Spese gli ultimi otto euro per uno sconosciuto: all’alba cento motociclisti bussarono al suo quartiere

Spese gli ultimi 8 euro per salvare un motociclista tatuato che tutti evitavano: il mattino dopo cento moto bloccarono il suo quartiere

«Lascialo lì, signora. Quelli portano solo guai.»

Amina Greco aveva ancora gli otto euro stretti nel pugno.

Due banconote stropicciate da cinque e una moneta da due che le sembravano pesanti come pietre.

Erano i soldi per la colazione di sua figlia.

Latte, biscotti, magari una mela al mercato, se il fruttivendolo chiudeva un occhio.

Davanti a lei, sull’asfalto sporco del distributore, un uomo enorme si teneva il petto con una mano.

Aveva la barba grigia, il giubbotto di pelle pieno di toppe, le braccia tatuate fino alle dita.

Un motociclista.

Uno di quelli che la gente guarda di traverso prima ancora che apra bocca.

Era caduto accanto alla sua moto, con il viso diventato cenere e il respiro che usciva a strappi, corto, brutto, come una porta vecchia che non si apre più.

Il benzinaio, dalla porta del bar chiuso a metà, urlò ancora:

«Non ti immischiare! Qui poi vengono i suoi amici e ci ritroviamo i problemi davanti alla serranda!»

Amina guardò l’uomo.

Poi guardò gli otto euro.

Poi pensò a Sofia, sei anni, che la mattina dopo avrebbe chiesto:

«Mamma, c’è il latte?»

E in quel preciso istante sentì la voce di sua nonna Teresa.

Quella voce ruvida, da donna che aveva lavato scale e lenzuola per una vita intera.

«Aminuccia, quando uno cade per terra, prima lo tiri su. Poi, se proprio vuoi, gli chiedi chi è.»

Amina non ci pensò più.

Corse dentro.

«Aspirina. Una bottiglietta d’acqua. Presto.»

Il benzinaio la fissò come se fosse matta.

«Sono sette euro e ottanta.»

Lei mise gli otto euro sul bancone.

Tutto quello che aveva.

Poi tornò fuori correndo, si inginocchiò sull’asfalto freddo e mise le compresse sulle labbra dell’uomo.

«Signore, mi sente? Mastichi. Piano. Non dorma. Mi guardi.»

L’uomo aprì appena gli occhi.

Occhi chiari, pieni di paura.

Non sembrava più pericoloso.

Sembrava soltanto un padre, un fratello, un vecchio ragazzo spaventato.

«Come… ti chiami?» sussurrò.

«Amina.»

Lui strinse debolmente la sua mano.

«Amina… mi hai visto.»

Lei non capì cosa volesse dire.

In lontananza si sentirono le sirene.

E il rumore di una moto che arrivava come un tuono.

Il giorno di Amina era cominciato molto prima, quando la città ancora dormiva e nei cortili dei palazzi popolari si sentivano solo le tapparelle abbassate male e qualche cane che abbaiava al niente.

La sveglia aveva suonato alle cinque.

Amina non l’aveva nemmeno spenta subito.

Era rimasta con gli occhi aperti nel buio, a fissare il soffitto scrostato della camera che divideva con sua figlia.

Una stanza, una cucina piccola, un bagno che perdeva acqua dal rubinetto e un balconcino dove d’estate entrava l’odore di sugo dai vicini.

Casa sua.

Brutta, stretta, umida.

Ma casa.

Sofia dormiva arrotolata nel piumone, con una mano sotto la guancia e i capelli sparsi sul cuscino.

Amina le sistemò la coperta sulle spalle e andò in cucina.

Aprì la credenza.

Un pacco di biscotti quasi finito.

Mezzo litro di latte.

Una bustina di camomilla.

Fine.

Prese tre biscotti per Sofia e ne spezzò uno in due, per far sembrare il piattino più pieno.

Il latte lo versò tutto nella tazza rosa con il coniglietto.

Per sé mise l’acqua sul fuoco.

Acqua calda, senza niente.

Era diventata brava a chiamare “colazione leggera” quello che una volta avrebbe chiamato fame.

Quando Sofia entrò in cucina strofinandosi gli occhi, Amina sorrise subito.

Non importava quanto fosse stanca.

Sua figlia doveva vedere un sorriso prima del mondo.

«Buongiorno, amore mio.»

«Buongiorno, mamma. Oggi vieni presto?»

Amina le baciò la fronte.

«Ci provo.»

Era una bugia piccola.

Una di quelle bugie che le madri raccontano non per ingannare, ma per non spezzare il cuore a un bambino prima delle otto del mattino.

Amina lavorava in una lavanderia la mattina.

Piegava camicie, lenzuola, tovaglie da ristorante, grembiuli di cucine dove la gente mangiava senza sapere chi aveva stirato il bianco perfetto davanti al loro piatto.

Il pomeriggio faceva turni in una tavola calda vicino alla stazione.

Portava caffè a operai, pensionati, autisti, studenti fuori sede e uomini soli che ordinavano minestra anche quando non avevano fame, solo per scambiare due parole.

La pagavano poco.

Le mance dipendevano dall’umore degli altri.

Se un cliente era gentile, lasciava un euro.

Se era arrabbiato con la vita, lasciava briciole e il piatto sporco.

Il padre di Sofia se n’era andato tre anni prima.

Non con una tragedia, non con una scena da film.

Se n’era andato piano.

Prima una notte fuori.

Poi due.

Poi i messaggi sempre più corti.

Alla fine una frase:

«Non ce la faccio.»

Amina aveva letto quelle parole seduta sul bordo del letto, con Sofia che tossiva nella stanza accanto.

Non ce la faccio.

Come se lei invece ce la facesse perché era nata con una corazza.

Come se le donne che restano non avessero mai paura.

L’affitto era in ritardo.

La bolletta della luce era attaccata al frigorifero con una calamita rotta.

La bomboletta per l’asma di Sofia stava finendo.

E il padrone di casa, il signor Bellini, aveva già bussato due volte.

«Amina, io capisco tutto, ma anche io ho le mie spese.»

Le sue spese erano una seconda casa al mare e una macchina nuova.

Ma Amina non rispondeva.

Aveva imparato che certe persone non vogliono capire.

Vogliono solo sentirsi buone mentre ti mettono fretta.

Quel martedì la lavanderia era piena.

Piovevano camicie dagli alberghi, tovaglie da battesimi, lenzuola di una casa di riposo.

La signora Rosetta, la collega più anziana, la guardò da sopra gli occhiali.

«Figlia mia, hai la faccia di una che ha dormito nel cassetto delle posate.»

Amina rise piano.

«Magari. Almeno lì c’è ordine.»

Rosetta le mise una mano sul braccio.

Aveva settant’anni, le mani gonfie, le gambe piene di vene, ma ancora la forza di una donna del Sud che aveva cresciuto figli e nipoti senza mai chiedere permesso alla vita.

«Tu ti consumi troppo. Non sei una candela da accendere per tutti.»

Amina piegò una federa.

«Per Sofia sì.»

Rosetta non rispose subito.

Poi disse:

«I figli sono sacri, Amina. Ma pure le madri hanno un’anima.»

Quella frase le rimase addosso tutto il giorno.

Alle due corse alla tavola calda.

Arrivò con i piedi bagnati e il buco nella scarpa sinistra che ormai conosceva ogni pozzanghera del quartiere.

Il proprietario le fece un cenno senza guardarla.

«Stasera pieno. Sbrigati.»

Il locale sapeva di ragù riscaldato, caffè bruciato e fritto.

Per tanti sarebbe stato un posto qualunque.

Per Amina era una trincea.

Lei si legò il grembiule nero in vita e cominciò.

«Un caffè macchiato.»

«Due piatti del giorno.»

«Un’acqua naturale.»

«Signorina, il pane?»

«Signorina, il conto?»

Sorrideva.

Sempre.

Anche quando le gambe tremavano.

Anche quando un uomo le parlava come si parla a una sedia.

Anche quando una coppia ben vestita la fissava con quella curiosità fastidiosa di chi non sa se definirti italiana o straniera.

Amina era nata lì.

In un ospedale comunale, con sua madre calabrese che urlava e suo padre senegalese che piangeva nel corridoio.

Ma ancora, a trentadue anni, c’era chi le chiedeva:

«Parli bene italiano, da quanto sei qui?»

Lei rispondeva sempre con calma:

«Da quando sono nata.»

Poi tornava a sparecchiare.

Alle dieci e mezza chiuse il turno.

Nel retro contò le mance sul tavolino.

Ventidue euro e cinquanta.

Più gli otto euro che aveva conservato dal giorno prima.

Trenta euro e cinquanta.

Affitto.

Farmacia.

Colazione.

Autobus.

Una vita intera divisa in monetine.

Mise ventidue euro in una busta con scritto “affitto”.

Restavano otto euro.

Quegli otto euro erano già destinati.

Latte, biscotti, forse un pacco di pasta in offerta.

Sofia avrebbe mangiato.

Lei si sarebbe arrangiata.

Uscì dalla tavola calda con il cappotto leggero chiuso fino al collo.

Non aveva più la macchina da un mese.

Il meccanico aveva detto:

«La frizione è andata. Meno di cinquecento euro non si fa.»

Amina aveva quasi riso.

Cinquecento euro, per lei, erano come dire la luna.

Così camminava.

Due chilometri fino a casa.

La strada passava accanto a un distributore con un piccolo bar e un bagno esterno.

Amina si fermò lì perché non ce la faceva più.

Entrò, si sciacquò il viso, guardò per un attimo il proprio riflesso.

Occhiaie.

Capelli raccolti male.

Una macchia di sugo sul polsino.

Eppure, sotto tutto quello, riconobbe ancora la ragazza che sua nonna chiamava “la mia luce”.

Uscì.

E sentì il respiro.

Prima un colpo secco.

Poi un rantolo.

Poi il rumore pesante di un corpo che cade.

L’uomo era steso vicino alla moto, la mano sul petto, il viso storto dal dolore.

Sul gilet di pelle non c’erano marchi famosi, ma una toppa con due ali nere e una corona consumata.

Amina conosceva quel gruppo solo per sentito dire.

I Centauri delle Ali Nere.

Nel quartiere si parlava di loro come si parla dei temporali.

Meglio chiudere le finestre.

Meglio non guardarli troppo.

Meglio non sapere.

Il benzinaio uscì sulla soglia.

«Signora, stia lontana.»

«Chiami un’ambulanza!»

«Ho detto stia lontana. Questi non sono gente normale.»

Amina si voltò di scatto.

«Sta morendo.»

«E tu vuoi metterti nei guai per uno così?»

In quel momento uscì anche un uomo anziano con un sacchetto di patatine in mano.

Aveva il cappello da pescatore e il passo lento.

Guardò il motociclista a terra e fece una smorfia.

«Signorina, dia retta. Torni a casa. Lei ha famiglia?»

Amina rimase immobile.

«Ho una figlia.»

«Allora pensi a lei.»

Quelle parole le entrarono sotto pelle.

Pensi a lei.

Era quello che faceva ogni secondo della sua vita.

Pensava a Sofia quando saltava i pasti.

Pensava a Sofia quando diceva di sì a turni impossibili.

Pensava a Sofia quando sorrideva a chi la trattava male.

Pensava a Sofia anche adesso.

Proprio per questo non poteva andarsene.

Che madre sarebbe stata, se insegnava a sua figlia che un uomo può morire per terra perché ha il giubbotto sbagliato?

Si inginocchiò.

«Signore. Mi sente?»

L’uomo aprì gli occhi.

«Cuore… medicine… dimenticate…»

La voce era un filo.

Amina prese il telefono.

Una tacca.

Batteria al nove per cento.

Compose il numero d’emergenza, ma la chiamata cadde.

«No, no, no…»

Corse dentro al bar.

«Chiami subito l’ambulanza!»

Il benzinaio alzò gli occhi al cielo, ma prese il telefono.

Lei afferrò l’aspirina e l’acqua.

Pagò.

Quando tornò fuori, l’uomo non respirava quasi più.

Gli mise due compresse in bocca.

«Mastichi. Non ingoi intere. Mi sente? Mastichi.»

Lui obbedì a fatica.

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