Fermò la moto per salvare una cagna nella bufera, poi vide qualcosa muoversi dietro il cumulo

Si fermò per avvicinare l’orecchio al muso del cucciolo.

Niente.

Riprese.

— Ti prego.

Cesare si inginocchiò accanto a lui.

— Dimmi cosa devo fare.

Rocco indicò gli altri due.

— Tienili al caldo. Ma piano.

Cesare li raccolse come se fossero di vetro.

La cagna lo lasciò fare, pur senza staccare gli occhi da Rocco.

Passarono minuti interminabili.

Poi il cucciolo mosse una zampa.

Rocco si bloccò.

— Hai visto?

— Sì.

Un altro piccolo movimento.

Poi un respiro sottile.

Quasi impercettibile.

Il cucciolo aprì la bocca ed emise uno squittio.

Rocco abbassò la testa.

Dalla sua gola uscì un suono spezzato, metà risata e metà singhiozzo.

La cagna si avvicinò e cominciò a leccare il piccolo.

Cesare si passò una mano sugli occhi.

— Dobbiamo portarli da qualcuno.

— C’è una veterinaria nella frazione di Vallefredda.

— A quest’ora sarà chiusa.

— La facciamo aprire.

Cesare prese il telefono.

Non c’era campo.

Partì lentamente, seguendo i paletti della strada quasi invisibili.

Rocco rimase seduto dietro con gli animali avvolti nella coperta.

Il riscaldamento non funzionava bene.

Ogni tanto sputava aria fredda.

Ma era sufficiente a tenere accesa quella fragile scintilla.

Dopo alcuni chilometri comparvero le prime case di Vallefredda.

Le finestre erano buie.

Le strade deserte.

Cesare si fermò davanti a un piccolo ambulatorio con l’insegna spenta.

Rocco scese e bussò alla porta.

Nessuna risposta.

Bussò ancora.

— Dottoressa! È un’emergenza!

Una finestra al piano superiore si illuminò.

Dopo meno di un minuto, una donna sulla sessantina apparve dietro il vetro della porta, con una vestaglia sopra il pigiama e i capelli grigi spettinati.

— Chi è?

— Abbiamo trovato una cagna con tre cuccioli nella neve.

La donna aprì subito.

Si chiamava dottoressa Lidia Serra.

Era veterinaria da trentacinque anni e aveva il modo sbrigativo di chi preferisce agire prima di fare domande.

— Sul tavolo. Piano.

Accese le luci dell’ambulatorio.

Il bianco delle pareti sembrò quasi accecare Rocco dopo il buio della strada.

La dottoressa prese asciugamani, borse d’acqua tiepida e una piccola bombola d’ossigeno.

— Da quanto erano fuori?

— Non lo so.

— Questo è il più grave.

Indicò il cucciolo che Rocco aveva rianimato.

— Ma respira.

— Per miracolo.

— Non parliamo di miracoli. Passami quell’asciugamano.

Rocco obbedì.

La madre cercava di stare vicino ai piccoli, ma non riusciva a reggersi sulle zampe.

La dottoressa le controllò le gengive, il battito e la temperatura.

— È denutrita. Ha partorito da pochissimo. Probabilmente qualcuno l’ha abbandonata già incinta o subito dopo il parto.

Cesare strinse la mascella.

— Bisogna essere bestie.

La dottoressa non rispose.

Lavorò per quasi due ore.

Rocco rimase accanto al tavolo, bagnato, scalzo dentro gli stivali pieni d’acqua e con le braccia violacee per il freddo.

Ogni volta che uno dei cuccioli emetteva un suono, lui tratteneva il respiro.

Alla fine la dottoressa si tolse i guanti.

— Per questa notte sono stabili.

Rocco chiuse gli occhi.

— Sopravvivranno?

— Non posso prometterlo. Le prossime ore saranno decisive.

Guardò i vestiti fradici di Rocco.

— Anche tu devi farti controllare.

— Sto bene.

— Hai le labbra blu.

— Prima loro.

— Adesso dormono. Tu, invece, sembri sul punto di crollare.

Cesare gli appoggiò una mano sulla spalla.

— Ascolta la dottoressa.

Rocco si sedette sul pavimento, con la schiena contro il muro.

Solo allora cominciò a tremare davvero.

La cagna si trascinò verso di lui.

Posò la testa sul suo ginocchio.

Rocco le accarezzò lentamente il muso.

— Sei stata brava — sussurrò. — Non li hai lasciati.

La dottoressa Lidia lo osservò per qualche secondo.

— Nemmeno tu.

Rocco non rispose.

Poco dopo arrivò Teresa, la moglie di Cesare.

Indossava un cappotto sopra la camicia da notte e portava una borsa piena di coperte, una termos di brodo caldo e un paio di pantaloni asciutti appartenuti a suo figlio.

— Cesare mi ha detto soltanto: “Porta tutto quello che scalda”. Ho pensato che fosse finito con il furgone in un fosso.

Vide gli animali.

Si portò una mano alla bocca.

— Povera creatura.

La madre sollevò appena la testa.

Teresa le si avvicinò con cautela.

— Tranquilla, mamma. Qui nessuno ti manda via.

Quelle parole colpirono Rocco più del previsto.

Abbassò lo sguardo sulla tazza di brodo che la donna gli aveva messo tra le mani.

Non ricordava l’ultima volta in cui qualcuno si fosse preoccupato di portargli vestiti asciutti.

Forse sua madre.

Forse nessun altro.

La bufera continuò fino all’alba.

Cesare e Teresa restarono.

La dottoressa Lidia preparò una brandina nel retro dell’ambulatorio, ma Rocco rifiutò di sdraiarsi.

Dormì seduto, con la cagna ai piedi e una mano appoggiata sulla coperta dei cuccioli.

Ogni ora si svegliava di colpo.

Controllava che respirassero.

A volte, nel dormiveglia, non vedeva più il piccolo corpo del cucciolo.

Vedeva un cappellino rosso.

E sentiva una voce che diceva: “Abbiamo aspettato troppo”.

All’alba si svegliò urlando.

Cesare era seduto dall’altra parte della stanza.

Non fece domande.

Gli porse soltanto una tazza di caffè.

— Sono vivi tutti e tre — disse.

Rocco guardò il tavolo riscaldato.

I cuccioli si muovevano vicino alla madre.

Il più debole cercava il latte.

Rocco si coprì il viso con le mani.

— È finita — disse Cesare.

— No.

— La tormenta.

Rocco scosse la testa.

— Quella finisce. Le altre no.

Cesare rimase in silenzio.

Poi parlò senza guardarlo.

— Mio figlio se n’è andato quindici anni fa.

Rocco alzò gli occhi.

— Non è morto. Vive a Torino. Ha una moglie e due bambine che ho visto soltanto in fotografia.

— Perché?

— Per orgoglio.

Cesare bevve un sorso di caffè.

— Lui voleva fare il cuoco. Io volevo che prendesse la falegnameria. Gli dissi che cucinare non era un mestiere da uomo. Una stupidaggine che mi sembrava una verità perché mio padre l’aveva detta a me.

Sorrise amaramente.

— Litigammo. Lui partì. Io aspettai che tornasse a chiedere scusa. Lui aspettò lo stesso da me.

— E nessuno l’ha fatto.

— Nessuno.

Cesare guardò i cuccioli.

— A volte non perdiamo le persone in un solo momento. Le perdiamo un giorno alla volta, perché continuiamo ad aspettare.

Rocco sentì quelle parole entrargli dentro.

Aspettare.

Ancora quella parola.

La dottoressa Lidia arrivò dal retro con una siringa senza ago.

— Il più piccolo deve mangiare poco e spesso. Qualcuno dovrà restare qui.

— Resto io — disse Rocco.

— Devi riposare.

— Resto io.

La veterinaria capì che discutere sarebbe stato inutile.

Nei giorni successivi, la notizia si diffuse a San Michele del Vento.

Il motociclista che tutti evitavano aveva rischiato di congelare per salvare una cagna e i suoi cuccioli.

Come sempre succede nei piccoli paesi, ogni persona aggiunse un dettaglio.

Qualcuno disse che Rocco aveva camminato per dieci chilometri nella tormenta.

Qualcun altro raccontò che aveva rianimato tutti e tre i cuccioli con il fiato.

La signora Mirella sostenne di aver sempre saputo che fosse “un uomo dal cuore buono”.

Nessuno le ricordò ciò che aveva detto fino alla settimana prima.

Il primo ad arrivare all’ambulatorio fu il fornaio.

Portò una pagnotta ancora calda e una teglia di focaccia.

— Per chi resta di notte.

Poi arrivò la maestra in pensione con vecchi asciugamani.

Il meccanico portò una stufa.

Due bambini della frazione consegnarono una scatola piena di coperte per animali.

Una vedova lasciò cinquanta euro sul bancone e se ne andò prima che qualcuno potesse ringraziarla.

La domenica mattina, Teresa si presentò con una pentola di lasagne.

— Ho cucinato per otto.

— Siamo in quattro — disse la dottoressa.

— Con gli animali diventiamo otto.

Mangiarono tutti nel piccolo retro dell’ambulatorio.

Cesare sistemò il tavolo pieghevole.

Lidia tirò fuori quattro piatti diversi.

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