Restituita sei volte perché ululava ogni notte, Miele trovò finalmente l’uomo che non poteva sentirla

Sei famiglie riportarono Miele al rifugio perché ululava tutta la notte; il settimo adottante era un falegname sordo, e accadde l’impensabile

«Marina, non possiamo tenerla. Non dormiamo da tre notti.»

La donna dall’altra parte del bancone aveva ancora il guinzaglio stretto nel pugno.

Suo marito non diceva nulla. Guardava per terra.

Tra loro, Miele aspettava.

Non tirava.

Non abbaiava.

Non sembrava nemmeno arrabbiata.

Mi guardava soltanto con quegli occhi color nocciola che ormai conoscevo troppo bene.

Era la sesta volta in otto mesi.

La sesta famiglia.

La sesta casa.

La sesta promessa finita davanti alla porta del nostro piccolo rifugio sulle colline liguri.

E sempre per lo stesso motivo.

Di giorno Miele era quasi perfetta.

Sessanta chili scarsi, mantello tigrato e bianco, orecchie morbide e una macchia chiara sul fianco sinistro che sembrava un cuore disegnato male da un bambino.

Con gli anziani era delicatissima.

Con gli altri cani non cercava guai.

Quando qualcuno si sedeva vicino a lei, appoggiava il muso sul ginocchio e restava lì.

Al rifugio avevamo iniziato a scherzare dicendo che era il cane che tutti desideravano.

Finché non arrivavano le undici di sera.

Allora cominciava.

Non abbaiava.

Ululava.

Lungo.

Profondo.

Triste.

Un suono che sembrava arrivare da una casa vuota in fondo a una strada di paese.

Poteva andare avanti tre ore.

A volte quattro.

La prima famiglia aveva resistito cinque notti.

La seconda tre.

La terza meno di quarantotto ore.

La quarta aveva provato a lasciarla dormire in cucina.

La quinta sul divano.

La sesta perfino ai piedi del letto.

Niente.

Alle undici, quasi come se qualcuno dentro di lei girasse una chiave, Miele alzava il muso e cominciava.

E prima o poi qualcuno reagiva.

«Basta!»

«Miele, per favore.»

«Vieni qui.»

«Che cosa vuoi?»

«Non possiamo andare avanti così.»

Poi arrivava la telefonata.

E io capivo già tutto dalla prima pausa.

Lavoravo alle adozioni da undici anni.

Avevo visto cani mordicchiare mobili, scavare giardini, avere paura delle scale, dei motorini, degli uomini col cappello, dei temporali, perfino delle tende mosse dal vento.

Ma Miele era diversa.

Ogni volta che tornava, sembrava più stanca.

Non più cattiva.

Non più nervosa.

Più rassegnata.

Come certe persone della nostra generazione che hanno smesso di spiegare il proprio dolore perché hanno capito che gli altri, prima o poi, si stancano di ascoltare.

Tre giorni dopo il sesto rientro chiamai la dottoressa Elena Rinaldi, una veterinaria comportamentalista che collaborava con diversi rifugi.

Venne due mattine di seguito.

Osservò Miele nel box.

La portò fuori.

La vide mangiare.

La vide riposare.

Guardò i filmati mandati dalle famiglie precedenti.

Alla fine si sedette davanti a me nel nostro ufficio minuscolo, quello con il termosifone che funzionava solo quando non serviva e una macchinetta del caffè che faceva un espresso imbevibile.

Posò gli occhiali sul tavolo.

«Marina, secondo me abbiamo costruito un meccanismo senza volerlo.»

«Noi?»

«Tutti.»

Mi spiegò che Miele sembrava soffrire di una grave ansia legata alla separazione e, soprattutto, che aveva imparato una sequenza.

Lei ululava.

Qualcuno reagiva.

Qualcuno si alzava.

Qualcuno la consolava.

Qualcuno perdeva la pazienza.

E alla fine, qualche giorno dopo, qualcuno la riportava indietro.

«Per lei l’ululato non è il problema», disse Elena.

«Allora cos’è?»

«È l’allarme.»

La guardai senza capire.

Lei continuò.

«È come se dicesse: “Sta per succedere di nuovo. Sto per essere lasciata. Fate qualcosa”. E ogni volta che qualcuno reagisce, anche con affetto, conferma che quel momento è importante.»

«Quindi non dobbiamo consolarla?»

«In una situazione normale lavoreremmo gradualmente, con un percorso preciso. Ma qui il ciclo è diventato fortissimo.»

Rimase in silenzio per qualche secondo.

Poi disse una frase che mi fece quasi ridere.

«Sai chi sarebbe l’adottante ideale per lei?»

«Chi?»

«Una persona che non possa sentirla.»

La guardai.

Lei non scherzava.

«Elena…»

«Sono seria.»

«Vuoi che metta un annuncio: cercasi persona sorda per cane che ulula?»

«No. Ovviamente no.»

Poi si appoggiò allo schienale.

«Sto dicendo che Miele ha bisogno di vivere una cosa che finora non ha mai vissuto: poter ululare senza che succeda niente.»

«Niente?»

«Niente. Nessuno che si alza. Nessuno che le parla. Nessuno che la sgrida. Nessuno che piange con lei. Nessuno che cambia stanza. Nessuno che prepara la macchina per riportarla qui.»

Mi sentii stringere lo stomaco.

«E dove la troviamo una persona così?»

Elena abbassò gli occhi.

«Non lo so.»

Quella sera tornai a casa tardi.

Avevo sessantun anni e da qualche tempo mi capitava sempre più spesso di pensare a quanto fossero cambiate le cose.

Da ragazza, nel quartiere dove ero cresciuta, tutti sapevano tutto di tutti.

Era soffocante, certo.

Però se una vedova non apriva le persiane entro le nove, qualcuno bussava.

Se un bambino tornava da scuola senza chiavi, la vicina gli dava pane e marmellata.

Se un cane scappava, mezzo quartiere usciva a cercarlo.

Oggi avevamo telefoni capaci di mostrarci il mondo intero e spesso non sapevamo nemmeno il nome della persona che viveva sul pianerottolo.

Pensai a Miele.

Sei famiglie avevano provato ad amarla.

Probabilmente tutte in buona fede.

Eppure nessuna era riuscita a darle ciò che chiedeva.

O forse ciò che chiedeva senza saperlo.

Qualcuno che restasse.

Una settimana dopo entrò nel rifugio un uomo con una giacca di tela marrone.

Avrà avuto sessantatré anni.

Alto, magro, barba corta ormai più grigia che castana.

Gli occhiali da lettura erano infilati sopra la testa.

La giacca aveva due toppe cucite sui gomiti con un filo leggermente più scuro.

Quel dettaglio mi piacque subito.

Non perché significasse qualcosa di speciale.

Ma mio padre riparava tutto.

Calze.

Sedie.

Manici delle pentole.

Perfino le cerniere degli armadi.

Era di quella generazione per cui buttare una cosa ancora buona sembrava quasi un peccato.

L’uomo posò sul bancone un modulo compilato a mano.

Si chiamava Giovanni, ma mi disse subito che tutti lo chiamavano Gianni.

Faceva il falegname.

Aveva una piccola bottega in un paese dell’entroterra, a una ventina di minuti dal rifugio.

Produceva tavoli, credenze e mobili su misura.

«Quelli veri», disse sorridendo, «che pesano troppo e i figli poi non vogliono ereditare.»

Risi.

Lui seguì il movimento delle mie labbra.

Fu allora che notai il dispositivo dietro il suo orecchio.

Gianni era profondamente sordo.

Aveva perso quasi completamente l’udito a quattro anni, dopo una grave meningite.

Durante il lavoro utilizzava un impianto uditivo.

A casa spesso lo toglieva.

«Dopo una giornata tra macchine, clienti e gente che vuole tutto per ieri, il silenzio non mi dispiace», disse.

Leggeva perfettamente il labiale.

Conosceva la LIS, la lingua dei segni italiana.

Parlava con una voce tranquilla, leggermente piatta.

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