Fermò la moto nella bufera per scaldare una cagna quasi congelata, ma ciò che vide dietro il cumulo gli fece rivivere il suo incubo peggiore
Spense il motore in mezzo alla provinciale, mentre i camion gli passavano accanto sollevando nuvole di neve sporca.
La cagna era rannicchiata contro il guardrail, le zampe piegate sotto il corpo e gli occhi già opachi per il freddo.
L’uomo la sollevò senza pensarci.
— Tranquilla, bella. Adesso ti scaldo io.
Si tolse il giubbotto di pelle e glielo avvolse intorno, stringendola contro il petto. Sotto indossava soltanto una maglia termica ormai fradicia.
Il vento gli tagliava le braccia tatuate come una lama.
Le automobili rallentavano.
Qualcuno lo guardava dal finestrino.
Nessuno si fermava.
La cagna emise un suono debole, qualcosa a metà tra un gemito e un respiro spezzato. Poi girò la testa verso il cumulo di neve dietro di loro.
L’uomo seguì il suo sguardo.
Vide un piccolo movimento.
Quasi niente.
Una macchia scura che la tormenta stava cancellando.
— Che diavolo c’è laggiù?
Fece un passo.
La cagna si agitò tra le sue braccia, tentando di liberarsi nonostante non avesse quasi più forza.
L’uomo avanzò nella neve fino alle ginocchia.
Dietro il cumulo c’era una scatola di cartone sfatta dall’acqua, mezza schiacciata e coperta da uno strato bianco.
Dentro, stretti l’uno contro l’altro, c’erano tre cuccioli.
Avevano gli occhi appena aperti.
Due respiravano a fatica.
Il terzo non si muoveva.
L’uomo rimase immobile.
Per otto anni aveva cercato di dimenticare il peso di un piccolo corpo freddo tra le braccia.
Ora la neve glielo stava restituendo.
Si chiamava Rocco Bellini, aveva quarantasette anni e nel paese di San Michele del Vento lo conoscevano quasi tutti.
Non perché fosse socievole.
Al contrario.
Rocco parlava poco, salutava con un cenno del mento e viveva da solo in una casetta presa in affitto vicino al vecchio mulino.
Girava su una moto nera piena di graffi, portava una barba irregolare e aveva le mani rovinate dal lavoro.
Faceva consegne, riparava cancelli, sistemava tetti, tagliava legna. Qualunque mestiere gli permettesse di non restare troppo a lungo nello stesso posto.
Quando entrava al bar della piazza, le conversazioni si abbassavano di tono.
Le signore lo osservavano da dietro le tazzine.
— Quello lì ha qualcosa che non va — diceva la signora Mirella, che sapeva tutto di tutti.
— Non guarda mai nessuno negli occhi.
— E con quella barba sembra uscito da una prigione.
Nessuno ricordava di averlo visto ubriaco, litigare o fare del male a qualcuno.
Ma in paese bastava essere diversi per diventare sospetti.
Rocco non portava la fede.
Non parlava di famiglia.
A Natale restava nella sua casa con le persiane abbassate.
La domenica, quando dalle finestre usciva il profumo del ragù e le tavole si riempivano di figli e nipoti, lui prendeva la moto e spariva sulle strade di montagna.
Solo don Ernesto, il vecchio parroco, conosceva una parte della verità.
Prima di arrivare a San Michele, Rocco era stato volontario in una squadra di soccorso di un paese dell’Appennino.
Non un eroe da giornale.
Uno di quegli uomini che si alzano nel cuore della notte quando una macchina finisce nel fosso, quando una cantina si allaga o quando una famiglia resta bloccata dalla neve.
Rocco era bravo.
Aveva forza, sangue freddo e una capacità rara di tranquillizzare le persone.
Poi, otto anni prima, era arrivata una chiamata durante una tormenta.
Una famiglia era rimasta ferma su una strada secondaria.
Padre, madre e un bambino di sei anni.
La neve cadeva così fitta che non si vedevano nemmeno i bordi della carreggiata. Il responsabile della squadra aveva deciso di aspettare un mezzo più adatto.
Rocco aveva protestato.
— Ogni minuto là fuori è un minuto in meno.
Gli avevano ordinato di restare.
Quando finalmente erano partiti, avevano trovato l’auto sepolta fino ai finestrini.
I genitori erano ancora coscienti.
Il bambino no.
Rocco lo aveva tirato fuori personalmente.
Ricordava ancora il cappellino rosso.
Le ciglia coperte di ghiaccio.
Il peso troppo leggero di quel corpo.
Per mesi aveva continuato a sentirne la voce, anche se non l’aveva mai sentito parlare.
Aveva lasciato la squadra.
Aveva venduto la casa ereditata dai genitori.
Aveva chiuso i rapporti con quasi tutti.
Poi aveva comprato una moto usata ed era partito.
Non fuggiva da un luogo.
Fuggiva da quella decisione di aspettare.
Quella sera di gennaio, Rocco stava tornando da una consegna in una frazione oltre il passo.
Avrebbe potuto rimandare, ma la signora a cui doveva portare una stufa elettrica aveva ottantadue anni e il riscaldamento guasto.
La tormenta era cominciata prima del previsto.
Il vento spingeva la neve di traverso, trasformando la provinciale in una striscia bianca senza confini.
Rocco guidava piano, con le dita rigide nei guanti e il casco coperto di ghiaccio.
Fu allora che vide la cagna.
Camminava lungo il ciglio della strada, cadeva e si rialzava.
Fece pochi metri.
Poi crollò.
Rocco frenò.
Per un istante rimase seduto sulla moto, con il motore acceso e il cuore che batteva forte.
La parte razionale della sua mente gli disse che era pericoloso.
Che doveva cercare un riparo.
Che nessuno avrebbe potuto rimproverarlo se avesse continuato.
Poi la cagna sollevò appena la testa.
E Rocco spense il motore.
Ora, davanti a quella scatola, sentiva le mani tremare.
La madre cercava di raggiungere i piccoli.
— Lo so — mormorò. — Lo so che vuoi andare da loro.
Posò la cagna sulla neve per qualche secondo e si inginocchiò.
Prese il primo cucciolo.
Era gelido.
Il secondo mosse appena una zampa.
Il terzo aveva la bocca socchiusa e il corpo rigido.
Rocco si guardò intorno.
Nessuna casa.
Nessun segnale sul telefono.
Soltanto la strada, il vento e le luci lontane dei veicoli che continuavano a passare.
Avrebbe potuto caricare la scatola sulla moto.
Ma con quella neve non sarebbe arrivato lontano.
Avrebbe potuto aspettare.
La parola gli attraversò la mente come un coltello.
Aspettare.
No.
Quella volta no.
Si tolse il maglione pesante che portava sotto la giacca e lo stese sulla neve. Sistemò i cuccioli al centro e li avvolse con attenzione.
Poi aprì la cerniera della maglia termica e li infilò contro il petto, uno alla volta.
Il contatto con quei corpi gelati gli tolse il respiro.
Avvolse la madre con il giubbotto di pelle e se la strinse addosso usando la sciarpa come una fascia.
La cagna tremava così forte che i denti le battevano.
— Adesso restiamo insieme — disse Rocco. — Nessuno viene lasciato qui.
Alzò un braccio verso le auto.
La prima passò.
La seconda rallentò, poi riprese velocità.
La terza gli spruzzò addosso una miscela di neve e fango.
Rocco iniziò a camminare lungo la carreggiata.
Ogni passo era più pesante del precedente.
Sentiva i cuccioli contro il petto.
Due si muovevano appena.
Il terzo niente.
Gli tornarono in mente le parole di sua madre.
“Quando non puoi salvare tutti, salva almeno chi hai davanti.”
Glielo diceva da bambino, quando Rocco portava a casa rondini cadute dal nido, gatti feriti e persino un riccio trovato in un fosso.
Sua madre era morta prima che lui entrasse nella squadra di soccorso.
Forse era stato meglio così.
Non lo aveva visto diventare l’uomo che non riusciva più a perdonarsi.
Le ginocchia iniziarono a cedergli.
La cagna sollevò il muso e gli leccò il mento.
— Non ti preoccupare — disse lui, anche se i denti gli battevano. — Sono ancora in piedi.
Una luce apparve alle sue spalle.
Un vecchio furgone rallentò e si fermò qualche metro più avanti.
La portiera si aprì.
Ne scese un uomo basso, con un berretto di lana tirato fino alle sopracciglia.
— Rocco? Sei tu?
Era Cesare Moretti, il falegname in pensione che abitava vicino alla piazza.
Aveva sessantanove anni, le spalle curve e un carattere che in paese definivano difficile.
Rocco lo conosceva appena.
Gli aveva sistemato una grondaia l’autunno precedente.
Cesare si avvicinò, proteggendosi il viso con una mano.
— Ma sei impazzito? Che ci fai a piedi in mezzo alla strada?
Poi vide la testa della cagna spuntare dal giubbotto.
— Madonna santa.
— Ci sono tre cuccioli sotto la mia maglia.
Cesare lo fissò.
— Tre cosa?
— Cuccioli. Uno non respira. Serve calore.
Non fu necessario aggiungere altro.
Cesare aprì lo sportello laterale del furgone.
— Sali subito.
Dentro c’erano assi di legno, cassette degli attrezzi e una vecchia coperta a quadri.
Cesare accese il riscaldamento al massimo.
L’aria calda uscì dalle bocchette con un rumore metallico.
Rocco si sedette sul pavimento e tirò fuori i cuccioli.
La madre si gettò verso di loro, annusandoli e leccandoli freneticamente.
Cesare si tolse il berretto.
— Quello non si muove.
— Lo vedo.
Rocco prese il cucciolo immobile tra le mani.
Cominciò a strofinarlo piano con un lembo della coperta.
Gli massaggiò il torace usando due dita.
— Forza, piccolo.
Niente.
La cagna emise un lamento.
Rocco continuò.
— Non farlo. Non davanti a me.
Cesare lo osservava in silenzio.
Fuori, il vento faceva oscillare il furgone.
— Rocco — disse dopo un po’ — forse è troppo tardi.
Rocco alzò gli occhi.
— Non dirlo.
— Sto solo…
— Non dirlo.
Continuò a massaggiare.
Uno, due, tre.
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