, torniamo a casa.”
Pesto girò appena la testa verso di me.
Poi fece un passo avanti.
Uno solo.
Ma bastò.
La signora Ferri ci vide da lontano.
Si portò una mano alla bocca, poi la abbassò subito, come se si fosse vergognata della propria emozione.
“Guarda chi è tornato da signore”, disse.
Pesto la salutò andando a sbattere piano contro la sua gamba.
Lei gli accarezzò il fianco, non la testa.
Si ricordava.
“È ingrassato?”
“Ha una vita sociale complicata con mezzo uovo la domenica.”
“Si vede.”
Mi indicò una panchina vicino al cortile.
“Sedetevi lì. Basta quello.”
C’erano persone che guardavano i cani.
Una coppia giovane.
Un uomo con due bambini.
Una donna sulla settantina, cappotto beige, borsa stretta al petto.
La notai perché non entrava davvero.
Faceva due passi, poi tornava indietro.
Guardava i box come si guarda un corridoio d’ospedale.
Con speranza e paura insieme.
La signora Ferri le parlò a lungo.
Poi la donna scosse la testa.
“Troppo vecchia”, disse piano.
Non voleva essere cattiva.
Si sentiva.
Aveva solo paura di affezionarsi a qualcosa che poteva andarsene presto.
La capivo.
Anch’io avevo scelto Pesto pensando forse che un cane vecchio facesse meno male.
Mi sbagliavo.
L’amore non fa meno male perché dura meno.
Fa male perché entra.
Pesto, intanto, aveva visto una cagnolina marrone dietro una porta aperta.
Piccola, magra, con il muso bianco e le zampe sottili.
Non abbaiava.
Guardava.
La signora Ferri aprì il box e la fece uscire con calma.
“Lei è Nocciola”, disse alla donna col cappotto. “Dodici anni, forse tredici. Dolce, ma non si fida subito.”
La donna fece un sorriso triste.
“Io cercavo un cane un po’ più giovane.”
La signora Ferri non rispose.
Guardò me.
Io capii e avrei voluto non capire.
Non ero lì per parlare.
Ma certe volte il silenzio ti prepara una frase e te la mette in mano.
Mi alzai piano, con Pesto accanto.
“Anch’io pensavo di sapere cosa cercavo”, dissi.
La donna mi guardò.
“E poi?”
Guardai Pesto.
Lui stava annusando un pezzo di erba come se contenesse notizie importanti.
“Poi lui si è sdraiato sulla mia scarpa.”
La donna abbassò gli occhi.
“Ho perso mio marito da poco”, disse.
Non lo disse a me.
Lo disse all’aria.
Come si dicono certe cose quando non si riesce più a tenerle in tasca.
La signora Ferri non fece domande.
Io neppure.
Pesto si avvicinò a Nocciola.
Lei lo annusò con diffidenza.
Lui non fece niente.
Rimase fermo.
Un vecchio cane davanti a una vecchia cagnolina, entrambi senza bisogno di dimostrare qualcosa.
La donna li guardò.
“E se mi affeziono e poi soffro di nuovo?”
Nessuno rispose subito.
Poi la signora Ferri disse:
“Soffrirà. Ma nel frattempo qualcuno avrà dormito al caldo.”
La donna si coprì la bocca con le dita.
Io sentii quella frase entrarmi dentro.
Perché era semplice.
Perché era vera.
Perché nessuno, in quei mesi, mi aveva mai detto che la paura di soffrire non doveva per forza decidere tutto.
La signora Ferri portò Nocciola in una stanzetta.
La stessa dove io avevo incontrato Pesto.
La stessa sedia di metallo.
Lo stesso pavimento di plastica.
“La regola è uguale”, disse alla donna. “Dieci minuti. In silenzio.”
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