Al tavolo vuoto lo davano già per ridicolo, poi entrò una bambina e disse: “La mia nonna chiede scusa, sta arrivando…”
«Ecco, lo sapevo.»
Giorgio posò l’orologio sul tavolino del bar come se fosse una prova in tribunale.
Le lancette segnavano le otto e ventisette.
L’appuntamento era alle otto.
Davanti a lui, una sedia vuota.
Accanto, una candela finta che tremolava con quella lucina gialla da locale moderno, di quelli che vogliono sembrare eleganti anche se servono il vino nei bicchieri grossi.
Giorgio Moretti aveva sessantasei anni, una giacca blu che sua figlia gli aveva fatto stirare “per non sembrare un funerale ambulante” e una rosa bianca appoggiata sul tovagliolo.
Una rosa.
Alla sua età.
Gli veniva quasi da ridere, ma non gli usciva.
Dal tavolo vicino, due donne sui settant’anni fingevano di parlare del tiramisù, ma ogni tanto buttavano l’occhio su di lui.
Lo avevano riconosciuto.
A San Benedetto del Tronto, dopo una vita passata a riparare serrande, cancelli e portoni del quartiere, ti riconoscono anche se entri con un cappello in testa e la faccia da ladro.
«Povero Giorgio», avrà detto una.
«Dopo la moglie, guarda dove si è ridotto», avrà pensato l’altra.
Perché la gente, quando ti vede solo, non ti lascia mai solo davvero.
Ti accompagna con gli occhi.
Ti misura.
Ti giudica.
E se hai superato i sessanta, per loro non hai più diritto a desiderare niente.
Solo medicine, nipoti e cimitero.
Giorgio fece un cenno al cameriere.
«Mi porta il conto, per favore?»
Il ragazzo si avvicinò con quell’aria gentile di chi ha capito tutto ma fa finta di niente.
«Subito, signore.»
Signore.
Giorgio odiava quella parola quando veniva detta con compassione.
Stava già per alzarsi quando vide una testolina spuntare tra i tavoli.
Ricci castani, un cerchietto rosso, un cappottino color panna troppo elegante per una bambina di cinque anni.
Camminava dritta verso di lui con la serietà di una maestra in pensione.
Si fermò davanti alla sua sedia.
Lo guardò bene.
Poi chiese:
«Lei è il signor Giorgio?»
Giorgio rimase con una mano sulla rosa e una sul portafoglio.
«Sì. E tu chi sei, signorina?»
La bambina fece un piccolo respiro, come se avesse imparato una frase a memoria.
«Io sono Emma. La mia nonna chiede scusa perché è in ritardo. Sta cercando parcheggio e ha detto di non andare via. Ha detto: “Digli che sono una sciagurata, ma non una bugiarda.”»
Il cameriere, che stava arrivando col conto, si fermò a metà strada.
Le due donne del tavolo vicino spalancarono gli occhi.
Giorgio non seppe se ridere o preoccuparsi.
«La tua nonna ti ha mandata da sola?»
Emma scosse la testa con decisione.
«No. Lei mi ha detto di aspettare vicino alla porta. Però io l’ho vista agitata. E quando la nonna si agita, le viene il fiatone. Allora sono venuta io.»
«E come facevi a sapere che ero io?»
La bambina indicò la rosa bianca.
«La nonna ha detto: “È un uomo con gli occhi tristi e una rosa bianca. Se ha ancora la rosa, vuol dire che non è scappato.”»
A Giorgio si strinse qualcosa in mezzo al petto.
Occhi tristi.
Ci aveva provato, lui, a nasconderli.
Sua figlia Laura gli aveva detto: “Papà, sorridi almeno nelle foto, che sembri uno che ha litigato con la vita.”
Ma la vita non ci litighi.
La vita ti prende a schiaffi, ti ruba le persone, ti svuota la casa e poi ti dice: continua pure.
Emma si arrampicò sulla sedia davanti a lui con una fatica ostinata.
Giorgio mosse la mano per aiutarla, ma lei lo fermò.
«Faccio da sola. La nonna dice che se impari a salire sulle sedie, un giorno impari anche a salire sulle montagne.»
«Tua nonna sembra una donna saggia.»
«Sì. Però brucia sempre le polpette.»
Giorgio scoppiò a ridere.
Una risata vera.
Di quelle che non gli uscivano da mesi, forse da anni.
Emma appoggiò i gomiti sul tavolo e lo studiò.
«Lei vuole sposare mia nonna?»
Il cameriere fece cadere quasi il conto.
Giorgio tossì.
«Scusa?»
«Vuole sposare mia nonna?»
«Ma io non la conosco nemmeno.»
Emma annuì, seria.
«Appunto. La deve conoscere. Però zia Paola dice che la nonna è matta a uscire con un uomo. Dice che a sessantadue anni una donna deve pensare ai nipoti, non ai fidanzati.»
Giorgio sentì le due donne al tavolo vicino trattenere il fiato.
E lì capì.
Quella serata non era solo un appuntamento.
Era una guerra.
Una di quelle guerre italiane silenziose, fatte di figli adulti, vicini impiccioni, sorelle che “lo dico per il tuo bene” e paesi che non perdonano chi prova a rinascere.
«E tu che ne pensi?» chiese Giorgio.
Emma abbassò la voce.
«Io penso che la nonna quando canta in cucina è più bella. E ultimamente cantava poco.»
Giorgio guardò la bambina senza sapere cosa dire.
Fu in quel momento che una donna entrò nel locale quasi correndo.
Aveva un cappotto verde scuro, i capelli castani raccolti male, qualche ciocca sfuggita sulla fronte, e quegli occhi grandi di chi è arrivato tardi non per maleducazione, ma perché la vita le ha messo un sasso nella scarpa.
Appena vide Emma seduta al tavolo, sbiancò.
«Emma!»
La bambina si girò.
«Nonna, l’ho trovato.»
La donna arrivò al tavolo col respiro corto e la vergogna sulle guance.
«Mi scusi. Mi scusi davvero. Io… le avevo detto di aspettare vicino all’ingresso. Non doveva venire da lei da sola.»
Poi guardò Emma con severità, ma gli occhi le tremavano d’amore.
«Signorina, questa non la passi liscia.»
Emma fece spallucce.
«Ma lui stava andando via.»
La donna si bloccò.
Guardò il conto sul tavolo.
Poi la rosa.
Poi Giorgio.
«Stava andando via?»
Giorgio si sentì improvvisamente ridicolo.
Un uomo di sessantasei anni, vedovo da otto, che si vergognava come un ragazzo alla prima festa dell’oratorio.
«Pensavo che non sarebbe venuta.»
Lei abbassò gli occhi.
«Lo so. E avrebbe avuto ragione. Sono in ritardo di mezz’ora. Ho girato tre volte per trovare parcheggio, poi Emma ha lasciato cadere il guanto sotto il sedile, poi mi sono guardata nello specchietto e ho pensato: ma dove sto andando, alla mia età?»
Fece un sorriso piccolo, amaro.
«E sono rimasta due minuti ferma in macchina come una stupida.»
Giorgio la osservò.
Non era una bellezza da copertina.
Aveva rughe sottili intorno agli occhi.
Le mani un po’ rovinate.
Un bottone del cappotto cucito con filo diverso.
Ma c’era in lei qualcosa che a Giorgio ricordò il pane caldo messo al centro della tavola.
Qualcosa di vero.
«Lei è Teresa?» chiese.
«Teresa Bellini. E lei è Giorgio Moretti.»
«Mi sa di sì.»
«Sua sorella mi aveva detto che era un uomo serio.»
Giorgio sbuffò.
«Mia sorella dice anche che il caffè decaffeinato è caffè. Non sempre bisogna crederle.»
Teresa rise.
E quando rise, Emma la guardò come si guarda una finestra che finalmente si apre.
«Posso sedermi o ha già deciso che sono un disastro?»
Giorgio prese il conto e lo porse al cameriere.
«Lasci pure. Anzi, ci porti tre menù.»
Teresa rimase ferma.
«Tre?»
Giorgio guardò Emma.
«La signorina mi sembra parte della trattativa.»
Emma alzò il mento.
«Io prendo le tagliatelle, se ci sono.»
«Qui fanno spaghetti allo scoglio.»
«Allora patatine.»
Teresa si mise una mano sulla fronte.
«Ecco. Prima ancora dell’antipasto mi sto già vergognando.»
Giorgio indicò la sedia.
«Signora Teresa, se volevo una serata perfetta restavo a casa con la televisione. Almeno qui c’è qualcuno che dice la verità.»
Teresa si sedette.
Lentamente.
Come se quel gesto pesasse più di quanto sembrasse.
Emma le si appoggiò al fianco.
E Giorgio, per la prima volta dopo anni, non guardò più l’orologio.
La cena cominciò in modo storto, quindi cominciò bene.
Teresa si scusò altre tre volte.
Giorgio le disse basta alla quarta.
Emma raccontò che all’asilo un bambino aveva mangiato la colla, ma “solo per fare ridere”.
Il cameriere portò una porzione di patatine “per la signorina investigatrice”.
Le due donne del tavolo vicino smisero di fingere e salutarono Teresa con quella voce un po’ velenosa che in Italia conoscono tutti.
«Teresa cara, che sorpresa.»
Teresa irrigidì le spalle.
«Buonasera, Lidia.»
«Non sapevamo fossi… impegnata.»
Quella pausa prima di “impegnata” conteneva più cattiveria di una bestemmia.
Giorgio vide Teresa abbassare gli occhi.
E capì che non era la prima volta.
Capì che quella donna non combatteva solo con il parcheggio, con il ritardo o con una nipotina testarda.
Combatteva con il paese.
Con i figli.
Con il fantasma del marito morto.
Con l’idea che una vedova debba restare vedova anche nel respiro.
«Sì», disse Giorgio prima che Teresa potesse rispondere. «Abbiamo un appuntamento. E devo dire che finora la parte migliore è stata essere interrogato da Emma.»
Lidia fece un sorriso rigido.
«Ah, be’. I bambini oggi sono così… avanti.»
Emma si girò verso di lei.
«Io non sono avanti. Sono seduta.»
Giorgio dovette mordersi il labbro per non ridere troppo.
Teresa pure.
Lidia tornò al suo tavolo con la faccia di chi ha perso una partita di briscola senza capire come.
Quando furono soli, Teresa sussurrò:
«Grazie.»
«Per cosa?»
«Per non aver fatto finta di niente.»
Giorgio tagliò un pezzo di pane.
«Alla nostra età, signora Teresa, fare finta di niente stanca più che dire la verità.»
Lei lo guardò.
E in quello sguardo c’era un intero romanzo.
Teresa aveva sessantadue anni.
Vedova da cinque.
Suo marito, Carlo, era stato un brav’uomo, ma di quelli che comandavano senza urlare.
Una vita di negozio, casa, figli, sugo la domenica.
Sempre tutto pulito.
Sempre tutto a posto.
Sempre la bella figura.
Il centrino sul mobile.
La camicia stirata.
Il sorriso davanti ai parenti anche quando dentro si rompeva qualcosa.
«Carlo non era cattivo», disse Teresa a un certo punto, mentre Emma colorava sul tovagliolo di carta. «Però aveva deciso lui chi dovevo essere. E io, per quarant’anni, ho obbedito.»
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