L’ultimo giorno del mio giro, trovai un biglietto legato al collare del vecchio cane che mi seguiva da otto anni. Lessi quelle poche parole e mi misi a piangere davanti al cancello.
Mi chiamo Giovanni, ho sessantadue anni e ho fatto il postino quasi tutta la vita.
La gente pensa che questo mestiere sia fatto solo di cassette delle lettere, citofoni, scale e buste da consegnare.
In parte è vero.
Ma dopo tanti anni capisci che non porti solo posta.
Porti attese.
Porti notizie.
Porti l’unico “buongiorno” che certe persone ricevono in tutta la giornata.
Io ci ho messo tempo a capirlo.
Otto anni fa mi assegnarono una nuova zona in una piccola città dell’Emilia. Niente di speciale. Case basse, cortili ordinati, persiane un po’ scolorite, portoncini sempre chiusi e cassette della posta attaccate ai cancelli.
La strada finale del mio giro era via dei Tigli.
Prima di me, quella zona era stata affidata per più di trent’anni a un altro portalettere. Un uomo tranquillo, di quelli che conoscono tutti senza fare rumore. Quando mi accompagnò per spiegarmi il percorso, arrivati in via dei Tigli mi disse:
“Qui non correre, Giovanni. Ci sono persone anziane. A volte non aspettano la posta. Aspettano una faccia.”
Io annuii.
Pensai fosse una frase da uomo vicino alla pensione.
Poi conobbi Nerone.
Era seduto davanti al cancello del numero 18.
Un cane anziano, di taglia media, col pelo scuro e il muso già grigio. Non abbaiò. Non mi saltò addosso. Non fece nulla di teatrale.
Mi guardò soltanto.
Io rallentai.
“Ciao, bello.”
Lui si alzò.
Quando ripresi a camminare, mi venne accanto.
Non davanti.
Non dietro.
Accanto alla mia gamba sinistra, preciso, calmo, come se sapesse già cosa fare.
Io consegnavo le lettere, una casa dopo l’altra. Nerone si fermava quando mi fermavo. Ripartiva quando ripartivo. Arrivato in fondo alla via, si girò e tornò verso il numero 18.
Sorrisi.
Pensai: che strano cane.
Il giorno dopo era di nuovo lì.
E anche quello dopo.
Dopo qualche settimana era diventata un’abitudine.
Io entravo in via dei Tigli. Nerone mi aspettava vicino al cancello. Io alzavo una mano. Lui si tirava su piano, con quella dignità un po’ testarda dei cani vecchi, e faceva con me l’ultimo tratto del giro.
Ogni giorno.
Per otto anni.
L’ho visto invecchiare.
All’inizio camminava ancora deciso. Poi ha cominciato ad andare più piano. Il muso è diventato quasi bianco. Ogni tanto mi fermavo più del necessario davanti a una cassetta, solo per lasciargli il tempo di raggiungermi.
“Dai, collega,” gli dicevo.
Lui mi guardava come se si fosse offeso.
Come se volesse dire: guarda che sono io che accompagno te.
In via dei Tigli lo conoscevano tutti.
Una signora lasciava spesso una ciotola d’acqua vicino al portone. Un bambino, una volta, mi fece un disegno con me, la borsa a tracolla e Nerone con le orecchie enormi.
Lo appesi al frigorifero.
Mia moglie mi chiese:
“È il tuo aiutante?”
Io risposi:
“No. È il mio caposquadra.”
Però una cosa non l’ho mai capita.
Nerone non faceva mai tutto il giro.
Non mi aspettava all’inizio della zona. Non mi seguiva nelle altre strade. Non veniva mai oltre l’angolo finale di via dei Tigli.
Solo quella via.
Solo l’ultimo pezzo.
Solo fino al cancello del numero 18.
Con gli anni, il mio lavoro era cambiato. Meno cartoline scritte a mano. Meno lettere vere. Più buste fredde, più avvisi, più porte che non si aprivano.
Certe mattine mi sembrava di essere invisibile.
Passavo, infilavo la posta, andavo via.
Ma Nerone mi vedeva sempre.
Anche quando ero stanco.
Anche quando mi facevano male le ginocchia.
Anche quando non avevo voglia di parlare con nessuno.
Lui era lì.
Seduto davanti al cancello.
Come a dire, senza una parola: ti ho riconosciuto. Finiscila con me.
Ieri è stato il mio ultimo giorno.
Non avevo detto quasi niente a nessuno. Non mi piacciono le scene, né i saluti lunghi. Però in via dei Tigli lo sapevano.
Al numero 6 mi avevano lasciato un sacchettino di biscotti fatti in casa.
Al numero 9, un signore che di solito si limitava a un cenno mi strinse la mano con forza.
Una donna anziana mi disse:
“Ci mancherà, Giovanni.”
Io guardai in basso, perché sentivo già la gola chiudersi.
Poi arrivai davanti al numero 18.
Nerone era lì.
Più lento di prima. Più fragile. Ma appena vide la mia borsa si alzò.
Fu allora che notai il biglietto.
Un pezzetto di carta legato al collare con un nastrino.
Mi chinai.
C’erano poche parole.
“Grazie per averlo riportato a casa.”
Non capii subito.
Poi il cancello si aprì.
La signora Teresa uscì piano. Viveva al numero 18 da prima che io arrivassi in quella zona. Era una donna riservata, sempre gentile, sempre un po’ dietro le tende. Indossava un cardigan chiaro e teneva una mano sul cancello.
Aveva gli occhi lucidi.
“Mio marito faceva il postino prima di lei,” disse.
Io rimasi in silenzio.
Lei appoggiò la mano sulla testa di Nerone.
“Ogni giorno, quando finiva il giro, Nerone lo aspettava all’inizio di via dei Tigli. Facevano insieme l’ultimo tratto fino a casa. Mio marito diceva che così non rientrava mai da solo.”
Nerone abbassò il muso.
La signora Teresa respirò piano.
“Quando mio marito è mancato, Nerone ha continuato ad aspettare. All’inizio pensavo aspettasse lui. Poi è arrivato lei, con la borsa da postino. E Nerone ha ricominciato il suo lavoro.”
Sentii qualcosa stringermi il petto.
“Capisce, Giovanni? Non seguiva il suo giro. Stava finendo quello di mio marito. E per otto anni ha accompagnato anche lei.”
Rimasi lì, sul marciapiede, con la vecchia borsa sulla spalla.
E piansi.
Non due lacrime trattenute.
Piansi come piange un uomo quando capisce, troppo tardi, di non essere mai stato solo come pensava.
Nerone si avvicinò e appoggiò il muso grigio contro la mia gamba.
Mi inginocchiai e lo abbracciai.
“Grazie, vecchio mio,” sussurrai. “Per lui. E per me.”
Lui rimase fermo.
Calmo.
Fedele.
Come se sapesse che quella era la nostra ultima consegna insieme.
Questa mattina, per la prima volta dopo tanti anni, non avevo nessun giro da fare.
Stavo bevendo il caffè quando il telefono vibrò.
Era un messaggio della ragazza che aveva preso il mio posto.
Nella foto, Nerone era seduto davanti al cancello del numero 18. Dritto, attento, con gli occhi puntati verso la strada.
Sotto, lei aveva scritto:
“Credo di aver appena conosciuto il mio nuovo collega.”
Ho riso.
Poi ho pianto ancora un po’.
Perché certi lavori finiscono.
Certe persone se ne vanno.
Ma la fedeltà vera non sparisce.
Resta davanti a un cancello.
E quando arriva il momento, accompagna qualcun altro fino in fondo alla strada.
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