Il miliardario entrò travestito nel suo negozio, poi sentì piangere una dipendente dietro una porta chiusa

Giacomo fece una pausa.

«Nessuno.»

Gli occhi del direttore cambiarono.

Un uomo senza famiglia non chiedeva permessi.

Non si assentava per accompagnare un figlio dal medico.

Non aveva nessuno pronto a difenderlo.

«Disponibile per qualsiasi orario?»

«Sì.»

«Anche con poco preavviso?»

«Sì.»

Riccardo sorrise.

«Mi piace il tuo atteggiamento. Puoi cominciare stasera alle ventidue. Pulizie e sistemazione merce.»

Gli porse un modulo.

«Lavorerai con Anna. Non ascoltare le sue lamentele. Ha la tendenza a trasformare ogni cosa in un dramma.»

Giacomo abbassò lo sguardo come avrebbe fatto un uomo bisognoso.

«Io vengo per lavorare.»

«Bravo. Qui chi lavora e tace va avanti. Chi crea problemi sparisce.»

Quella notte il negozio cambiò volto.

Quando le porte si chiusero e gli ultimi clienti uscirono, i corridoi diventarono lunghi e freddi.

Le luci ridotte lasciavano zone d’ombra tra gli scaffali.

Anna mostrò a Giacomo lo stanzino dei prodotti.

C’erano poche bottiglie quasi vuote, due secchi rotti e un unico paio di guanti.

«Con questo dobbiamo pulire tutto?»

«Fino a lunedì.»

«Ma oggi è mercoledì.»

Anna alzò le spalle.

«Riccardo dice che consumiamo troppo.»

Giacomo conosceva il budget assegnato a quel negozio.

Doveva esserci materiale sufficiente per settimane.

Qualcuno stava facendo sparire anche quello.

Alle undici e mezza, Riccardo apparve nel reparto casalinghi.

Camminava lentamente tra le corsie, controllando ogni movimento.

«De Luca, sei troppo lenta.»

«Sto seguendo l’elenco delle attività.»

«L’elenco lo stabilisco io. Ti tolgo mezz’ora per inefficienza.»

Estrasse il telefono e digitò qualcosa.

Anna non rispose.

Mezz’ora sembrava poco.

Ma per lei poteva essere il latte di Chiara, una ricetta medica o il biglietto dell’autobus.

All’una, Riccardo li convocò vicino alle casse.

«Dalla prossima settimana il turno di pulizia notturno sarà affidato a una sola persona.»

Anna impallidì.

«Direttore, questo negozio ha tre piani.»

«Lo so.»

«Da sola non posso pulirlo tutto.»

«Puoi e devi.»

«In due arriviamo già a fine turno senza fermarci.»

Riccardo sorrise.

«Allora dovrai imparare a muoverti meglio. Se non ci riesci, troverò qualcuno più motivato.»

Dopo che si fu allontanato, Anna si appoggiò al bancone.

«Non posso farcela.»

«Perché non se ne va?» domandò Giacomo, pur conoscendo la risposta.

«Dove vado?»

Anna si passò una mano sul viso.

«Ho quarantasette anni. Un affitto. Una figlia malata. Mia madre vive con una pensione minima in un paese vicino a Matera.»

Esitò.

«Ieri mi ha mandato quattrocento euro.»

«Da dove li ha presi?»

Anna strinse le labbra.

«Ha venduto le fedi d’oro dei miei nonni.»

Giacomo non disse nulla.

«Erano nel cassetto del comò da cinquant’anni,» continuò. «Mia madre diceva sempre che le avrebbe lasciate a Chiara quando fosse diventata grande.»

La voce le tremò.

«Le ha vendute per pagare la stanza vicino all’ospedale.»

Quella frase colpì Giacomo più di ogni altra.

Una nonna aveva rinunciato a un ricordo di famiglia perché la nipote potesse essere operata.

Intanto, negli uffici centrali, i dirigenti brindavano ai costi ridotti.

Parlavano di risultati.

Di efficienza.

Di crescita.

Nessuno vedeva le fedi sparire dal cassetto di una donna anziana.

Poco dopo, Riccardo lasciò la porta del proprio ufficio socchiusa.

Giacomo si avvicinò spingendo il carrello della spazzatura.

Sul monitor era aperto il programma dei turni.

Riccardo cancellava ore da Anna, Davide, Samira e Teresa.

Poi le assegnava a un dipendente chiamato “Luca Valenti”.

Giacomo non aveva mai visto quel nome nei registri del personale attivo.

Estrasse il telefono e registrò lo schermo attraverso la fessura.

Riccardo aprì anche la scheda contrattuale di Anna.

Modificò la sua posizione da lavoratrice continuativa a sostituta occasionale.

Tre anni di turni quasi completi cancellati con pochi clic.

In questo modo evitava la stabilizzazione, i permessi retribuiti e diverse maggiorazioni.

Poi passò al fascicolo di Teresa.

La donna era al settimo mese di gravidanza.

Riccardo la assegnò all’inventario pesante e inserì una nota:

“Scarsa collaborazione.”

Giacomo sentì una rabbia fredda salirgli dal petto.

Non era semplice cattiva gestione.

Era un sistema.

Alle tre, Riccardo uscì dall’ufficio.

«Berti, devi portare tutti quei bancali dal magazzino al piano vendita.»

Giacomo guardò la fila di scatoloni.

Era un lavoro per almeno quattro persone.

«Da solo?»

«Hai già problemi?»

«No.»

«Bene. Perché fuori ci sono uomini più giovani di te che accetterebbero senza fare domande.»

Giacomo cominciò a spostare la merce.

Dopo mezz’ora, la schiena gli bruciava.

Dopo un’ora, aveva le mani arrossate e il fiato corto.

Da tempo non faceva un lavoro fisico così duro.

Nei suoi uffici, una bottiglia d’acqua arrivava prima ancora che la chiedesse.

Lì, per bere, bisognava correre nello stanzino e sperare che nessuno se ne accorgesse.

Guardò Anna trascinare il secchio con la gamba dolorante.

Capì quanto fosse facile parlare di produttività quando il dolore lo provava qualcun altro.

Alle cinque e venticinque squillò il telefono dell’ufficio.

Due squilli brevi e uno lungo.

Riccardo rispose.

Giacomo si fermò vicino al deposito, nascosto dalla parete, e avviò la registrazione.

«Sì, ho sistemato tutto,» disse il direttore. «La De Luca è scesa a dodici ore. Davide a quindici. Quella incinta l’ho messa sui carichi. Entro un mese se ne va da sola.»

Fece una pausa.

«No, nessuno ha protestato ufficialmente. Li ho addestrati bene.»

Rise.

«La sede vede il costo del personale diminuire e pensa che io sia un fenomeno.»

La persona dall’altra parte disse qualcosa.

«Certo che copro tutto. Ho preparato valutazioni negative per ognuno. Ritardi, problemi caratteriali, poca disponibilità. Se parlano, sembrano dipendenti rancorosi.»

Giacomo udì il rumore di alcuni fogli.

«Le ore tagliate le carico sul codice di mio cugino. Non entra neppure nel negozio. Lo stipendio finisce su un conto che controllo io.»

Giacomo strinse il telefono.

«Anna è perfetta,» continuò Riccardo. «Madre sola, figlia malata, bisogno disperato di lavorare. Potrei darle zero ore e tornerebbe comunque a supplicare.»

Ci fu un’altra risata.

«Questa gente accetta le briciole e ringrazia. E chi vuoi che creda a loro? Io ho premi, numeri eccellenti e relazioni impeccabili.»

La conversazione proseguì.

Riccardo ammise di aver usato lo stesso metodo anche in altri due punti vendita che aveva gestito temporaneamente.

Dipendenti spinti alle dimissioni.

Ore sottratte.

Parenti inesistenti messi a libro paga.

Valutazioni false preparate in anticipo.

Quando la telefonata finì, Giacomo aveva tutto.

La prova della frode.

Le minacce.

Il disegno deliberato.

Ma soprattutto aveva ascoltato il modo in cui Riccardo parlava delle persone.

Non come esseri umani.

Come debolezze da sfruttare.

Quando tornò da Anna, la trovò piegata vicino a un sacco della spazzatura.

Aveva una mano sul petto.

«Che succede?»

«Niente. Un po’ di nausea.»

«Deve sedersi.»

«Se mi vede ferma, mi toglie un’altra ora.»

«Quando è andata dal medico l’ultima volta?»

Anna rise amaramente.

«Prima devo occuparmi di mia figlia.»

Provò a sollevare il sacco, ma le forze le cedettero.

Giacomo la aiutò.

«Non può continuare così.»

«Devo arrivare all’intervento.»

«E dopo?»

Anna lo guardò.

«Dopo si vedrà. Noi facciamo sempre così. Prima si supera oggi. Domani lo si affronta quando arriva.»

Alle sei, Riccardo apparve con una pila di fogli.

«Bel lavoro.»

Il tono era ironico.

«De Luca, oggi torni alle quattordici per l’inventario.»

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto