Il miliardario entrò travestito nel suo negozio, poi sentì piangere una dipendente dietro una porta chiusa

Il proprietario miliardario entrò travestito nel suo negozio e trovò una madre in lacrime: dietro la facciata perfetta scoprì un sistema spietato

«Signora, mi sente? Va tutto bene lì dentro?»

Il pianto cessò di colpo.

Nel corridoio del personale rimasero soltanto il ronzio dei neon e il rumore lontano dei carrelli trascinati sul pavimento.

Giacomo Ferri abbassò gli occhi.

Davanti alla porta del bagno c’era un tesserino argentato, caduto sulle piastrelle ancora bagnate.

Lo raccolse.

“Anna De Luca — Servizi di pulizia.”

Nessuno, quella mattina, aveva riconosciuto Giacomo.

Non la cassiera che gli aveva indicato gli spogliatoi senza neppure guardarlo.

Non la guardia all’ingresso.

Non il direttore del grande magazzino, che gli aveva parlato come si parla a uno venuto a chiedere l’elemosina.

Con un berretto scolorito, una giacca da lavoro e le scarpe comprate al mercatino dell’usato, il fondatore del Gruppo Ferri sembrava un qualsiasi uomo di sessantadue anni rimasto senza occupazione.

Per tutti si chiamava Franco Berti.

Ex muratore.

Divorziato.

Disposto ad accettare qualunque turno.

In realtà possedeva quarantadue punti vendita, diversi centri logistici e un patrimonio che i giornali economici descrivevano con cifre che lui stesso ormai faticava a sentire come reali.

Era arrivato sotto copertura per controllare il negozio di San Lazzaro, alle porte di Bologna.

Secondo i rapporti ricevuti dalla sede centrale, quel punto vendita era un gioiello.

Costi ridotti.

Vendite in aumento.

Personale soddisfatto.

Nessun reclamo.

Il direttore, Riccardo Valenti, veniva indicato come un modello da imitare.

Poi Giacomo aveva sentito una donna piangere dietro una porta chiusa.

«Sto bene,» rispose finalmente una voce spezzata. «Mi dia un minuto.»

Non stava bene.

Si sentiva perfino da come cercava di respirare.

Quando la porta si aprì, apparve una donna minuta, poco più che quarantacinquenne, con una divisa grigia troppo larga e gli occhi arrossati.

Aveva i capelli raccolti male, profonde occhiaie e le mani rovinate dai detergenti.

Vedendo il proprio tesserino nelle mani di Giacomo, abbassò subito lo sguardo.

«Mi scusi. Devo tornare al lavoro.»

Tentò di afferrarlo, ma le dita le tremavano.

«Non deve chiedermi scusa.»

Giacomo glielo porse.

«Sono Franco. Comincio oggi.»

Anna annuì senza entusiasmo.

Sembrava voler fuggire prima che qualcuno li vedesse parlare.

Dal corridoio arrivarono alcuni passi.

La donna ebbe un sussulto.

Quel gesto piccolo, istintivo, fece gelare il sangue a Giacomo.

«Non sembra stare bene,» disse piano.

«È solo stanchezza.»

«Non si piange così per la stanchezza.»

Anna lo guardò per la prima volta.

Nei suoi occhi c’era la diffidenza di chi aveva già pagato caro il prezzo di una confidenza.

Poi le spalle le cedettero.

«Mia figlia deve essere operata al cuore.»

La frase uscì quasi senza voce.

«Si chiama Chiara. Ha dieci anni. L’intervento è stato anticipato e dobbiamo andare a Roma tra due settimane.»

Giacomo rimase in silenzio.

«L’operazione è coperta,» continuò Anna. «Ma devo restare lì con lei. Viaggio, stanza, pasti, medicinali dopo le dimissioni… e soprattutto non posso perdere il lavoro.»

Si asciugò una lacrima con il dorso della mano.

«Il direttore continua a tagliarmi le ore. Una settimana me ne dà trenta, quella dopo dodici. Così non matura mai niente. Niente stabilità, niente permessi, niente certezza.»

Indicò la bacheca appesa al muro.

Era coperta da fogli pieni di cancellature.

Turni cambiati a penna.

Nomi spostati da un giorno all’altro.

Orari corretti senza firma.

Accanto ad Anna comparivano ventotto ore una settimana, quindici quella successiva, poi trentacinque e infine appena dieci.

Era impossibile organizzare una visita medica, pagare un affitto o anche soltanto sapere quanto denaro sarebbe entrato a fine mese.

«Da quanto lavora qui?»

«Tre anni e quattro mesi.»

«Mai avuto un contratto stabile?»

Anna sorrise amaramente.

«Ogni volta mi dicono che manca poco. Poi, quando mi avvicino al numero di ore necessario, il direttore le riduce.»

Giacomo conosceva le regole della sua azienda.

Dopo un periodo preciso, un dipendente con continuità lavorativa doveva essere stabilizzato.

Le variazioni dei turni andavano comunicate con anticipo.

I genitori che assistevano figli malati avevano diritto a permessi e sostegno economico.

Quelle procedure portavano la sua firma.

«Il signor Valenti dice che sono disposizioni della sede centrale,» aggiunse Anna.

Giacomo sentì lo stomaco chiudersi.

«E lei ci crede?»

«Non lo so più.»

La donna abbassò la voce.

«Non succede soltanto a me. C’è Davide agli elettrodomestici. Samira alle casse. Teresa nel reparto casa. A tutti mancano ore in busta paga.»

«Avete segnalato il problema?»

Anna guardò verso l’ufficio del direttore.

«Le segnalazioni passano da lui.»

«E se vi rivolgete direttamente alla sede?»

«Ci ha detto che chi scavalca il proprio responsabile dimostra slealtà verso l’azienda.»

Una porta sbatté in fondo al corridoio.

Anna infilò in fretta il tesserino sulla divisa.

«Devo andare. Finisco alle undici, ma domattina devo tornare alle sei per l’inventario.»

«Quante ore ha lavorato oggi?»

«Dieci.»

«Quante ne vedrà in busta paga?»

Anna esitò.

«Se va bene, sette.»

Si allontanò trascinando leggermente la gamba sinistra.

Giacomo rimase solo davanti alla bacheca.

Ogni riga cancellata era una bolletta rimandata.

Ogni ora sparita poteva significare una spesa al supermercato fatta contando le monete.

Aveva costruito il Gruppo Ferri partendo dal piccolo negozio di ferramenta di suo padre, in un paese dell’Appennino.

Suo padre ripeteva sempre:

«Ricordati, Giacomo. I muri sono del padrone, ma l’azienda appartiene alle mani che la tengono aperta.»

Giacomo aveva trasformato quella frase in uno slogan.

L’aveva fatta stampare negli uffici.

L’aveva citata durante cene eleganti e riunioni con dirigenti in giacca scura.

Ma da quanto tempo non guardava più quelle mani?

Da quanto tempo si limitava a leggere percentuali preparate da persone che volevano soltanto compiacerlo?

Quella sera tornò nel piccolo albergo dove alloggiava sotto falso nome.

Non aveva scelto una suite.

Voleva vivere quei giorni senza autista, senza assistenti e senza nessuno pronto a dirgli ciò che desiderava sentire.

Aprì il computer e consultò i dati del punto vendita.

Ciò che vide sembrava perfetto.

Il costo del personale era diminuito del ventiquattro per cento.

Le vendite erano salite.

Gli straordinari risultavano quasi azzerati.

I reclami dei lavoratori erano pari a zero.

Riccardo Valenti aveva ricevuto due premi interni.

“Direttore dell’anno.”

“Eccellenza nella gestione.”

Una bella figura impeccabile.

Eppure, negli ultimi nove mesi, più della metà dei dipendenti era andata via.

Le motivazioni erano sempre le stesse.

Dimissioni volontarie.

Scarso adattamento.

Problemi di atteggiamento.

Mancanza di flessibilità.

Giacomo aprì i fascicoli uno per uno.

Le relazioni negative avevano tutte lo stesso stile.

Le stesse parole.

Le stesse accuse generiche.

Era come se qualcuno avesse preparato un modello per liberarsi di chiunque osasse protestare.

La mattina seguente, alle sei meno dieci, Anna era già al lavoro.

Passava lo straccio vicino all’ingresso con movimenti lenti ma precisi.

Aveva il viso pallido e portava scarpe consumate, troppo sottili per restare in piedi sul cemento per tante ore.

Alle sei e quarantacinque, Riccardo Valenti uscì dal proprio ufficio.

Aveva quarant’anni, una camicia bianca perfettamente stirata e i capelli lucidi di gel.

Camminava con quella sicurezza particolare di chi possiede un po’ di potere e lo usa soprattutto con chi non può rispondere.

«De Luca!»

Anna si irrigidì.

«Sì, direttore.»

«Questo pavimento è sporco.»

Il pavimento brillava.

Giacomo riusciva a vedere il riflesso delle lampade sulle piastrelle.

«Lo ripasso.»

«Ci mancherebbe altro. E magari, mentre lavori, smettila di fare quella faccia. I clienti non devono vedere i tuoi problemi.»

Anna abbassò la testa.

Riccardo indicò il proprio ufficio.

«Dentro. Subito.»

La parete era di vetro.

Riccardo si sedette dietro la scrivania.

Anna rimase in piedi.

Non le offrì una sedia.

Non la invitò neppure ad avvicinarsi.

Davide, l’addetto agli elettrodomestici, entrò nella saletta del personale.

Era un uomo sui cinquantacinque anni, con gli occhiali legati da una cordicella e il volto di chi aveva imparato a non fare domande.

«Povera Anna,» mormorò.

«Succede spesso?» domandò Giacomo.

Davide lo osservò con cautela.

«Terza volta questa settimana.»

«Che cosa le dice?»

«Che è fortunata ad avere un posto. Che alla sua età non la prenderebbe più nessuno. Che con una figlia malata dovrebbe ringraziare anche per dieci ore.»

Attraverso il vetro, Riccardo prese un foglio e cominciò a cancellare alcune righe con una penna rossa.

Il viso di Anna si contrasse.

«Le sta togliendo altre ore,» disse Davide.

«Può farlo così?»

«Qui può fare quello che vuole.»

Giacomo infilò una mano nella tasca e avviò la registrazione sul telefono.

La voce di Riccardo attraversava la parete.

«Te l’ho già detto. I tuoi problemi familiari non riguardano il negozio.»

«Non le sto chiedendo un regalo,» rispose Anna. «Vorrei soltanto conoscere i turni della settimana dell’operazione.»

«Non posso organizzare il personale attorno al cuore di tua figlia.»

«Ho chiesto i permessi previsti.»

Riccardo rise.

«I permessi si concedono ai dipendenti affidabili.»

«Io non ho mai saltato un turno.»

«Ultimamente fai troppe domande. Confronti le buste paga. Parli con gli altri. Crei malumore.»

«Cerchiamo solo di capire perché mancano delle ore.»

«Quindi ammetti di stare fomentando proteste.»

«Non sto fomentando niente.»

«Da oggi sei a dodici ore settimanali.»

Il silenzio di Anna durò diversi secondi.

«Con dodici ore non pago neanche l’affitto.»

«Non è un mio problema.»

«La prego.»

«Attenta, De Luca. Se continui a parlare di turni, straordinari e contratti, dovremo valutare se sei ancora adatta a questa azienda.»

Quando Anna uscì, aveva il viso bianco.

Passò davanti a Giacomo senza guardarlo.

Tornò al secchio e ricominciò a pulire.

Riccardo, invece, uscì fischiettando.

Sembrava soddisfatto.

Come se avesse appena rimesso al proprio posto un oggetto fuori ordine.

Giacomo sentì le mani chiudersi a pugno.

Avrebbe potuto rivelarsi in quel momento.

Avrebbe potuto licenziarlo davanti a tutti.

Ma voleva capire quanto fosse profondo il marcio.

Un uomo così sicuro non agiva per la prima volta.

Il giorno seguente si presentò nell’ufficio del direttore con un curriculum preparato apposta.

«Ho sentito che cercate qualcuno per il turno di notte.»

Riccardo lo studiò.

«Esperienza?»

«Cantieri, magazzino, pulizie. L’impresa ha chiuso. Mi serve lavorare.»

«Famiglia?»

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