Due uomini spinsero un vecchio cantante e gli spezzarono la chitarra, senza sapere chi li stava osservando sotto i portici
La corda si spezzò con un colpo secco.
Il vecchio barcollò all’indietro, urtò il muro umido del sottopassaggio e strinse la chitarra al petto come si stringe un figlio quando qualcuno cerca di portartelo via.
—Adesso hai finito di rompere le scatole —disse uno dei due uomini.
Aveva poco più di trent’anni, scarpe pulite, giubbotto costoso e quella sicurezza rumorosa di chi non ha ancora capito che la vita, prima o poi, presenta il conto a tutti.
L’amico rise.
—Guardalo. Crede di essere ancora negli anni Settanta.
Nessuno, tra le persone ferme davanti all’ingresso della metropolitana, ebbe il coraggio di ridere con loro.
Fino a pochi secondi prima, quel vecchio aveva fatto tacere una delle strade più trafficate di Torino.
Non aveva un amplificatore.
Non aveva un cartello con il proprio nome.
Non chiedeva niente.
Era comparso vicino all’edicola chiusa, sotto i portici anneriti dallo smog, con un cappotto che un tempo doveva essere stato blu e una chitarra tenuta insieme da nastro adesivo, colla secca e ostinazione.
I pantaloni gli cadevano larghi sulle gambe magre.
Le scarpe avevano le suole consumate.
I capelli grigi gli arrivavano quasi alle spalle, e la barba bianca gli copriva metà del viso.
Avrebbe potuto avere sessantacinque anni oppure ottanta.
La strada non lascia l’età scritta in faccia. La mescola con la fame, con il freddo e con le notti passate senza sapere dove svegliarsi.
All’inizio, nessuno gli aveva dato importanza.
La gente correva.
Una donna trascinava il carrello della spesa.
Un impiegato parlava da solo con un auricolare.
Un pensionato contava le monete prima di entrare al bar.
Poi il vecchio aveva appoggiato la custodia aperta sul pavimento e aveva sfiorato le corde.
La prima nota aveva fatto rallentare una signora con la borsa del mercato.
La seconda aveva convinto un uomo a smettere di guardare l’orologio.
Alla terza, perfino il barista aveva lasciato la macchina del caffè e si era affacciato sulla porta.
La voce del vecchio era ruvida.
Non bella nel modo giovane della parola.
Era una voce passata attraverso troppe sigarette, troppe stazioni, troppe promesse non mantenute.
Eppure non tremava.
Ogni parola usciva precisa, pesante, come se fosse stata custodita per quarant’anni in fondo a un cassetto.
Cantava di una casa con le persiane verdi.
Di una donna che aspettava alla finestra.
Di un uomo partito per inseguire il successo e tornato quando ormai nessuno accendeva più la luce per lui.
Le persone più giovani ascoltavano la melodia.
Quelle sopra i cinquant’anni ascoltavano la propria vita.
Una sarta in pensione si coprì la bocca con la mano.
Le era tornato in mente suo marito quando, da ragazzi, la portava a ballare nelle sale di provincia con la camicia buona e i capelli pieni di brillantina.
Un muratore ormai anziano abbassò gli occhi.
Per trentasei anni aveva detto che avrebbe avuto tempo per chiedere scusa a suo fratello.
Il fratello era morto a febbraio.
Una donna col cappotto beige cominciò a piangere senza accorgersene.
Aveva sessantadue anni e da tre settimane dormiva sola, dopo una separazione che nessuno in famiglia aveva ancora avuto il coraggio di nominare.
Il vecchio non guardava nessuno.
Non sorrideva.
Non ringraziava quando una moneta cadeva nella custodia.
Sembrava che il pubblico non esistesse.
Come se stesse cantando per una persona sola, lontanissima, forse già morta.
Fu allora che arrivarono i due uomini.
Erano usciti da un locale poco distante e parlavano a voce alta.
Avevano visto la piccola folla e si erano infilati in mezzo, convinti che al centro ci fosse qualcosa da prendere in giro.
—E questo sarebbe un cantante? —disse il primo.
Qualcuno si voltò infastidito.
Il vecchio continuò a suonare.
—Oh, nonno! —gridò l’altro. —Hai sbagliato posto. Il ricovero è dall’altra parte della città.
La donna col cappotto beige fece un passo avanti.
—Lasciatelo stare.
—Signora, si faccia gli affari suoi.
Il vecchio non alzò nemmeno gli occhi.
Fu quel silenzio a irritarli.
Ci sono persone che sopportano tutto tranne essere ignorate.
Il primo uomo si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla.
—Ti hanno parlato.
Il vecchio continuò a cantare.
Allora arrivò la spinta.
Forte.
Inutile.
Cattiva proprio perché non serviva a niente.
Il corpo magro del cantante finì contro il muro e la chitarra urtò il bordo di una colonna.
Una crepa si aprì sul legno.
La corda più sottile saltò.
Il suono metallico attraversò il portico come un grido.
—Vergognatevi! —urlò qualcuno.
Un ragazzo sollevò il telefono per riprendere la scena.
Un altro uomo fece per intervenire, ma la moglie lo trattenne per il braccio.
Il vecchio rimase immobile.
Guardava la corda spezzata.
Non i due uomini.
Non la folla.
La corda.
La sfiorò con due dita, con la delicatezza di chi controlla il respiro di una persona amata.
Poi fece una cosa che confuse tutti.
Sorrise.
Un sorriso piccolo e stanco.
Come se quello che era appena accaduto non fosse una sorpresa, ma l’ultima conferma di qualcosa che sapeva da tempo.
Si inginocchiò, raccolse il plettro caduto e girò una chiave sul manico della chitarra.
—Ma che fa? —mormorò la sarta in pensione.
Il vecchio si rimise in piedi.
Aveva una guancia arrossata e il labbro leggermente tagliato, ma non disse nulla.
Appoggiò le dita sulle corde rimaste.
E ricominciò a suonare.
La melodia era cambiata.
Più lenta.
Più bassa.
Sembrava una di quelle canzoni che un tempo uscivano dalle radio in cucina la domenica mattina, mentre le madri preparavano il sugo e i padri facevano finta di leggere il giornale per non mostrare che stavano ascoltando.
Il primo uomo rise, ma la risata gli morì subito in gola.
—Questo è matto.
Il secondo si guardò intorno.
Le persone non stavano più osservando il vecchio.
Stavano osservando loro.
—Andiamocene.
Si allontanarono con passo svelto, continuando a parlare forte per non sembrare impauriti.
Nessuno provò a fermarli.
Tutti erano tornati dentro la canzone.
Quasi tutti.
In fondo alla folla, sotto l’ombra di un portico, c’era un uomo vestito di nero.
Completo scuro perfettamente stirato.
Cappotto lungo.
Cappello a tesa larga.
Sui sessant’anni, forse qualcosa di più.
Non riprendeva la scena.
Non applaudiva.
Non parlava.
Aveva il volto rigido, ma le mani strette a pugno nelle tasche.
Era arrivato pochi minuti prima, accompagnato da un giovane autista rimasto vicino a un’auto parcheggiata dall’altra parte della strada.
Doveva partecipare a una cerimonia in un teatro poco distante.
Lo aspettavano assessori, giornalisti e persone abituate a sorridere solo quando vedono una macchina fotografica.
Ma lui non si era mosso.
Aveva riconosciuto quella melodia.
Non subito.
Le prime note gli avevano soltanto provocato un fastidio, come una porta che sbatte in una stanza lontana.
Poi il vecchio aveva raggiunto il ritornello.
E l’uomo in nero aveva smesso di respirare.
Quella canzone non era mai stata pubblicata.
Non era mai passata alla radio.
Non esisteva in nessun disco.
L’aveva sentita una sola volta, da bambino, in una cucina fredda di un paese delle Langhe.
Sua madre la cantava mentre lavava i piatti.
Una sera lui le aveva chiesto da dove venisse.
Lei aveva smesso di strofinare una pentola.
Si era asciugata le mani nel grembiule.
—Da un uomo che mi ha insegnato che certe promesse fanno più male delle bugie.
Non aveva aggiunto altro.
Sua madre era morta da ventisette anni.
E adesso un mendicante, sotto i portici di Torino, stava cantando la sua canzone segreta.
Il vecchio arrivò all’ultima strofa.
La voce si abbassò.
“Se un giorno tornerai alla casa sulla collina,
non bussare forte, potresti svegliare il dolore.
Guarda soltanto la finestra della cucina,
se c’è una luce, allora non è finito l’amore.”
L’uomo in nero chiuse gli occhi.
Sua madre cambiava sempre l’ultima frase.
Diceva: “Se non c’è luce, ricordati almeno il mio nome.”
La chitarra emise l’ultimo accordo.
Seguì un silenzio pesante.
Nessuno applaudì subito.
Poi la donna col cappotto beige batté le mani.
Una volta.
Due.
La sarta si unì a lei.
Il barista uscì completamente dal locale e cominciò ad applaudire.
In pochi secondi il portico si riempì di un rumore caldo, umano, quasi furioso.
Il vecchio chinò appena la testa.
Poi guardò dentro la custodia.
C’erano una ventina di euro, alcune monete, un rosario di legno e un biglietto scritto su un pezzo di carta.
L’uomo in nero avanzò.
Le persone si spostarono senza sapere perché.
Forse per il vestito elegante.
Forse per il modo in cui camminava.
Forse perché, a una certa età, si impara a riconoscere chi porta addosso una domanda troppo grande.
Si fermò davanti al vecchio.
—Come si chiama quella canzone?
Il cantante sollevò gli occhi.
Erano chiari, quasi trasparenti.
—Non ha un titolo.
—Chi l’ha scritta?
—Uno che credeva di avere tutta la vita davanti.
La voce dell’uomo in nero si incrinò.
—Conosceva una donna di nome Elena Ferraris?
Il vecchio smise di respirare.
La folla non capì, ma vide il cambiamento.
Le sue dita si chiusero intorno al manico della chitarra.
Il sorriso scomparve.
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