Chiamò il 112 per due ragazze sedute sul marciapiede: quando arrivò la madre, tutto il quartiere abbassò gli occhi
—Pronto, 112? Ci sono due ragazze sospette davanti a casa mia.
Teresa abbassò la voce, anche se nel soggiorno non c’era nessuno che potesse sentirla.
La cornetta le pesava nella mano. Con l’altra teneva appena sollevata la tenda ricamata, quella che sua madre aveva cucito più di quarant’anni prima.
—Che cosa stanno facendo? —domandò l’operatore.
Teresa guardò di nuovo fuori.
Due ragazze erano sedute sul bordo del marciapiede, proprio davanti al suo cancello. Avevano appoggiato gli zaini accanto ai piedi.
Una faceva dondolare lentamente le gambe.
L’altra controllava il telefono, alzandolo ogni tanto verso il cielo per cercare meglio il segnale.
—Sono lì da parecchio —rispose Teresa.
—Stanno danneggiando qualcosa?
—No.
—Hanno cercato di entrare in qualche abitazione?
—No, però continuano a guardarsi attorno.
L’operatore rimase in silenzio per un istante.
—Signora, quanti anni potrebbero avere?
Teresa strinse le labbra.
—Quattordici, quindici. Non saprei. Oggi sembrano tutti più grandi.
Fuori, la più giovane disse qualcosa alla sorella.
Entrambe risero.
Non era una risata forte. Non disturbavano nessuno.
Ridevano come ridono le ragazze quando cercano di ingannare l’attesa.
Ma Teresa aveva già chiamato.
E adesso non voleva sembrare una donna che aveva telefonato per niente.
—Come sono vestite? —chiese l’operatore.
—Jeans, scarpe da ginnastica, giubbotti leggeri. Una ha le treccine. Hanno la pelle scura.
Teresa pronunciò le ultime parole quasi sottovoce.
Come se non fossero importanti.
Come se, invece, non fossero state proprio quelle a spingerla verso il telefono.
Il quartiere San Martino, alla periferia di Modena, era sempre stato considerato tranquillo.
Villette basse.
Siepi tagliate dritte.
Gerani alle finestre.
Automobili lavate il sabato mattina.
La domenica, poco prima di mezzogiorno, l’odore del ragù usciva dalle cucine e si mescolava a quello delle scaloppine e delle patate al forno.
Quando Teresa e suo marito Carlo avevano comprato quella casa, nel 1978, la strada era ancora mezza sterrata.
Non c’erano cancelli elettrici.
Non c’erano telecamere.
I bambini giocavano a pallone fino a quando le madri non si affacciavano gridando i loro nomi.
Le porte restavano socchiuse d’estate.
Se finiva lo zucchero, si bussava dalla vicina.
Se un anziano non apriva le imposte al mattino, qualcuno andava a controllare.
Poi le cose erano cambiate.
Carlo era morto da cinque anni.
Molti dei vecchi vicini avevano venduto.
Le case erano state ristrutturate, divise, affittate.
Erano arrivate famiglie nuove, automobili nuove, abitudini nuove.
Teresa ripeteva spesso che non riconosceva più il suo quartiere.
In realtà, non riconosceva più il mondo.
E quando non riconosceva qualcosa, ne aveva paura.
—Mandiamo una pattuglia a verificare —disse infine l’operatore.
Teresa lasciò ricadere la tenda.
—Grazie. Non si sa mai.
Riattaccò e si sistemò la vestaglia.
Poi andò in cucina, bevve un sorso d’acqua e tornò subito alla finestra.
Fuori, le ragazze non avevano idea di essere diventate un’emergenza.
La più grande si chiamava Amina e aveva sedici anni.
La più piccola, Leila, ne aveva quattordici.
Erano sorelle.
Amina portava i capelli raccolti in trecce sottili, fatte la sera prima dalla madre davanti alla televisione. Leila aveva ricci morbidi fermati dietro la nuca con un elastico rosso.
Erano nate entrambe in Italia.
Parlavano con l’accento della zona.
Litigavano per il bagno, per i vestiti presi senza permesso e per chi dovesse sparecchiare dopo cena.
Quella mattina avevano sostenuto una prova di musica nella scuola comunale poco distante.
La madre avrebbe dovuto recuperarle alle cinque, ma un imprevisto al lavoro l’aveva trattenuta.
“Non muovetevi da lì,” aveva scritto. “Arrivo appena posso.”
La scuola, però, aveva chiuso il cancello.
Così le ragazze si erano spostate nella strada accanto, dove c’era più ombra.
—Mamma è in ritardo di ventisette minuti —disse Leila.
—Ventotto —rispose Amina, guardando il telefono.
—E se si è dimenticata?
—Mamma non si dimentica di noi.
—Si è dimenticata il compleanno della zia.
—Quello lo dimenticherei anch’io.
Leila rise.
Poi osservò le case.
—Qui sembra che non viva nessuno.
—Vivono dietro le tende.
—Quella signora ci sta guardando da dieci minuti.
Amina alzò gli occhi verso la finestra di Teresa.
La tenda si mosse appena.
—Non fissarla —disse.
—È lei che fissa noi.
—Lascia perdere.
Amina conosceva bene quella sensazione.
Entrare in un negozio e vedere una commessa seguirti tra gli scaffali.
Salire su un autobus e trovare una borsa spostata in fretta dal sedile accanto.
Camminare in un quartiere elegante e sentire gli sguardi chiederti, senza parlare: “Che ci fai qui?”
Sua madre le aveva insegnato a non reagire.
“Non dare a nessuno il pretesto per raccontare una storia falsa su di te.”
Siediti composta.
Parla con educazione.
Non alzare la voce.
Non mostrare rabbia.
Non mostrare paura.
Amina aveva imparato quelle regole prima ancora di capire perché fossero necessarie.
Il suono della sirena arrivò da lontano.
All’inizio sembrava il rumore di un’ambulanza sulla strada principale.
Poi diventò più forte.
Leila smise di dondolare le gambe.
—Sta venendo qui?
Amina si voltò.
Una pattuglia imboccò la via con le luci accese.
Il blu lampeggiante si rifletté sui vetri delle case, sui cancelli e sulle carrozzerie parcheggiate.
Una tenda si spostò al numero dodici.
Una finestra si aprì al numero venti.
Il signor Gino, che fino a un momento prima stava annaffiando le rose, rimase immobile con il tubo in mano.
La pattuglia si fermò davanti alle due ragazze.
Leila impallidì.
—Amina…
—Stai calma.
Due agenti scesero dall’auto.
Non sembravano aggressivi.
Erano professionali, misurati.
Ma le luci, le uniformi e gli occhi di tutto il quartiere trasformarono quel marciapiede in un palcoscenico.
—Buonasera —disse uno degli agenti. —Che cosa fate qui?
Amina si alzò.
—Aspettiamo nostra madre.
La sua voce uscì più bassa del solito.
—Da quanto tempo siete qui?
—Circa mezz’ora.
—Abitate in questa strada?
—No.
L’agente guardò il collega.
Poi indicò gli zaini.
—Da dove venite?
—Dalla scuola di musica. Abbiamo fatto una prova.
—Che strumenti suonate?
La domanda sembrava innocente.
Amina, però, capì che stavano verificando la loro storia.
—Io pianoforte. Mia sorella violino.
—Avete un documento?
Leila strinse la cinghia dello zaino.
—Abbiamo quattordici e sedici anni.
—Va bene anche il tesserino scolastico.
Amina aprì la tasca anteriore dello zaino.
Le sue dita tremavano.
Cercò di nasconderlo muovendosi lentamente.
Tirò fuori un portafoglio di stoffa, una tessera dell’autobus, alcune monete e infine il tesserino scolastico.
L’agente lo prese.
—Amina Benassi.
—Sì.
Il cognome sembrò sorprenderlo.
—Benassi?
—È il cognome di nostra madre.
Leila estrasse il proprio tesserino e lo porse al secondo agente.
Dietro la tenda, Teresa espirò.
Ecco.
Aveva fatto bene.
Non era successo nulla proprio perché lei aveva chiamato.
La pattuglia aveva controllato e presto tutto sarebbe finito.
Questo si ripeté.
“Ho fatto soltanto il mio dovere.”
Non vide le mani di Leila serrate fino a far diventare bianche le nocche.
Non sentì il respiro corto di Amina.
Non si accorse che il signor Gino aveva chiuso l’acqua ma continuava a restare lì, curioso, come se aspettasse l’inizio di uno spettacolo.
Poi si udì il rumore di un motore.
Un’auto scura entrò nella via e rallentò bruscamente quando la conducente vide la pattuglia.
Si fermò dietro l’auto degli agenti.
La portiera si aprì.
Ne scese una donna sui cinquant’anni, con un completo blu spiegazzato, una borsa da lavoro e i capelli raccolti in modo disordinato.
Non aveva l’aria di una persona ricca.
Aveva l’aria di una persona stanca che aveva corso per arrivare.
La donna guardò le luci.
Guardò gli agenti.
Poi vide le figlie.
Il suo viso cambiò.
—Mamma —sussurrò Leila.
La donna attraversò la strada senza correre, ma con un passo che non ammetteva ostacoli.
—Che cosa sta succedendo?
Uno degli agenti le andò incontro.
—Signora, abbiamo ricevuto una segnalazione.
—Su cosa?
—Due persone sospette ferme nella zona.
La donna guardò le figlie.
Poi tornò a fissare l’agente.
—Le persone sospette sarebbero loro?
—Stiamo soltanto verificando.
—Verificando che cosa?
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