La bambina gli sussurrò sei parole, e l’agente capì che qualcuno li stava osservando dalla strada

La bambina dalle scarpe troppo grandi gli sussurrò sei parole: pochi secondi dopo, l’intero quartiere capì perché aveva avuto paura

Non gli afferrò la divisa.

Non pianse.

Non gridò per chiedere aiuto.

Gli si mise semplicemente davanti, costringendolo a fermarsi.

L’agente Marco Ferri stava tornando verso l’auto di servizio dopo aver discusso con un automobilista che aveva parcheggiato davanti al passo carrabile della farmacia.

Era un martedì pomeriggio stranamente tranquillo nel quartiere San Michele, uno di quei posti dove le tende si muovevano anche quando non c’era vento e tutti sapevano chi aveva litigato prima ancora che finisse la discussione.

Marco aveva cinquantasette anni.

Trentadue passati in strada, tra incidenti, anziani smarriti, ragazzi troppo sicuri di sé e famiglie che chiamavano per una lite ma, in realtà, avevano solo bisogno che qualcuno le ascoltasse.

Da giovane correva verso ogni problema.

Adesso aveva imparato a guardarlo prima negli occhi.

Stava infilando il taccuino nella tasca della giacca quando quella bambina gli sbarrò il passo.

Avrà avuto nove anni, forse dieci.

Indossava una giacca marrone con un bottone diverso dagli altri, una coda di cavallo fatta male e un paio di scarpe chiaramente troppo grandi. La punta destra era graffiata fino a diventare bianca.

Sembrava una di quelle bambine che il quartiere vedeva ogni giorno senza ricordarsi davvero di averle viste.

Ed era proprio questo che fece rallentare Marco.

I bambini non fermavano un uomo in divisa senza una ragione.

«Tutto bene, piccola?»

La bambina non rispose.

Fece soltanto un passo verso di lui.

Marco si abbassò appena, cercando di non spaventarla.

Fu allora che notò le sue mani.

Tremavano.

Non in modo vistoso.

Era un tremore piccolo e trattenuto, quello di chi sta usando tutte le proprie forze per non crollare davanti agli altri.

«Ti sei persa?»

Lei scosse la testa una volta sola.

Lentamente.

Poi si alzò sulle punte e avvicinò la bocca all’orecchio dell’agente.

Gli sussurrò sei parole.

«Non si giri. Quell’uomo la guarda.»

Il volto di Marco cambiò.

Il sorriso paziente scomparve.

La schiena si irrigidì.

Gli occhi, fino a un attimo prima stanchi e quasi paterni, diventarono quelli dell’uomo che per trentadue anni aveva imparato a distinguere la paura vera da quella inventata.

La bambina fece un passo indietro.

Lo osservava come se volesse capire se lui le aveva creduto.

Marco non si voltò.

Non prese subito la radio.

Guardò il riflesso della vetrina della merceria davanti a sé.

Dall’altra parte della strada c’erano tre veicoli.

Due utilitarie ferme regolarmente.

E un furgone bianco parcheggiato vicino al cassonetto della carta, con il motore acceso e i vetri posteriori troppo scuri.

«Come ti chiami?» domandò senza cambiare posizione.

«Elisa.»

«Va bene, Elisa. Chi è l’uomo che mi guarda?»

Gli occhi della bambina si spostarono appena verso la vetrina.

«Quello nel furgone.»

«Lo conosci?»

Lei si strinse nella giacca.

«No.»

«Ti ha parlato?»

«Non con me.»

Marco continuò a fissare la propria immagine riflessa nel vetro. Dietro di lui, nel riflesso, il furgone sembrava immobile.

Troppo immobile.

«Allora come fai a sapere che sta guardando me?»

Elisa abbassò la voce.

«Perché parla da solo.»

Un brivido attraversò Marco dalla nuca alle spalle.

Gli adulti parlavano troppo.

I bambini, invece, ascoltavano tutto.

«Che cosa ha detto?»

La bambina esitò.

Dal bar all’angolo arrivò il rumore delle tazzine appoggiate sul bancone. Un pensionato uscì con il giornale piegato sotto il braccio e salutò Marco alzando due dita.

Marco rispose con un cenno, senza muovere la testa.

«Elisa, dimmi le parole precise.»

Lei si morse il labbro.

«Ha detto che oggi lei è arrivato prima.»

Marco sentì lo stomaco stringersi.

«Prima rispetto a cosa?»

«Ha detto che di solito si ferma qui alle quattro e venti.»

Marco guardò l’orologio.

Erano le quattro e dodici.

Da una settimana il suo giro pomeridiano era stato modificato. Solo poche persone conoscevano gli orari esatti.

Un estraneo non avrebbe dovuto sapere che lui passava davanti alla farmacia.

Non avrebbe dovuto sapere nemmeno che si fermava quasi sempre nello stesso punto.

«Ha detto altro?»

Elisa annuì.

«Che quando il semaforo diventa verde, succede.»

Marco mantenne la voce bassa.

«Che cosa succede?»

La bambina alzò finalmente gli occhi.

Erano occhi scuri, troppo seri per un viso tanto giovane.

«Che lei non lo sentirà.»

«Non sentirò cosa?»

«Quello che le faranno.»

Per la prima volta Marco avvicinò lentamente la mano alla radio fissata sulla spalla.

Nel riflesso della merceria vide accendersi per un istante le luci posteriori del furgone.

«Centrale, qui pattuglia sette.»

La risposta arrivò subito.

«Ti ascoltiamo.»

Marco cercò di usare il tono più normale possibile.

«Mi servono due unità in via del Gelsomino, incrocio con piazza San Michele. Possibile sorveglianza ostile. Avvicinamento senza sirene.»

Ci fu un breve silenzio.

«Ricevuto. Specifica la minaccia.»

Marco non rispose.

Elisa aveva cominciato a tremare più forte.

«Mi ha vista.»

«Chi?»

«L’uomo.»

Marco guardò di nuovo il riflesso.

Il finestrino del conducente stava scendendo.

Lentamente.

Al volante c’era un uomo con un cappellino scuro calato sulla fronte. Una mano era appoggiata sul volante.

L’altra si alzò in un saluto quasi amichevole.

L’uomo sorrise.

Era un sorriso tranquillo.

Ed era proprio questo a renderlo sbagliato.

Marco fece un passo di lato, mettendosi tra Elisa e la strada.

«Non muoverti.»

La bambina non rispose.

Il semaforo in fondo alla via diventò verde.

Il furgone partì di colpo.

Non verso di loro.

Nella direzione opposta.

Nello stesso istante, alle spalle di Marco, si sentì un rumore metallico.

Piccolo.

Secco.

Preciso.

Marco non ebbe il tempo di pensare.

Si lasciò cadere trascinando Elisa dietro un’aiuola di cemento.

Un colpo attraversò la vetrina della merceria pochi centimetri sopra il punto in cui si trovava la sua testa.

Il vetro esplose in una pioggia di frammenti.

Le persone cominciarono a urlare.

Il pensionato con il giornale si buttò dietro una macchina. La farmacista abbassò istintivamente la serranda. Dal bar qualcuno rovesciò un tavolino per creare una barriera.

Marco rotolò su un fianco e cercò con lo sguardo finestre, balconi e tetti.

Non vide nessuno.

Poi notò un riflesso.

Secondo piano del palazzo di fronte.

Una finestra socchiusa.

Una sagoma scura che arretrava.

«Colpo sparato dall’alto!» gridò nella radio. «Edificio all’angolo, secondo piano! Bloccate le strade!»

Il furgone stava già scomparendo oltre la piazza.

Marco tornò verso Elisa.

La bambina era rimasta accovacciata dietro l’aiuola.

Pallida.

Immobilizzata dal terrore.

Ma ancora cosciente.

«Vieni con me.»

Le prese delicatamente un braccio e la guidò verso l’auto di servizio parcheggiata pochi metri più avanti.

Un secondo colpo colpì l’asfalto.

Una piccola nuvola di polvere si alzò nel punto dove erano stati un istante prima.

Marco coprì Elisa con il proprio corpo e la spinse dietro la ruota anteriore.

Le sirene cominciavano a sentirsi in lontananza.

«Ti avevo detto che non l’avresti sentito», mormorò lei.

La voce le tremava.

Marco respirava a fatica.

«Mi hai salvato la vita.»

Elisa scosse la testa.

«Non ancora.»

Marco la fissò.

«Che cosa significa?»

Lei indicò qualcosa sotto l’auto.

Non la strada.

Non il palazzo.

La parte posteriore del veicolo.

Marco seguì la direzione del suo dito.

Sotto il paraurti era fissata una piccola scatola scura.

Non faceva rumore.

Un minuscolo indicatore rosso lampeggiava.

Tre volte.

Poi più velocemente.

Marco non pensò alla pensione che gli mancava da pochi anni.

Non pensò a sua moglie Anna, morta da undici mesi, né alla tazza che ancora lasciava per abitudine accanto alla propria ogni mattina.

Non pensò a suo figlio, che viveva a Torino e gli telefonava troppo poco.

Pensò soltanto alla bambina.

La afferrò.

Si lanciò oltre il muretto della farmacia e la strinse contro il petto.

Il boato fece tremare tutta la piazza.

L’esplosione non fu enorme.

Non serviva che lo fosse.

L’auto si sollevò da un lato. Il cofano si piegò. Pezzi di metallo e plastica ricaddero sulla strada.

L’onda d’urto attraversò Marco come un pugno.

Per alcuni secondi non udì più nulla.

Solo un fischio continuo.

Rimase a terra con il corpo sopra quello di Elisa.

La polvere gli bruciava la gola.

Il fianco sembrava in fiamme.

«Signor agente?»

La voce della bambina arrivava da molto lontano.

Marco aprì gli occhi.

«Sono qui.»

Elisa era rannicchiata sotto di lui.

Aveva un graffio sulla guancia e i capelli pieni di polvere, ma respirava.

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