Tornò a mezzanotte sotto la pioggia, ma ciò che lo aspettava sul portico gli spezzò il cuore

Tornò al paese a mezzanotte, sotto la pioggia: sul portico lo aspettava ancora il cane, ma la casa era vuota da tre anni

Matteo smise di camminare nel mezzo della strada.

Sotto la tettoia della vecchia casa c’era un’ombra immobile.

Un cane sedeva con il muso sollevato, gli occhi fissi verso il cancello, come se avesse riconosciuto quei passi prima ancora di vedere chi stava arrivando.

Per un istante Matteo pensò che fosse un’allucinazione.

La pioggia cadeva forte, tagliando la luce gialla dell’unico lampione rimasto acceso in fondo a via delle Ginestre. L’acqua gli colava dal berretto, entrava nel colletto della giacca e scendeva lungo la schiena.

Era quasi mezzanotte.

San Martino delle Vigne dormiva dietro persiane chiuse e tende ricamate. Nessuna automobile passava sulla strada. Nessuna televisione accesa filtrava dalle finestre.

Si sentivano soltanto la pioggia sui coppi, il rumore lontano del torrente e il ronzio debole della lampadina sopra la porta di casa.

Il cane non abbaiò.

Non corse verso di lui.

Non agitò nemmeno la coda.

Si alzò lentamente, appoggiando prima le zampe anteriori e poi quelle posteriori, con la fatica di chi aveva ripetuto quel gesto migliaia di volte senza sapere se ne sarebbe valsa la pena.

Matteo lasciò cadere il borsone.

Il tonfo sordo sul selciato sembrò attraversare tutta la strada.

Aveva ventisette anni, ma il suo viso ne dimostrava molti di più. Tre anni lontano da casa gli avevano scavato rughe sottili intorno agli occhi. Gli stivali portavano ancora il fango secco di luoghi che non voleva nominare.

Sul giaccone c’era odore di pioggia, polvere e fumo vecchio.

Il cane fece un passo.

Poi si fermò.

L’acqua gli gocciolava dalle orecchie. Il pelo, un tempo color miele, era diventato chiaro intorno al muso. Le costole si vedevano sotto la pelle e una zampa posteriore tremava a ogni respiro.

Matteo aprì la bocca, ma per qualche secondo non uscì alcun suono.

«Bruno?»

Il cane mosse appena le orecchie.

Fu sufficiente.

Matteo cadde in ginocchio sul selciato bagnato.

L’acqua schizzò intorno agli stivali. Le mani gli tremavano così forte che dovette poggiarle a terra per non perdere l’equilibrio.

«Madonna santa… Bruno.»

Il cane si avvicinò.

Non di corsa, come faceva quando Matteo rientrava dal lavoro nei campi.

Non saltando, come quando era giovane.

Camminò piano, con prudenza, come se avesse paura che quell’uomo potesse svanire nel momento stesso in cui lo avesse toccato.

Quando lo raggiunse, appoggiò la fronte contro il petto di Matteo.

E rimase lì.

Il corpo tremava. Il respiro era corto, caldo contro la stoffa fradicia.

Matteo gli chiuse le braccia intorno al collo.

La pioggia gli scorreva sul viso insieme alle lacrime. Le spalle, dritte per anni davanti a uomini che non dovevano vederlo cedere, si piegarono all’improvviso.

«Sono tornato.»

Bruno emise un suono basso.

Non era un guaito.

Non era un lamento.

Sembrava il sospiro di una creatura che aveva trattenuto il fiato per troppo tempo.

Dietro di loro, la casa era buia.

Nessuna finestra si illuminò.

Nessuna porta si aprì.

Nessuno venne fuori a dire: “Matteo, finalmente.”

E proprio allora una domanda gli attraversò la mente.

Se in quella casa non viveva più nessuno, chi aveva lasciato accesa la luce del portico?

Tre anni prima Matteo era partito da quello stesso cancello con un borsone nuovo, le scarpe lucide e la voce di sua madre che gli raccomandava di mangiare.

Teresa Rinaldi aveva sessantadue anni, mani rovinate dal detersivo e dalla terra dell’orto, e quella maniera tutta sua di trasformare ogni paura in una faccenda pratica.

«Portati una maglia di lana.»

«Mamma, vado in un posto caldo.»

«La sera fa freddo dappertutto.»

«Non posso mettere altre cose nel borsone.»

«Allora lascia quel profumo. Il profumo non ti salva dai reumatismi.»

Matteo aveva riso.

Teresa no.

Era rimasta sulla porta con il grembiule a fiori, stringendo il bordo della stoffa tra le dita. Non voleva piangere davanti al figlio. Nel paese le donne della sua generazione piangevano in cucina, con l’acqua del rubinetto aperta, perché nessuno sentisse.

Bruno aveva allora cinque anni.

Era un incrocio di retriever e pastore, con zampe grandi, orecchie morbide e una coda capace di rovesciare sedie, vasi e bicchieri.

Matteo si era inginocchiato davanti a lui.

«Fai il bravo con la mamma.»

Bruno gli aveva leccato il mento.

«E tienimi d’occhio la casa, va bene? Io torno.»

Il cane aveva abbaiato una volta, forte e sicuro.

Teresa aveva scosso la testa.

«Non dirgli così. Quello ti capisce più di certe persone.»

Matteo aveva sorriso.

«Meglio. Così sa che non deve dimenticarmi.»

Il primo anno era passato lentamente, ma senza tragedie.

Teresa gli mandava fotografie attraverso il telefono della nipote del farmacista, perché lei non riusciva mai a capire dove finissero le immagini dopo averle scattate.

Bruno nell’orto, con una zucchina rubata in bocca.

Bruno davanti al camino.

Bruno disteso sul letto di Matteo, nonostante Teresa gli avesse sempre proibito di salirci.

Ogni volta la madre scriveva la stessa frase.

“Ti aspetta.”

Matteo rispondeva quando poteva.

“Dagli un pezzo di pane da parte mia.”

Teresa protestava.

“Il veterinario ha detto che deve dimagrire.”

Ma nella fotografia successiva Bruno aveva sempre in bocca una crosta di pane.

Poi i messaggi avevano cominciato a diminuire.

Teresa diceva che era stanca.

Diceva che il telefono non funzionava.

Diceva che la linea saltava.

Matteo le aveva creduto perché, quando si è lontani, si crede alle bugie che fanno meno male.

La notizia arrivò in una mattina di polvere e caldo.

Un ufficiale lo chiamò da parte.

Gli consegnò una busta.

Teresa era stata trovata sul pavimento della cucina dalla signora Lidia, la vicina di due case più in là.

Un malore improvviso.

Nessun dolore, avevano scritto.

Nessun tempo per avere paura.

Quelle parole lo avevano tormentato più di tutte.

Come potevano saperlo?

Come potevano sapere se sua madre avesse chiamato il suo nome?

Come potevano sapere se avesse avuto paura?

Il permesso per tornare non arrivò in tempo per il funerale.

Matteo vide la bara attraverso lo schermo di un telefono tenuto male da un cugino. Vide metà chiesa, un pezzo del pavimento e la spalla del parroco del paese.

Sentì le campane.

Sentì le donne recitare preghiere.

Poi la connessione cadde.

Quella sera vomitò dietro una baracca e tornò al suo posto senza raccontare nulla a nessuno.

Dopo la morte di Teresa, la casa venne chiusa.

Le bollette non furono pagate. L’acqua venne interrotta. La corrente fu staccata.

Matteo firmò carte che non lesse.

Disse a suo cugino Dario di occuparsi di Bruno.

Dario promise.

«Tranquillo, lo porto da me.»

Ma la moglie di Dario aveva paura dei cani grandi. I figli si lamentavano del pelo. Il condominio non accettava animali di quella taglia.

Dario provò a rinchiuderlo in garage.

Bruno graffiò la porta fino a sanguinare dalle zampe.

La notte successiva scappò.

Attraversò mezzo paese e tornò sotto il portico di casa Rinaldi.

Lo trovarono seduto davanti alla porta.

Dario tentò ancora.

Lo portò da un amico che abitava fuori paese, vicino ai campi di girasole.

Bruno sparì dopo due giorni.

Tornò a San Martino con i cuscinetti delle zampe consumati e il fianco graffiato dai rovi.

Si rimise davanti alla porta.

Aspettò.

Qualcuno chiamò il servizio veterinario del comune.

Arrivarono due uomini con un furgone.

Bruno si lasciò avvicinare fino a quando vide il laccio. Poi saltò il muretto, attraversò l’orto e si nascose nel vecchio capanno degli attrezzi.

Tornarono la settimana successiva.

Non lo trovarono.

Quella stessa sera, quando il furgone se ne fu andato, Bruno ricomparve sul portico.

Nel paese cominciarono a parlare.

Come sempre.

Al bar dicevano che il cane sarebbe diventato pericoloso.

Davanti alla chiesa dicevano che andava portato via.

Al mercato le donne raccontavano che ululava tutte le notti, anche se nessuno lo aveva mai sentito ululare.

Qualcuno suggerì di abbatterlo.

Qualcun altro disse che non era affare suo.

Poi intervenne la signora Lidia.

Aveva settantaquattro anni, i capelli sempre raccolti e una schiena curva per quarant’anni passati a cucire pantaloni nella sartoria del paese.

«Quel cane non ha fatto male a nessuno.»

«Ma non può stare lì da solo.»

«E allora aiutiamolo.»

«Tu portatelo a casa tua.»

Lidia fissò l’uomo che aveva parlato.

«A casa mia ci sono tre stanze e mio marito non cammina più. Ma una ciotola di minestra posso ancora portarla.»

Il giorno seguente, davanti al portico, comparve una pentola vecchia con acqua pulita.

La sera qualcuno lasciò pane bagnato nel brodo.

Il macellaio mise da parte gli avanzi che non poteva vendere.

La signora del forno gli portava le croste.

Cesare, il pensionato che abitava di fronte, costruì una cuccia con tavole recuperate da un vecchio armadio.

Bruno non ci dormì mai.

Preferiva restare davanti alla porta.

Ma quando pioveva molto si riparava sotto la tettoia, appoggiato al muro.

Ogni sera, al calare del buio, Lidia attraversava la strada con passo lento.

Entrava nel cortile passando dal cancelletto laterale.

Allungava il braccio verso l’interruttore esterno collegato alla sua abitazione da un vecchio cavo che suo marito aveva sistemato anni prima.

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