Per otto settimane il pitbull ascoltò la sua pancia: il giorno del parto fece qualcosa di inspiegabile

Per otto settimane il pitbull appoggiò l’orecchio sulla pancia di Marta: il giorno del parto fece qualcosa che nessuno riuscì più a dimenticare

«Luca, siediti.»

Marta teneva la bambina stretta al petto e guardava suo marito come se avesse appena confessato una cosa impossibile.

«Adesso me lo racconti da capo.»

«Te l’ho già raccontato.»

«Lo so. Ma non ci credo ancora. Quindi ricominci.»

Luca sospirò, si sedette sul vecchio divano color nocciola del soggiorno e si passò una mano sulla faccia.

Ai suoi piedi, Orso dormiva.

Sessantacinque chili di muscoli, pelo tigrato, petto bianco e due macchie chiare sulle zampe posteriori che sembravano calzini.

Un pitbull.

Uno di quei cani che, quando li vedi arrivare sul marciapiede, qualcuno cambia lato della strada.

Poi Orso ti guardava.

E dopo trenta secondi eri lì a chiedere:

«Posso accarezzarlo?»

Marta aveva trentatré anni.

Faceva la grafica per una piccola agenzia e lavorava spesso da casa, in un appartamento al piano terra di una vecchia palazzina alla periferia di Bologna.

Luca ne aveva trentasei e posava parquet.

Non erano ricchi.

Avevano un mutuo, una Panda vecchia di dodici anni, una cucina che avrebbero voluto cambiare da almeno cinque e una suocera che, ogni domenica, ricordava loro che «una famiglia senza tavolo grande non è una famiglia».

Ma stavano bene.

O almeno così dicevano.

Orso era arrivato prima del matrimonio.

Prima della casa.

Prima della bambina.

In un certo senso, era stato il primo pezzo della loro famiglia.

Lo avevano adottato tre anni prima da un piccolo rifugio gestito da volontari nella provincia.

Quando Marta lo vide la prima volta, Orso era seduto dietro una rete.

Un orecchio dritto.

L’altro piegato.

Gli occhi marroni fissi sulle persone che passavano.

Non abbaiava.

Non saltava.

Aspettava.

Marta disse:

«Ha la faccia di uno che aspetta delle scuse.»

Luca rimase zitto qualche secondo.

Poi rispose:

«Secondo me aspetta noi.»

All’epoca stavano insieme da poco.

Non avevano neppure una casa adatta.

Per quasi un anno andarono a trovarlo ogni sabato.

Lo portavano fuori.

Camminavano lungo una strada sterrata dietro il rifugio.

Marta parlava.

Luca ascoltava.

Orso annusava ogni albero come se stesse leggendo il giornale.

Quando finalmente trovarono una casa dove poterlo tenere, lo portarono via.

Quella sera Orso pianse ai piedi del letto.

Luca resistette circa quarantacinque minuti.

Poi si alzò.

«Va bene, vieni qua.»

Sollevò quel bestione sul materasso e gli disse:

«Da oggi dormi con noi. Però non ti allargare.»

Orso si allargò.

Sempre.

Per tre anni.

Poi Marta rimase incinta.

E qualcosa cambiò.

Non subito.

All’inizio furono dettagli.

Marta stessa non se ne accorse.

Era troppo impegnata ad avere paura.

Perché quella gravidanza non era arrivata facilmente.

Ci avevano provato per più di un anno.

Ogni mese la stessa attesa.

Ogni mese la stessa delusione.

Marta aveva iniziato a evitare le feste di compleanno dei bambini degli amici.

Non per cattiveria.

Semplicemente non ce la faceva più a sentire:

«E voi quando vi decidete?»

Come se bastasse decidere.

Come se certe cose obbedissero ai programmi.

Sua madre, Anna, sessantadue anni, apparteneva a quella generazione cresciuta con l’idea che i dolori familiari si tengono in casa.

«Non raccontare tutto in giro.»

Diceva sempre così.

«La gente parla.»

La gente.

Il paese.

Il condominio.

I parenti.

Quelli che al pranzo della domenica chiedono sorridendo quando arriva un bambino senza sapere che magari, la sera prima, hai pianto in bagno.

Così Marta smise di dire che ci stavano provando.

Smise anche di dire che ci sperava.

Quando finalmente il test risultò positivo, era un martedì mattina.

Luca era già uscito per lavorare.

Marta era seduta sul bordo della vasca con il test in mano.

Lo fissò.

Una riga.

Poi due.

Si lasciò scivolare a terra.

Non urlò.

Non rise.

Cominciò semplicemente a piangere.

Orso era sdraiato sul tappetino del bagno.

Si alzò.

Le si avvicinò.

Posò il muso sulle sue cosce.

E rimase lì.

Marta gli accarezzò la testa.

«Non dirlo a nessuno.»

Orso non disse niente.

Fu il primo a saperlo.

Dopo Luca.

Per le prime settimane Marta stette male quasi ogni giorno.

Nausea.

Stanchezza.

Paura.

Quella paura che nessuno racconta abbastanza.

Quando hai aspettato tanto una cosa, invece di sentirti tranquillo perché finalmente è arrivata, a volte hai ancora più paura di perderla.

Orso cominciò a seguirla ovunque.

Se Marta andava in bagno, lui aspettava fuori.

Se lavorava al computer, dormiva sui suoi piedi.

Se si sdraiava sul divano, Orso si sistemava sotto.

Non sopra.

Non contro la pancia.

Sotto.

Come se stesse facendo la guardia.

Al quarto mese, Marta cominciò a vedersi davvero incinta.

Una domenica sua madre arrivò con una teglia di lasagne e disse:

«Adesso sì che si vede.»

Marta si toccò la pancia.

Orso, che fino a pochi mesi prima saltava addosso a chiunque entrasse, si limitò ad avvicinarsi lentamente.

Si mise accanto alla gamba di Marta.

Premette il fianco contro il suo ginocchio.

Anna lo guardò.

«Questo cane è cambiato.»

Luca sorrise.

«Sa che c’è qualcuno.»

«Ma va.»

Anna era cresciuta in campagna.

Aveva avuto cani, gatti, galline, conigli e perfino una capra che una volta aveva mangiato metà bucato steso.

Non era una donna sentimentale con gli animali.

«Sono animali.»

Diceva.

«Gli voglio bene, ma non inventiamo le favole.»

Eppure quella domenica rimase qualche secondo a osservare Orso.

Poi disse piano:

«Però questo qui qualcosa ha capito.»

Al sesto mese, Orso smise di dormire ai piedi del letto.

Cominciò a mettersi contro la schiena di Marta.

Sempre dalla stessa parte.

Sempre con il corpo lungo il suo.

Al settimo mese arrivò il rituale.

Ogni sera.

Alle nove e mezza.

Non alle nove.

Non alle dieci.

Alle nove e mezza.

Orso entrava in camera.

Saltava sul letto.

Camminava con attenzione accanto a Marta.

Poi abbassava il grosso muso quadrato sulla sua pancia.

Appoggiava un orecchio.

E aspettava.

La prima volta, la bambina scalciò.

Una volta.

Due.

Tre.

Orso non si mosse.

Marta rise.

«Luca, guarda.»

Luca era sulla porta.

«Che cosa?»

«L’ha sentito.»

«Chi?»

«Orso.»

«Cosa avrebbe sentito?»

La bambina scalciò ancora.

Marta guardò suo marito.

«Lei.»

Luca rise.

La seconda sera successe di nuovo.

Orso arrivò.

Si sistemò.

Appoggiò l’orecchio.

Tre piccoli colpi.

Poi silenzio.

La terza sera lo stesso.

Dopo una settimana, Marta cominciò a cronometrare.

Orso metteva la testa sulla pancia.

Nel giro di dieci secondi arrivavano tre calcetti.

Quasi sempre tre.

Poi la bambina, che durante il giorno sembrava allenarsi per una partita di calcio, si calmava.

Orso restava lì anche un’ora.

Respirava.

Lentamente.

La pancia di Marta rimaneva immobile.

Quando lo raccontò durante una visita, la dottoressa sorrise.

«Può darsi che senta vibrazioni, movimenti, il battito.»

«E lei sente lui?»

La dottoressa alzò le spalle.

«Sente rumori. Sente voci. Perché no?»

Marta tornò a casa e raccontò tutto a sua madre.

Anna rispose:

«Ai miei tempi non c’erano tutte queste teorie.»

Poi rimase in silenzio.

«Però tuo nonno diceva sempre che gli animali sentono le cose prima di noi.»

Marta si voltò.

Era raro che sua madre parlasse del nonno.

Era morto quando Marta aveva dodici anni.

Un uomo di campagna.

Poche parole.

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